
Nell’edizione appena conclusasi, Cremona Musica Exhibitions and Festival, nell’ambito del Fazioli Piano Festival, ha ospitato l’integrale dei concerti per pianoforte e orchestra di Fryderyk Chopin in una versione insolita: pianoforte e quintetto d’archi. Tra i protagonisti la giovane pianista Francesca Antonucci, nata a Senlis (Francia) nel 2004. Avvicinatasi al pianoforte all’età di cinque anni, oggi prosegue la sua formazione con Roberto Prosseda al Conservatorio di Rovigo. Vincitrice di numerosi concorsi nazionali e internazionali – tra cui l’Oltregiogo Piano Competition, dove si è distinta con il premio speciale per la migliore esecuzione di Chopin – ha presentato il Concerto n. 2 in fa minore op. 21.
Pur giovanissima, lei ha già una carriera avviata. Quando ha capito che il pianoforte sarebbe stata la sua vita?
Ho iniziato a studiarlo a cinque anni. All’inizio non immaginavo che sarebbe diventato il centro della mia esistenza. L’ho vissuto tra disciplina e fatica, ma dentro di me riconoscevo che la musica mi emozionava in un modo unico, come niente altro sapeva fare. La vera decisione di farne la mia strada è arrivata a diciotto anni, alla fine del liceo: in quel momento di cambiamento, con davanti uno spazio bianco da riempire, mi sono resa conto con chiarezza che il mio posto era nel mondo della musica.
A Cremona ha eseguito il Concerto n. 2 di Chopin, nella versione per pianoforte e quintetto d’archi. Come cambia il suo approccio interpretativo?
La versione per quintetto è più intima e offre un’esperienza diversa rispetto a quella per orchestra: ogni strumento assume un ruolo quasi narrativo, dialogando con gli altri e con il pianoforte, rendendo l’esecuzione più viva e sorprendente. Ogni intervento contribuisce a costruire la storia che vogliamo raccontare insieme al pubblico. È un approccio che mi ha stimolato e incuriosito, e sono certa che anche l’ascoltatore ha potuto cogliere nuovi particolari rispetto alla versione orchestrale.
Se il pubblico potesse portare a casa un’emozione o un pensiero dopo un suo concerto, quale messaggio vorrebbe comunicare?
Mi piacerebbe trasmettere un senso di resilienza e umanità, ciò che per me rappresenta quest’arte: uno sguardo oltre il quotidiano, un invito a rivalutare le cose. È difficile descrivere tali sensazioni a parole, perché la musica parla un linguaggio proprio, capace di raggiungere direttamente il cuore. Per questo credo nell’importanza dell’educazione musicale e nell’avvicinare i più giovani a questa tradizione: un patrimonio culturale e una ricchezza che non possiamo perdere.

