Westworld: dove ogni cosa è concessa, meno che la verità

Alcuni scelgono di vedere la bruttezza, in questo mondo. Il caos. Io ho scelto di vedere la bellezza.”

Che la HBO ci avesse regalato negli anni pietre miliari della storia delle serie tv questo era oltremodo assodato. Dai lontani ed avanguardistici tempi di Sex and the city, o al successo intramontabile italoamericano de I Soprano, l’emittente è stata da sempre considerata una delle pioniere in fatto di dare alle serie uno smalto sempre più cinematografico.

Se si provasse a chiudere gli occhi e immaginare che esista un posto dove ogni desiderio più nascosto, ogni pulsione repressa per convenzione, educazione o semplicemente abitudine possa avere una via di fuga da sé stessi per diventare azione pura e semplice. Senza conseguenze, nessuna. Nemmeno per l’azione più malvagia.

E sembra un sogno, una cosa troppo bella, spaventosa e irreale allo stesso tempo.

E invece benvenuti a Westworld, dove tutto è concesso.

Come una famiglia sceglie fra Gardaland e Mirabilandia, in questo ambientazione gli adulti hanno la possibilità in questo parco a tema esteso mille e mille chilometri dove si viene catapultati nel vecchio west americano, un mondo a parte perfetto in ogni dettaglio ed ogni ambientazione.

Il parco è popolato da androidi dalle sembianze umane che hanno un ruolo all’interno della storyline corrente del periodo, e fra quelle scelte dall’ospite che ha varie opzioni avventurose all’interno delle quali potersi immergere. Uno scenario storico così onirico da mozzare il fiato.

Ma non tutto va come dovrebbe, a volte, andare nel selvaggio west.

La serie, un omaggio al film omonimo di Michael Crichton del 1973, possiede un carattere introspettivo e critico nei confronti dell’essere umano, che era già stato affrontato in altre serie dell’emittente come la meravigliosa True Detective del 2014, e mette in contrapposizione le meraviglie dell’ingegno umano e le sue più infide fragilità che la maggior parte delle volte surclassano i pregi.

Come in una bilancia falsata che mente fino alla fine per poi rivelare solo in ultimo addio la verità degli equilibri.

Un cast azzeccatissimo contribuisce a far emergere l’importanza che ogni singolo personaggio, sia esso robot o essere umano, con un filo così sottile che incanta lo spettatore e lo intriga sempre più a scendere alla ricerca del labirinto che è il nostro io e la nostra coscienza.

La coscienza non è un viaggio verso l’alto, ma verso l’interno. Non è una piramide, ma un labirinto. Ogni scelta poteva portarti vicino al centro o spingerti in una spirale verso l’esterno, verso la follia.”

Impossibile non citare i monologhi di uno straordinario Anthony Hopkins nella parte del “super cattivo” e creatore del mondo stesso, un piccolo grande Dio che parla e spiega le sue azioni ed ha la continua possibilità di confrontarsi con i suoi creati. (WTF?!?!?!!?)

E poi il creato parla e pensa, e come noi possiede in sé quell’intelligenza tale che lo porta a chiedersi chi è e perché è lì. Evan Rachel Wood, bellissima e semplicemente magistrale nel ruolo della prima “residente” del parco, si muove attraverso il sentiero della conoscenza per voler arrivare all’origine della sua esistenza.

Musicato da Ramin Djawadi, compositore già noto ed accreditato al grande pubblico per aver curato la soundtrack del famigeratoGame of Thrones, ha scaraventato la musica rock moderna in un mondo lontano e bellissimo nella sua cruda violenza.

Insomma, una serie tutta da vedere fino a tarda notte distribuita da SkyAtlantic sia in lingua originale (che consiglio sempre) sia in italiano.

E tu, ti sei mai chiesto cosa potresti essere?

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