Una bandiera sul porto di Lipari per ricordare la X^ Flottiglia MAS

IMG_7563Recentemente ha sollevato molte polemiche la scelta del gestore del pontile di Lipari di issare sul pennone la bandiera della Decima Flottiglia Mas.

Fotografata da un turista e postata su Facebook, la bandiera ha fatto il giro del Web provocando recriminazioni ed accuse di apologia del fascismo.

Come altrove detto, in base all’interpretazione della Corte Costituzionale che, nel 1957, ha correttamente tenuto conto della libertà di manifestazione del pensiero, l’applicazione della legge Scelba sull’apologia concerne soltanto le condotte volte alla ricostituzione del partito fascista, e questa non sembra rientrarvi. Quel che temo, piuttosto, è che, in alcuni casi, probabilmente non in questo, sull’onda dell’involontaria pubblicità suscitata dai social, dietro l’esibizione di certi simboli del passato possa celarsi solo un desiderio individuale di visibilità ed, in questo caso, sarebbero proprio gli accusatori di apologia a realizzare la tanto temuta diffusione e riesumazione ideologica.

Ho letto i commenti più disparati sulla questione. Pochi mostrano una conoscenza effettiva della Decima Flottiglia Mas. E, siccome persino al mio Angelo Custode ho dato nome Storia, vorrei spendere qualche riga per riassumere molto brevemente chi furono i marinai che quella bandiera rappresenta.

Quando fu annunciato l’armistizio, l’8 settembre 1943, New York stava per essere attaccata dalla Marina Militare italiana in un’operazione particolarmente complessa e rischiosa; un’operazione che solo una flottiglia poteva pensare di mettere in atto: la Decima Mas, da tempo inquadrata in formazione autonoma. Alcuni CA, piccoli sommergibili collaudati nel lago di Iseo e portati al largo di New York da sommergibili più grandi, si sarebbero insinuati nell’Hudson al fine di attaccare gli impianti e le navi americane.

Stemma Decima MasI marinai della Decima erano addestrati duramente, sia sotto il profilo fisico che psicologico. La prima regola del loro decalogo era “Stazitto“. Questo valeva tra di loro, ma soprattutto nei rapporti con i propri familiari, con il resto del mondo. In un caso persino il Ministero degli Esteri fu lasciato all’oscuro di un’operazione che avrebbe richiesto un suo intervento. Si preferì prelevare carte e timbri da palazzo Chigi, senza spiegazioni. E nel segreto operavano anche gli scienziati del centro bio-medico che seguivano serratamente la salute dei combattenti, tenuto conto dello sforzo fisico richiesto in ogni azione. Tutti loro vivevano in una sorta di isola invisibile, di microcosmo a parte, staccati dal resto del mondo. La segretezza delle loro operazioni, della loro stessa esistenza era tutto. Teniamolo a mente, perché ci aiuterà, in parte, a capire quanto accadde dopo l’armistizio. Il motivo di tanto celarsi è presto spiegato: i marinai della Decima non si limitavano a combattere tradizionalmente in battaglia, ma si infiltravano nelle basi nemiche, violavano i porti degli avversari per poter colpire la loro flotta nel momento di massima vulnerabilità e lo facevano con mezzi che li esponevano ad un estremo pericolo e che richiedevano un effetto sorpresa. Il primo di essi era il cosiddetto maiale, ossia il siluro a lenta corsa (SLC), che Teseo Tesei ed Elios Toschi, del Genio navale, progettarono partendo da un vecchio motore di ascensore. Il maiale era un sottomarino di circa sette metri, con una testata esplosiva staccabile contenente 300 chili di esplosivo. Doveva essere cavalcato in immersione da due sommozzatori, i quali dovevano fissare alla nave nemica la parte esplosiva, collegandola con un cavo ai due lati dello scafo e regolando l’esplosione a tempo. Il secondo mezzo d’assalto che usavano era il barchino esplosivo, ossia il motoscafo turismo modificato (MTM) contenente anch’esso 300 chili di esplosivo, progettato dal duca Amedeo d’Aosta e da suo fratello Aimone di Spoleto. Veniva guidato da un solo marinaio, il quale lo lanciava, a timone bloccato, contro la nave nemica, tuffandosi in acqua poco prima. Il marinaio del barchino non aveva il disagio di agire in immersione, ma aveva quello, altrettanto imponente, di poter essere visto mentre si avvicinava al nemico. Il terzo mezzo d’assalto era il bauletto esplosivo, piazzato sulla chiglia della nave nemica da abili nuotatori: di notte, con il viso tinto di nero ed una maglia nera attillata, costoro si immergevano nelle acque nemiche con bauletti esplosivi attaccati alla cintura e nuotavano per due o tre chilometri fino a giungere alla nave da minare.

