Vestiti da viaggio

alberto sordi-anna longhi 2Se potessi scegliere un super potere, chiederei il teletrasporto: vorrei schioccare le dita e voilà! essere lì dove devo andare, senza taxi, treni, aeroporti ed aerei.

Tuttavia, poichè sono una comune mortale, eccomi di nuovo in fila al check-in, poi in fila ai controlli di sicurezza, e poi a vagare per l’aeroporto in attesa dell’imbarco.

Come impiegare quell’ora di tempo? Nel corso degli anni ho fatto un po’ di tutto: depauperarmi con lo shopping; mangiare pietanze orribili; giacere su di una panca a leggere; abbuffarmi di tramezzini nelle lounge.

Adesso mi limito ad aggirarmi osservando la gente.

A giudicare da quel che vedo, la scelta dell’abbigliamento deve affliggere buona parte dei viaggiatori; anche mia madre, quando deve partire, mi domanda immancabilmente:

“Come mi vesto?”

“Eviterei sia i tacchi a spillo che le camicie da notte, mamma. Per il resto, mi atterrei al tuo abbigliamento abituale… o pensavi a qualcosa di folcloristico?” e a quel punto lei mi risponde, da anni, sempre nello stesso modo:

“Io voglio stare comoda. Mi metto la tuta.”

La tuta, quell’indumento orribile di due tipi: 

  1. Acetata anni ’80, un sintetico a rischio elevatissimo di autocombustione, oggi fa molto Francesco Totti, utilizzo vietato dai primi anni ’90 quando il buon gusto  ritrovato l’ha messa al bando.
  2. Felpata, dopo mezz’ora che la indossi si è allargata di tre taglie, ha fatto i bozzi sulle ginocchia e, causa le tre taglie in più, i bozzi sono calati a metà stinco e pari deforme mentre le maniche pendono come fossi uno dei Sette Nani.

Il bello è che mia madre non uscirebbe mai con una tuta, nemmeno per andare a buttare la spazzatura, eppure, quando viaggia, non c’è niente da fare: tuta azzurrina, che sembra pure un pigiama.

“Mamma, veramente…” tento di dirle ogni volta, e lei, subito:

“Io così sto comoda.” con un tono che non ammetterebbe repliche.

“Ma perché, i tuoi abiti di ogni giorno ti fanno soffrire? Fossi grassa capirei, ma così…”

“Senti, tu vestititi pure tutta in tiro, io sto bene così.” mi risponde seccata.

“In tiro io? Io che manco possiedo un paio di scarpe con il tacco?”

“Sì, sì, fai come vuoi, a me la mia tuta piace.”

E quando mi dice così so per certo che sta tentando una disperata difesa, mentendo. Perché mia madre ha un enorme buon gusto, inconciliabile con la tuta.

“E il papà?”domando, cercando di dare un tono neutro alla domanda “Come si veste?”

“La tuta anche lui.” risponde lei innervosita, “Blu. Bellissima.” insiste, “E la felpa ha il collo bordato con il tricolore.” A quel punto mi cascano le braccia.

Perché ci sono poche cose tristi come un uomo non più giovanissimo con la tuta di cui sopra, inesorabilmente di tre taglie in più. Per non parlare della felpa “Bertolaso”, sulla quale voglio calare un velo pietoso. Ancora una volta tra giacca e cravatta e tenuta da Sette Nani esistono una serie di validissimi compromessi che mia madre, per motivi misteriosi, se viaggia in aereo si rifiuta di prendere in considerazione.

Tra i viaggiatori, però, i miei non sono quelli vestiti peggio: a loro discolpa, dò atto che, almeno, stanno comodi (stavo per scrivere “belli comodi” ma no, “belli” era davvero inappropriato).

Vogliamo parlare di quelle che arrivano con gli stivali e si innervosiscono quando sono costrette a toglierli per i controlli di sicurezza? Mezz’ora lì, a slacciare e riallacciare la calzatura, ma come ti va? E poi, scusate, solo a me si gonfiano le gambe in aereo? Io mi ritroverei a scendere scalza, con gli stivali a tracolla.

E quelli che devono andare al mare con la famiglia ma viaggiano con la giacca dell’abito e le scarpe stringate di cuoio? Ma perché, perché se stai andando a Santo Domingo ti sei messo la giacca fresco lana e quelle scarpe? Pensi davvero di farci una passeggiata sulla spiaggia?

E poi c’è il mio vicino.

C’è un momento, mentre osservo la gente in aeroporto, in cui sono come folgorata da un’intuizione: eccolo, penso, quello sarà il mio vicino di posto. Per gli strambi ho un fiuto da paura ed oggi lo ho visto ed è stato un flash:

“Dio, ti prego, dimmi che mi sbaglio, fa che lui non stia sul mio volo e se proprio deve, non stia accanto a me.”

Ed eccotelo qui, è lui: Jean François, svizzero, 62 anni (compiuti il 19 settembre, per la precisione. Ho spiato mentre compilava la landing card). È alto un metro e mezzo, in evidente sovrappeso, ed indossa: stivali, salopette di jeans con zampa ad elefante sopra ad una camicia scozzese da cowboy, giacca di pelle rossastra con 15 centimetri di frange che pendono dalle maniche, numerose collane di metallo e pietre finte e, forse per darsi quel tocco in più, cappello marrone a tesa larga con un ricamo di perline, modello Clint Eastwood in “Il buono, il brutto, il cattivo”. E mentre le sue dannate frange mi solleticano le braccia, lui, con lo sguardo trasognato del miope e del pirla insieme, effettua un’accurata pulizia delle sue narici.

È proprio vero, al peggio non c’è mai fine: mamma, ripensandoci, la tua tuta è bellissima!

Nota dell’autore.

Ogni riferimento a fatti realmente accaduti o a mamme effettivamente esistenti è puramente casuale e i distinti signori che potreste incontrare in aeroporto, lei con una tuta azzurrina e lui con una felpa “Bertolaso”, non sono, ripeto, non sono i miei genitori.

Nella foto, Alberto Sordi e Anna Longhi nel film “Dove vai in vacanza?”

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