Il bene e il male esistono davvero o sono soltanto percezioni culturali? 

il bene

In una società in bilico tra indifferenza e compassione, tra egoismo travestito da altruismo e gesti di bontà che celano un ritorno personale, sorge una riflessione sull’etica del nostro vivere collettivo. 

Il bene esiste davvero? E, se sì, come lo si distingue dal male, in un tempo in cui le categorie morali sembrano essere diventate fluide, opache, manipolabili? 

Le cronache globali non lasciano adito a dubbi sulla presenza del male: guerre interminabili, violenze quotidiane, abusi di potere, catastrofi provocate dall’uomo, disuguaglianze strutturali, razzismi ancora radicati, sfruttamento sistematico delle fragilità. Il male è tangibile, visibile, documentabile. Ma il bene? È ancora possibile riconoscerlo? È reale o è, piuttosto, un’illusione necessaria?

La crisi della morale collettiva

In una società sempre più segnata dai social network, dalla performatività, dalla visibilità a tutti i costi e dalla retorica dell’autorealizzazione, il bene fatica a imporsi come valore autentico. Il suo esercizio sembra subordinato a un tornaconto personale, anche solo simbolico: visibilità, riconoscimento, accettazione sociale, credito morale. 

Il volontariato, l’aiuto reciproco, la solidarietà, si tingono spesso di ambiguità. Lo facciamo per l’altro o per redimerci agli occhi del mondo? Il bene, così, rischia di diventare una strategia, non una scelta. Una forma sofisticata di egoismo morale.

Il sociologo Zygmunt Bauman, nella sua analisi della società liquida, ci mostra un’umanità in costante fuga dalla responsabilità etica. L’individuo postmoderno, liberato da legami tradizionali, è anche profondamente solo e spesso privo di strumenti per assumersi la responsabilità del bene collettivo. L’etica viene privatizzata, soggettivizzata, piegata al consumo. Il male resta sistemico, strutturale, mentre il bene si riduce a iniziativa personale, discontinua, spesso autoreferenziale.

Bene e male: categorie assolute o percezioni culturali?

Nel mondo globalizzato e iperconnesso, la distinzione netta tra bene e male sembra essersi frantumata. Culture diverse, valori differenti, visioni del mondo confliggenti rendono ogni pretesa di universalità morale estremamente fragile. Eppure, vi sono elementi che resistono: la tutela della vita, la dignità della persona, la condanna della crudeltà, il rifiuto dell’umiliazione dell’altro.

Il problema, oggi, è che il male non si presenta solo con i tratti feroci e riconoscibili del carnefice, ma si è fatto burocratico, tecnico, impersonale. 

La filosofa Hannah Arendt l’ha chiamato “la banalità del male”, riferendosi al grigiore amministrativo dello sterminio nazista: il male perpetrato da chi “eseguiva ordini”, da chi ha smesso di pensare. Ma non è forse anche il nostro tempo pieno di questo stesso male, mascherato da efficienza, da neutralità, da disimpegno?

La zona grigia dell’altruismo

Allora, un’altra domanda viene spontanea: è possibile agire per puro altruismo? Oppure ogni gesto buono è, in fondo, inquinato da un desiderio di riscatto, gratificazione, approvazione? La sociologia critica ci ricorda che ogni atto umano è inserito in una rete di relazioni, condizionamenti, aspettative. Anche il bene, dunque, può essere strumentale. Ma ciò lo rende meno vero?

Non necessariamente. L’impossibilità di un altruismo “puro” non annulla il valore dell’azione. In una società ferita dalla disuguaglianza, ogni gesto che raddrizza una minima stortura, anche se imperfetto, conserva una carica etica. Il problema nasce quando il gesto buono diventa spettacolo, narrazione, marketing morale. Quando si fa il bene per poterne parlare, per farlo sapere, per edificarci sopra un’identità pubblica.

Il male come rimozione dell’altro

Il vero male sociale, oggi, è l’indifferenza. È il non vedere, il non voler sapere, il voltarsi altrove. Non si tratta più di infliggere dolore direttamente, ma di accettarlo come “effetto collaterale” del proprio benessere. L’abisso etico in cui viviamo consiste proprio nella dissociazione tra le nostre scelte e le loro conseguenze: consumo senza coscienza, lavoro senza giustizia, benessere fondato sullo sfruttamento di altri corpi e territori.

In questo senso, la questione del bene non può essere separata da quella della giustizia. Non si può essere “buoni” individualmente in una società profondamente ingiusta. L’etica non è un affare privato, ma una costruzione sociale. E senza un impegno collettivo alla redistribuzione delle opportunità, delle risorse, dei diritti, ogni forma di bontà resta un gesto parziale, episodico, forse compiacente.

Verso una nuova etica pubblica

Serve una nuova grammatica del bene. Una morale civile che non si esaurisca nella carità, ma che si incarni nella giustizia. Un’etica della responsabilità, come la sognava il filosofo Hans Jonas, che tenga conto delle conseguenze delle nostre azioni sul futuro dell’umanità e della Terra. Un’etica del limite, della sobrietà, della cura. Non il bene come eroismo, ma come coerenza. Non il bene come eccezione, ma come norma.

Il bene, allora, non è una presenza ovvia. È una conquista. Una costruzione. Una resistenza. E non potrà mai essere pienamente visibile, perché non cerca di imporsi, ma di tessere. Il male ha effetti immediati e clamorosi. Il bene, spesso, lavora in silenzio. Ma resiste. Come una radice nascosta, che tiene in piedi l’intero albero.

Foto: archivio InLibertà

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