Berlusconi condannato per rivelazione di segreto d’ufficio

1485090-berlusconiLa quarta sezione penale di Milano ha condannato Berlusconi a un anno e il fratello Paolo a due anni e tre mesi, per “concorso morale in rivelazione di segreto d’ufficio”.

La motivazione della sentenza, (lunga 90 pagine), si riferisce alla pubblicazione su “il Giornale”, dell’intercettazione telefonica in cui l’ex leader del Ds (oggi Pd) Piero Fassino diceva a Giovanni Consorte “allora abbiamo una banca”. I giudici scrivono che il contenuto di quella telefonata, pubblicata alla fine di dicembre 2005, sebbene ancora coperta dal segreto istruttorio, “venne sfruttato politicamente”.

Ricostruiamo la vicenda: il 24 dicembre 2005, Roberto Raffaelli, amministratore delegato di effettuare le intercettazioni telefoniche per conto della Procura, consegnò (non di persona) come strenna di Natale a Berlusconi, un nastro contenente la ghiotta conversazione tra Fassino e Consorte.

Scrivono i giudici –“deve ritenersi che Silvio Berlusconi abbia ricevuto, quella sera a casa sua, ad Arcore, la visita di Favata e Petessi, insieme al fratello, essendo ben consapevole del motivo per cui si svolgeva quella visita, in parte destinata a fargli sentire la famosa telefonata, nella chiara prospettiva della sua pubblicazione, di peculiare interesse in quel periodo pre-elettorale, tenuto conto della già sottolineata portata politica di quella conversazione”.

Berlusconi poi avrebbe avuto “ un ruolo precipuo” nella divulgazione del nastro, collegato, certamente, alla strenua richiesta di Raffaelli di incontrarlo per potergli presentare personalmente il suo progetto e ottenere l’appoggio, atteso che, secondo quanto lui stesso ha affermato, non avrebbe ceduto la chiavetta se non in quell’occasione. Inoltre la sua qualità di capo della parte politica avversa a quella di Fassino, rende logicamente necessario il suo benestare alla pubblicazione della famosa telefonata, non potendosi ritenere che, senza il suo assenso, quella telefonata, che era stata per altro a casa sua, fosse poi pubblicata, a prescindere dalle espressioni di soddisfazione riferite da Favata a Petessi all’epoca dei fatti”.

Neanche a dirlo, feroci le reazioni dei pidiellini, agguerriti e coesi più che mai, nella strenua difesa del paradosso secondo cui è impensabile che l’uomo più intercettato d’Italia, sia condannato per tale reato. I berluscones sostengono, infatti, che i giudici avrebbero piuttosto dovuto indagare sul significato della telefonata, in cui si evidenzia un tentativo di scalata a Bnl da parte di Unipol, piuttosto che la divulgazione del fatto.

Effettivamente la vicenda, dai contorni piuttosto foschi, secondo i giudici “ era significativa della capacità della sinistra di fare affari emettersi a tavolino con i poteri forti, in aperto contrasto con la tradizione storica, se non di quel partito, quanto meno del suo elettorato”.

Tuttavia, i pm sostengono che Berlusconi ascoltò, pubblicò e strumentalizzò la notizia, allo scopo di danneggiare politicamente gli avversari politici.

Secondo la difesa, Berlusconi non ascoltò la registrazione, perché nel frattempo si era assopito, ma i giudici replicano. “Quella sera la registrazione audio venne ascoltata attraverso il computer, senza alcun addormentamento da parte di Silvio Berlusconi, o inceppamento del pc”.

di Simona Mazza

foto: Ansa

 

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