Il 25 marzo del 1941 nella baia di Suda, a Cipro, è ricoverato l’incrociatore York di 10.000 tonnellate, più altre navi. Sei uomini della Decima Mas, a bordo di altrettanti barchini carichi di esplosivo, si avvicinano al porto e superano le prime ostruzioni. Notte. Anche un solo rumore può denunciare la loro presenza. Scivolano sull’acqua. Sono in mezzo alle navi nemiche, sotto i fasci di luce proiettati dalle sentinelle, tra bocche di fuoco che, se dovesse scattare l’allarme, li annienterebbero. L’ordine è attendere l’alba. Così fanno. Dopo di che scatenano l’inferno, affondando l’incrociatore britannico ed altre tre navi mercantili. Vengono fatti prigionieri. Hanno un codice segreto per comunicare attraverso le frasi standard scritte su cartoline dirette alle famiglie: “Il 27 marzo domandai di scrivere alla famiglia” racconterà uno di loro “e, col cifrario convenzionale, comunicai la cattura da parte del nemico di un MTM inesploso”. La sua unica preoccupazione.

Per capire la temerarietà ed il valore di questi uomini, però, conta conoscere il senso del dovere che erano capaci di mostrare anche quando era chiaro che l’obiettivo non sarebbe stato raggiunto. Mai un cedimento. Nel 1940, infiltratosi oltre le ostruzioni nemiche del porto di Gibilterra, uno dei maiali della Decima si guasta a pochi metri dalla nave da minare, adagiandosi sul fondo. Uno dei due marinai è costretto a salire in superficie perché non ha più aria. Ebbene, l’altro, tal Birindelli, pur avendo pochissimo ossigeno a disposizione, tenta di trascinare a mano il siluro sul fondale del porto; e lo fa fino a sentirsi scoppiare i polmoni, fino a perdere sangue dalle orecchie, fino a svenire. Non muore. Successivamente, parlando di quell’azione, non darà mai l’impressione di aver fatto qualcosa di eccezionale: era il suo dovere. La definisce solo “un grande sforzo”.
Descrivere queste azioni è facile; immaginare di compierle, quasi impossibile.

Nel 1941 la Decima Flottiglia Mas, oltre a far saltare l’incrociatore York ed i tre piroscafi mercantili a Cipro, affonda una nave di 28.000 tonnellate a Gibilterra; quindi le corazzate Valiant e Queen Elizabeth, nel porto di Alessandria. Negli anni seguenti taglia ai russi i rifornimenti nel Mar Nero ed affonda una loro motonave; cosa che le riesce anche con un caccia tipo Jervis presso El Alamein e con quattro piroscafi, sempre a Gibilterra, nonché altri cinque ad Algeri; distrugge navi nemiche per 24.000 tonnellate nel porto di Alessandria e Mersina e per 23.000 tonnellate ancora a Gibilterra. Altre azioni, parimenti eroiche, non portano ad affondamenti di navigli nemici, ed anzi conducono a morte i marinai impegnati, come accade a Malta. In quell’operazione Tesei non potendo armare adeguatamente la testata del siluro, poiché il radar terrestre aveva messo in allarme gli inglesi, i quali, dunque, avevano iniziato a bombardare, decide di demolire l’ostruzione facendosi saltare. Molti altri della Decima muoiono, quel giorno, senza neanche provare a battere ritirata. Ad alcuni verrà assegnata la medaglia d’oro al valor militare, ad altri quella d’argento.

