Via Margutta è una canzone d’amore

Via Margutta è una piccola strada del centro di Roma nel rione Campo Marzio, alle pendici del monte Pincio, dietro la famosa via del Babuino, nella zona nota come il quartiere degli stranieri.

L’etimologia del nome è dibattuta: qualcuno dice che derivi da Marisgutta, cioè ‘Goccia di Mare’, un vecchio ‘ruscello’ di scarico che scendeva dalla soprastante Villa dei Pinci per sfociare nella via. Altri, invece, la attribuiscono al soprannome “Margutte” di un barbiere della strada, Luigi, dal cognome francese “Margut” − casato presente a Roma da XV secolo.

La Via Margutta era in origine soltanto un vicolo secondario sul retro dei palazzi di Via del Babuino, nel quale si affacciavano i magazzini e le scuderie; era frequentato da stallieri, muratori, marmisti, cocchieri. 

Nel XIX secolo un arcivescovo belga, Saverio de Mérode, faccendiere del Vaticano, a seguito dell’unità d’Italia, intuì le enormi opportunità di sviluppo della città ed investì molto per acquistare i terreni delle pendici del Pincio, facendo smantellare gli orti e impiantare le fognature, per poi trasformare il secondario vicolo in una vera strada inserita nel piano regolatore.

Nonostante la radicale trasformazione, la strada ha conservato il particolare aspetto di “strada fuori porta”, con colori ed atmosfere che la rendono una sorta di museo all’aperto che ha affascinato i protagonisti della musica, della letteratura e della cinematografia; al civico 110 una targa ricorda che vi hanno abitato Federico Fellini e Giulietta Masina.

Luca Barbarossa ha dedicato una canzone a questa strada e mi ha raccontato come è nato quel brano e perchè. 

«Via Margutta è una canzone significativa per il luogo specifico; è la strada della mia infanzia perché sono nato in un vicolo adiacente, Via S. Giacomo. 

Non ne comprendevo il fascino fino a quando mio nonno mi portò all’interno di uno dei suoi grandi portoni. Entrai così in un “mondo” che da fuori non si percepisce, fatto di storie, di segreti e di cortili, tutte cose che non si vedono perché nascoste dalle facciate dei palazzi. Ci si arrampicava su scale, scalette e mansarde che conducono sui tetti di Roma, lì dove sono nate le opere dei pittori di un tempo, di quegli artisti oppositori del regime fascista che non potevano esprimersi e lavorare nella piena libertà e visibilità.

Roma era vittima dell’invasione nazista; gli artisti si incontravano, si confrontavano, si incoraggiavano “sfruttando” la clandestinità favorita proprio dai passaggi nascosti, dai retrobottega e dai cortili interni comunicanti tra di loro. 

Qui mio nonno ha salvato la vita ad un bambino ebreo; la sua famiglia era stata presa e condotta in un campo di concentramento dal quale non avrebbe mai fatto ritorno. Mio nonno riuscì a salvare quel bambino, rimasto da solo, tenendolo chiuso in un’intercapedine, nascosto tra due tele di quadri. I nazisti non riuscirono a trovarlo in quel meraviglioso nascondiglio.

Via Margutta è una canzone d’amore: quel luogo esatto, sotto lo stesso cielo dove giocavo, dove sognavo e dove iniziavo ad innamorarmi, era stato un luogo di terrore, di violenza, di bombe, di guerra e di morte. Ma anche un luogo dove,  nonostante tutto, riusciva a sbocciare l’arte dei pittori e l’amore dei giovani clandestini.

Da adulto sono tornato in uno studio di pittura in Via Margutta; come prima cosa ho pensato che quella fosse l’altezza ideale per guardare Roma, a “mezza costa” tra la collina del Pincio e le strade del centro storico. Quella è un’altezza da cui si riescono a percepire ed apprezzare le sovrapposizioni, le sfumature e la particolare tridimensionalità di Roma. Evidentemente quel ritorno,  in quel luogo esatto, ha fatto riemergere i vecchi racconti, le emozioni e le fantasie di quel bambino, e consentito di restituirli alla mia memoria per essere tramandati.» 

N.d.R.

(L’intervista a Luca Barbarossa è tratta dal libro “L’Italia delle canzoni” di Italo Mastrolia, Graphofeel Editore, 2017

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