Favole e miti: una galleria dell’umana stupidità

favole e miti

Hansel e Gretel

Racconto una favola alla mia nipotina che ha dieci anni. Cerco di fare un po’ di letteratura perché con i bambini di oggi si rischia di apparire inadeguati. Fallisco subito con la favola di Hansel e Gretel. Quando arrivo al punto in cui, smarriti nel bosco, i due fratellini non trovano la strada del ritorno, perché gli uccelli si sono mangiati le briciole che erano state sparse sul terreno per identificare il percorso, la nipotina obietta: “ma che stupidi, non lo sapevano che le briciole fanno gola ad uccelli e formiche? Non hanno mai dato da mangiare ai piccioni? “

L’Iliade

Ho abbandonato le favole e sono passato alle leggende come quella del cavallo di Troia. Perbacco evocavo Omero! Anche qui i Troiani non hanno fatto miglior figura dei fratellini di Grimm. “Ma che stupidi i Troiani! Come potevano pensare che un cavallo di legno, così enorme da costringerli ad abbattere parte delle mura per portarlo dentro la città, fosse vuoto, come un uovo di Pasqua senza sorpresa!”.
Ci voleva un furbacchione come Ulisse per ingannare una popolazione di ingenui?

L’Odissea

Ho cercato di riabilitare Odisseo con l’episodio di Polifemo. Quando il ciclope accecato urla e chiede aiuto ai soccorritori che gli chiedono chi gli sta facendo del male risponde “Nessuno!” perché cosi Odisseo-Ulisse gli ha detto di chiamarsi. Qui c’è un gioco di parole fra il termine greco ouden (nessuno) e il nome Odysseus, che sarebbe per noi più comprensibile se l’assonanza fra i due termini fosse stata migliore. Ad esempio se Ulisse si fosse chiamato Nettuno e avesse lasciato intendere “nessuno”.
Ulisse sembra quasi non avere molta fiducia nella trovata e nella possibilità che Polifemo se la beva.
Ma Polifemo se la bevve. La nipotina non si occupa affatto del gioco di parole ma osserva: “ma l’inganno di Ulisse è così grossolano che non ci sarebbe cascato nemmeno Meo (il fratellino piccolo della sua amica del cuore).” Procedo un po’ sfiduciato e arrivo all’ulteriore astuzia costituta dal fare uscire se stesso e i compagni dalla spelonca passando sotto il ventre delle pecore, che per ragioni d’orario stanno uscendo a loro volta. Polifemo non si fida e passa le mani sulla groppa degli animali. Con l’ovvio risultato negativo e la fuga dei greci indenni. Ulteriore meraviglia della nipotina, non per la trovata di Ulisse ma per la dabbenaggine di Polifemo.
“Stupido d’un ciclope: ma visto che ti hanno accecato e vai a tatto, come puoi pensare che i fuggitivi montino in groppa alle pecore? Nonno trova una storia più credibile.”

Boccaccio e il bullismo

Con buona pace di Omero e dei narratori antichi tutte le storie di astuzie vincenti sono in realtà una dimostrazione della pochezza umana. Solo Boccaccio si salva.
Quando racconta di Bruno e Buffalmacco che fanno credere a Calandrino d’essersi reso invisibile e facendo finta di lanciare pietre a caso nella vana speranza di coglierlo “giù per lo Mugnone il vennero lapidando” parte già dalla premessa che la vittima sia un sempliciotto. Una storia crudele ma verisimile.
Di questa, proprio perché crudele, non ho fatto cenno alla nipotina. Anche se, forse, sarebbe stato utile per metterla in guardia contro le future esperienze del bullismo scolastico.


Foto di Seidenperle da Pixabay

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