Viaggio nel racconto italiano del novecento: Carletto in collegio

pila_di_libriL’arte del racconto è sublime: con poche pennellate verbali, viene narrata una vicenda e descritto l’intimo dei personaggi, viene racchiuso un intero universo. In poche pagine si condensano fatti ed emozioni, pensieri e sentimenti. Difficilissimo mantenere il giusto equilibrio tra gli uni e gli altri. Non basta il dono della sintesi. E’ necessario che alla brevità si unisca la capacità di scrivere, altrimenti ci ritroveremmo di fronte a meri sunti di libri mai nati.

Scopriamo insieme, dunque, quest’arte ingiustamente desueta, attraverso una lettura critica di alcuni tra i più significativi racconti del Novecento italiano, in una retrospettiva dedicata ogni mese ad un diverso autore.

Lo spazio è tiranno, però. E’ mio compito indagare in poche righe l’essenza dell’opera, offrendo la mia chiave di lettura, nella speranza di stimolare molte altre interpretazioni e molti altri approfondimenti.

Emilio De Marchi: Carletto in collegio

Secondo appuntamento con De Marchi. In questo racconto l’attenzione realista dell’Autore è focalizzata sull’affettività genitoriale in una netta spaccatura tra le abitudini contadine e quelle signorili. L’ho scelto perché, come vedremo, il tema ha un insospettabile aggancio con quanto accade in molte famiglie contemporanee.

La storia, in sé, non ha grandi spunti narrativi: una contessa e suo marito accompagnano in carrozza il figlio, Carletto, al suo primo giorno di collegio. Il marito ritiene di fare cosa giusta, dando al bambino, sin da piccolo, un’educazione aristocratica, allevandolo secondo le regole dell’alta società per il buon nome della famiglia; la contessa, invece, ritiene che il figlio dovrebbe stare ancora in casa con i genitori. L’amore materno le scoppia nel cuore, soffocando qualunque convenzione sociale. E’ profondamente rattristata e si chiude nei suoi pensieri, allontanando istintivamente il marito, artefice del suo forzato distacco dal figlio. Il viaggio di ritorno, dunque, li trova scuri in volto almeno quanto scuro è il cielo, che ben presto inizia a rovesciare pioggia torrenziale. La carrozza si rompe in prossimità dell’abitazione colonica di alcuni loro contadini, ben lieti di accoglierli in casa.

Nella sala con il camino, mentre la contessa si asciuga accanto al fuoco, entra Letizia, una delle giovani spose di quel nucleo plurifamiliare. Tiene in braccio il figlio in fasce e viene presto raggiunta dalla figlia, una bambina piccola ma già responsabile vice-madre per il fratellino. La donna inizia a parlare del neonato, del suo mondo di bisogni infantili. La contessa, lacerata nell’intimo per la separazione dal figlio, riesce a mala pena a sorridere. Il marito legge quella tristezza in silenzio, nell’ombra, immerso in riflessioni catartiche, tanto che, in ultimo, metterà in discussione se stesso, le proprie convinzioni, le proprie scelte.

La parte iniziale, davanti al collegio è nulla più di un antefatto, così come il viaggio di ritorno. Il clou del racconto è quando entrano nella casa dei contadini, avvolti in quell’atmosfera domestica tipica della prosa del De Marchi; un’atmosfera poetica ma non svenevole, intrisa d’anima e di gesti semplici che racchiudono il senso della vita. Lì si dipanano i sentimenti, si sciolgono i dubbi, si arriva a determinazioni contrarie alle premesse. Lì si svolge l’azione. Ed è un’azione perfettamente teatrale, dove la scena è idealmente divisa in due universi paralleli di affetti materni: da un lato la contessa, chiusa nel suo eremo morale, nel suo silenzio sdegnoso, nel suo lutto; dall’altro Letizia, la contadina con i due piccoli figli accanto a sé, padrona dei propri sentimenti, della propria vita, donna vera, autentica. Il lieve sorriso che, infine, schiarisce il volto della contessa è l’anima dell’amore materno: la felicità di quei bambini, liberi di crescere tra le braccia della madre, le dà gioia, anche se le sue braccia sono deserte. Il lettore può intravedere Salomone giudicante, dietro il sipario!

Tutte le altre figure sono un contorno: il cocchiere, gli altri contadini, al pari di Morello, il cavallo che conduce la carrozza. Persino il marito della contessa è figura diafana, inesistente, se non fosse per quel guizzo di vitalità che muove il suo pentimento, facendolo risorgere nella forza che profonde per combattere le proprie fallaci convinzioni, per tornare sui propri passi.

Il grande scienziato Feynman disse che a seguire la stessa strada degli altri si ottengono solo tante persone da superare. Anche De Marchi lo dice: i suoi personaggi sono redenti quando escono fuori dagli schemi di quella società decadente di cui è sublime cantore.

Questo racconto presenta un perfetto equilibrio tra poetica e realismo; un “realismo umano”, che, pur frutto di un’elaborazione delle istanze antiche nelle moderne, è diverso dal naturalismo di Zola come dal verismo di Verga. De Marchi indaga le ragioni dell’anima con impareggiabile partecipazione emotiva ed introspezione psicologica, accostandovi il moralismo che mai lo abbandona; moralismo che, in questo racconto, è forse meno evidente del solito, sebbene egualmente incisivo, intessendo un problema che trascende il personale vissuto dei protagonisti per investire le usanze frutto dell’educazione borghese.

Emilio De Marchi

Emilio De Marchi

E’ la carnalità del rapporto genitoriale, che viene violata; violazione che De Marchi denuncia, avversando l’assenza dei genitori nella vita dei figli. Del resto è figlio di una donna forte e tenace, padrona di una propria esistenza fondata sui più puri ideali risorgimentali, eroina delle Cinque Giornate milanesi, eppure madre affettuosa, educatrice, presenza costante.

L’argomento è quanto mai attuale.

Al tempo di De Marchi, colpevoli erano le regole non scritte dell’aristocrazia, in base alle quali i figli dovevano essere affidati in tenera età a collegi e severi istitutori affinché fossero forgiati intellettivamente e moralmente. Oggi, in questo XXI secolo che sbandiera il valore della famiglia, colpevoli sono le regole non scritte di una società che, attraverso l’uso sfrontato di una tassazione indecente e l’abuso di ruberie politiche capaci di depauperare il Paese nel profondo, costringe entrambi i genitori a lavorare duramente, con orari estenuanti, stipendi spesso da fame e precariato incombente, senza poter seguire personalmente i figli, affidati nella migliore delle ipotesi a scuole e dopo scuole.

Ancora una volta, dunque, De Marchi rivela modernità nel suo essere cantore del popolo e di temi che, spesso, restano uguali a se stessi nei secoli.

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