Viaggio tra i ‘Malati d’Europa’: la Spagna

COPERTINAAi noi italiani esterofili sembra strano che, per superare la crisi economica globale, un paese come la Spagna -da noi preso a modello sino all’inverosimile per la sua presunta efficienza economica- sia stato costretto a chiedere l’intervento del Fondo europeo di stabilità finanziaria, mentre l’Italia no. E’ vero, tuttavia, che fino al 2008, Madrid aveva registrato successi economici molto superiori, in quanto, dal 1992 al 2008, il suo tasso medio di crescita annua era stato del 3%, contro il modesto 1,3% dell’Italia.

Il “miracolo iberico”, però, era dovuto al fatto che la Spagna partiva da una base produttiva e di benessere molto debole e, per tale motivo, era riuscita a conseguire incrementi di produttività considerevolmente superiori di quelle di altre economie più “mature”. Inoltre, i governi madrileni che si sono succeduti, avevano puntato, per la crescita economica del paese, su enormi investimenti immobiliari e in opere pubbliche, quali lo sviluppo della rete autostradale e ferroviaria ad alta velocità, senza nemmeno tener conto del relativo impatto ambientale che, in Italia, avrebbe fatto impallidire i più fieri sostenitori della TAV e della “variante di valico” appenninica.

Nel 2009 il paese più a rischio d’Europa 

Finché, anche in Spagna, come pochi mesi prima oltre Oceano, la bolla immobiliare, inopinatamente cresciuta a dismisura, è esplosa, mettendo in crisi anche il settore bancario (che si era sovra esposto con i mutui) e tutta l’economia iberica. I prezzi delle case, nel solo 2008, sono diminuiti del 20% ma soprattutto, intere lottizzazioni residenziali sono rimaste invendute, mandando sul lastrico migliaia di imprese edilizie e a spasso milioni di lavoratori. Inoltre, il tentativo di puntellare il sistema bancario ha avuto pesanti ripercussioni sull’erario, incrementando oltre misura il deficit di bilancio e facendo sforare i parametri di Maastricht.

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Nel dicembre 2009, al paese iberico è stato attribuito il primo posto nel Misery Index di Moody’s, classifica costruita sommando disoccupazione (19,1% nel 2009) e rapporto deficit/pil (10,1%) e la Spagna fu definita «il paese più a rischio d’Europa» ancor più della Grecia, dell’Irlanda, del Portogallo e, chiaramente, dell’Italia.

Il dato macro-economico più drammatico per Madrid era – ed è tuttora – quello della disoccupazione, che è passata dall’11,3% del 2008 al 27% del 2013, con quella giovanile che, dal 24,6%, ha toccato il 53,2%. Per fare confronti con i dati del nostro paese, anch’essi affatto rosei, in Italia, nello stesso periodo, si è passati dal 6,7% all’11,8% e, nell’area giovanile, dal 21,3% al 35,3%. In termini assoluti, i disoccupati, in Spagna, hanno raggiunto, a fine 2013, la cifra incredibile di 6,4 milioni, cioè il livello più alto dai tempi della Guerra civile.

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Ma anche i dati relativi al Pil, relativi al settennio 2008-2014, risultano incresciosi per Madrid, essendosi registrata una decrescita complessiva del 16%, contro il “solo” 9,2% dell’Italia, nel medesimo periodo. Se si continua a prendere come riferimento Roma, il rapporto debito pubblico/PIL sarebbe favorevole alla Spagna, attestandosi attualmente intorno al 100%, contro il 135% del nostro paese. Ma è un dato che, se scomposto, dimostra come la crisi economico-finanziaria abbia inciso molto di più sul paese iberico, essendo tale rapporto passato dal 40,2% del 2008 al 100% attuale, mentre, in Italia, il deficit strutturale è passato dal 100% del 2008 al 135%. In Spagna, cioè, il deficit strutturale è aumentato di due volte e mezzo in sette anni, contro un aumento del solo 35% dell’Italia, nello stesso periodo.

2012. Richiesta di aiuto al Fondo salva-Stati

L’anno zero per la Spagna è stato il 2012 quando, con lo spread a 588 punti base, il premier Rajoy ha dovuto chiedere aiuto al fondo europeo salva-stati – che è intervenuto con il massimo consentito: 100 miliardi di euro – ma è dovuto sottostare alle riforme chieste da Bruxelles. In particolare si è dovuto procedere all’aumento delle tasse, alla soppressione delle tredicesime e alla riduzione delle ferie e dei permessi sindacali agli statali, alla riduzione del sussidio di disoccupazione al 50% della retribuzione, a tagli al sistema pensionistico e ai ministeri, all’aumento dell’Iva dal 18 al 21% e di quella ridotta dall’8% al 10%.

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In effetti, il mercato del lavoro spagnolo è diventato più flessibile, il settore finanziario è stato reso più solido e la bilancia dei pagamenti ha cominciato a migliorare . Sinché, nel 2014, il PIL è tornato a crescere (+1,04%) e, nel 2015, ha toccato addirittura il + 3,2% (in Italia, negli stessi anni, abbiamo registrato dei miseri -0,4 e +0,7%). Nonostante il recupero di quasi 900.000 posti di lavoro, tuttavia, la disoccupazione non è scesa al di sotto del 20,9%, quasi il doppio dell’Italia e i salari sono rimasti decisamente bassi.

La Spagna oggi: otto mesi senza governo

Ma il presunto superamento della crisi economica si è accompagnato dall’innestarsi di una crisi politica di cui, allo stato, non si vede fine. Il governo presieduto da Mariano Rajoy, infatti, è dimissionario dal dicembre dello scorso anno e non si riesce a costituirne uno che abbia la maggioranza alla Camera elettiva, in base alla Costituzione spagnola (bicameralismo imperfetto). Nel frattempo il sovrano ha sciolto per due volte in sei mesi il Parlamento e le elezioni hanno dato il risultato più frammentato dalla fine della dittatura franchista.

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L’unica soluzione, per evitare un nuovo scioglimento potrebbe essere una specie di governo di unità nazionale, me la mentalità spagnola è molto meno incline alle mediazioni politiche di quella di altri Stati e questo, forse, è il difetto principale di un martoriato paese che, nel secolo scorso, ha visto due dittature (Franco e Primo de Riviera) e una cruenta guerra civile. A ciò si aggiungono le istanze separatiste delle regioni economicamente più solide, come la Catalogna (che ha richiesto ufficialmente l’avvio dell’iter per la secessione, peraltro respinto dalla Corte costituzionale) e le Province Basche, a rendere ancor più fosco il futuro della Patria di Miguel Cervantes.

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