Wimbledon: Federer intona la sua ottava sinfonia

IMG_7119Qual è la dote del fuoriclasse – o meglio – del “campionissimo”? Quella di far sembrare assolutamente naturali cose estremamente difficili. Si dice che Fausto Coppi, nel gruppo dei ciclisti della sua epoca, sudati, affaticati e semidistrutti dopo un “tappone” duro e interminabile, fosse riconoscibile perché era l’unico a giungere al traguardo con la maglietta linda e pulitina e i capelli ancora pettinati.

Ciò che si diceva per il “campionissimo” del ciclismo è oggi valido per un signore di trentasei anni che, con una facilità disarmante (6-3, 6-1, 6-4), senza una goccia di sudore, ha alzato per l’ottava la coppa di vincitore del più importante torneo di tennis del pianeta, quello di Wimbledon: sua maestà Roger Federer. Al suo fianco, lo sconfitto Marin Čilić, appariva fisicamente e psicologicamente distrutto, proprio come Bartali dopo la Cuneo-Pinerolo.

Federer si riappropria per l’ottava volta del trofeo di Wimbledon dopo che, alcuni anni fa, sembrava anche lui avviato verso l’inesorabile declino. Al 2012, infatti risaliva la sua settima vittoria. Sembrava esser risorto due anni dopo e ancora l’anno successivo quando, in entrambe le occasioni, aveva dovuto cedere in finale al serbo Novak Djokovic. Ma queste due finali, sulla sua superficie preferita – l’erba di Wimbledon – erano state le uniche da lui disputate nei quattro tornei tennistici più importanti, quelli del grand slam, nel quadriennio 2013-2016.

Un fuoriclasse ritrovato

Poi, quest’anno, la risurrezione: vince, dopo sette anni, gli Australian Open. Disputa pochissimi tornei per prepararsi all’impresa odierna. Diserta la terra battuta del Roland Garros, una superficie che non ha mai troppo amato e dove ha vinto una sola volta. Appare per la diciannovesima volta (ventesima, contando il torneo juniores del 1998, da lui vinto) sui campi dell’All England Lawn Tennis and Croquet Club con l’aura del predestinato.

La “facilità disarmante” di cui abbiamo fatto cenno, con la quale si è aggiudicato il torneo, è dimostrata dal fatto che ha vinto senza cedere nemmeno un set, impresa che non gli era riuscita in nessuna delle sue sette precedenti vittorie e che, prima di lui, solo altri quattro vincitori, con le regole attuali, hanno compiuto. L’ultima volta, risale al lontano 1976: autore, lo svedese Bjorn Borg.

Possiamo considerare Roger Federer il più grande tennista di tutti i tempi? I tifosi e gli esperti di tutte le discipline, ad ogni grande impresa sportiva, si pongono sempre questa domanda, che rimarrà sempre senza risposta. In campo tennistico, il responso è reso più difficile dall’adozione delle racchette metalliche, al posto di quelle di legno, che lo hanno reso – forse – uno sport differente da quello che era prima.

Il nostro Nicola Pietrangeli, interrogato in tal senso qualche tempo fa, ha elogiato il tennis dei suoi tempi (cioè gli avversari da cui, spesso e volentieri ha perso ma, talvolta, ha anche battuto). Ha espresso l’opinione che uno contro uno-una partita sola, al massimo della forma fisica, nessuno avrebbe battuto Lew Hoad; ha detto che un “rovescio” come quello di Ken Rosewall ancora lo deve vedere; infine ha ricordato che l’unico ad aver vinto, per due volte, nello stesso anno, tutti e quattro i tornei del grand Slam è stato Rod Laver (mentre a Federer ciò non è riuscito nemmeno una volta). Alla fine, però, ha ammesso che se si tiene conto di chi ha vinto di più, il più forte di tutti è stato Federer.

I numeri, infatti, depongono a favore di “sua maestà”: 8 vittorie a Wimbledon (record); 19 vittorie nei tornei del Gran Slam (record con distacco), dove detiene il record del maggior numero di incontri vinti (321) e ha partecipato al maggior numero di finali (29) e di semifinali (42). E’ anche il tennista che è rimasto per il maggior numero di settimane al primo posto nella classifica ATP (302). Onore dunque a sua maestà Roger Federer.

L’impresa non riesce a Venus

Se il trentaseienne svizzero ha suonato la sua ottava sinfonia, alla trentasettenne Venus Williams, in campo femminile, non è riuscita la sesta. Ha dovuto soccombere, infatti, alla ventitreenne Garbiñe Muguruza. La spagnola, testa di serie n. 14, non godeva dei pronostici della vigilia, in un torneo “orfano” della detentrice Serena Williams, assente per gravidanza. Le tenniste spagnole, infatti, formate sui campi in terra battuta, non amano quelli in erba.

Tutti dimenticavano che la Muguruza è nata in Venezuela e, già due anni fa, aveva raggiunto la finale, a Wimbledon. Garbiñe, infatti, è “diversa” dalle sue connazionali e, pur avendo trionfato l’anno scorso sulla terra battuta del Roland Garros, non disdegna le altre superfici. Anzi secondo noi, le sue caratteristiche fisiche (182 cm x 73 chili) e di gioco (battuta precisa e potente; serve and volley), la rendono una giocatrice ideale per le superfici veloci. Questa vittoria – secondo noi – la proietta verso un futuro radioso, tennisticamente parlando e la candida tra le aspiranti “top one” entro un tempo molto breve.

Tra gli italiani, solo due hanno raggiunto il terzo turno. Fabio Fognini, testa di serie n. 28, si è lasciato sfuggire l’occasione di battere l’idolo di casa, il campione uscente Andy Murray, in precarie condizioni fisiche. Di fronte a un pubblico che sosteneva sfacciatamente il britannico (alla faccia della “sportività” d’oltre Manica!), Fognini ha iniziato a “gigioneggiare”, mandando a rotoli un incontro che aveva in pugno.

Camila Giorgi, campionessa “in pectore”

In campo femminile si è fatta onore la marchigiana di origine argentina Camila Giorgi. La venticinquenne tennista è giunta al terzo turno, dopo aver sconfitto la statunitense testa di serie n. 17 Madison Keys, che tutti considerano l’erede delle sorelle Williams. E’ stata eliminata dall’estone Ostapenko (n. 13), fresca vincitrice del Roland Garros.

La Giorgi rappresenterebbe veramente il futuro del tennis femminile italiano. Possiede, infatti, una battuta tra le più potenti del seeding ed esprime con stupefacente efficacia tutto il repertorio della vera campionessa. La stessa Karolína Plíšková, attuale numero 1 del mondo, poche settimane fa, nella sua Praga, ha dovuto cedere di fronte alla scatenata marchigiana, in giornata di grazia. Unico tallone d’Achille: la paura di vincere.

Contro la Ostapenko, Camila è andata due volte a servire per il set, in vantaggio per 5-3, ed entrambe le volte ha perso 5-7. Contro la stessa Keys ha perso un set al tie-break, dopo aver avuto quattro set-point. La sua percentuale di “doppi falli”, già notevole, si concentra in occasione dei punti “decisivi”. Se riuscisse a superare questo “blocco mentale” – a nostro parere – potrebbe benissimo posizionarsi a lungo tra le top five. Sino a quel giorno, però, il nostro “tifo” non le mancherà.

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