La guerra è sempre un evento di straordinario sconvolgimento e dolore, di distruzione, di incomprensibile, lacerante strazio. Tuttavia, quando un Paese entra in guerra, i soldati combattono e devono farlo al meglio. Orbene, la Decima Mas è passata alla storia per aver compiuto imprese ancora oggi ineguagliate.

L’eroismo dimostrato dai marinai della Decima è universalmente riconosciuto persino dagli ex avversari, ai quali non si può certo contestare l’apologia del fascismo. Winston Churchill sfidò il muro politico ed ideologico che separa i nemici per tessere le lodi della Decima Mas davanti alla Camera dei Comuni, parlando del loro “straordinario coraggio”. Edward Jackson, vicegovernatore di Malta, a proposito del fallito attacco nel suo porto, dichiarò con ammirazione: “questa impresa ha richiesto le più alte doti di coraggio personale”.

Pertanto, cosa dovrebbe impedire, oggi, di ricordare il loro eroismo? Forse ciò che accadde dopo l’armistizio, potrebbe essere obiettato.

Valerio Borghese, comandante della Decima Mas, aveva sposato la causa italiana come una missione. Pertanto, quando la mattina dell’8 settembre apprende la notizia dell’armistizio, stenta a credere di dover rinunciare all’attacco di New York ed agli altri progetti militari; vede la guerra che prosegue intorno a lui e non capisce il perché di quell’ordine di smantellamento della flottiglia.

Tutte le Forze Armate restano inizialmente attonite per quell’armistizio, per quell’improvviso disarmo ordinato da Badoglio proprio mentre il nemico è sbarcato nel sud della penisola. C’è disorientamento, caos. All’improvviso ci si rende conto di non dover più attaccare il nemico ed, al contempo, di dover attendere l’attacco dell’ex alleato, che, infatti, sin dal giorno successivo, come prima di una lunga serie di offensive, bombarderà ed affonderà la corazzata Roma diretta, con il resto della flotta, all’isola di Maddalena, tra le mani degli inglesi. Nella Marina Militare non è solo la Decima Mas a contrapporsi fortemente all’armistizio. Il comandante delle Forze navali ammiraglio Bergamini, che morirà a bordo della corazzata Roma, ed i suoi stati maggiori, preavvisati dell’imminente armistizio, si sentono traditi e manifestano il desiderio di autoaffondare le navi piuttosto che sbarcare nei porti nemici. “Il ministro della Marina, Raffaele De Courten, ricorse a tutti gli argomenti per essere ubbidito e si appellò ad un preciso ordine del Re. Usò perfino l’ascendente del grande ammiraglio Thaon di Revel, ormai novantenne. […] L’ammiraglio Bergamini ubbidì, ma non poté impedire che, a bordo, gli animi si dividessero” [Quintavalle].

Anche la Decima MAS fa la sua parte; e non una parte da poco, certo. Borghese raduna i suoi ragazzi, dà loro comunicazione dell’avvenuto armistizio e li lascia liberi di andare via. Lui resterà e continuerà a combattere una guerra che non si rassegna d’aver perso, che non crede finita, che non vuole trasformi l’Italia in un mero campo di battaglia. Anche i suoi ragazzi restano. E’ il loro comandante. Per anni hanno affrontato pericoli inenarrabili insieme, fidandosi l’uno dell’altro. Può, ora, venire meno quella fiducia, quell’abnegazione? Ricordiamo quel non trascurabile particolare dell’obbligo al silenzio, perché è una chiave di lettura fondamentale delle loro azioni: per anni il mondo esterno era filtrato nella loro vita attraverso silenzio e menzogna; solo con gli altri della Decima Mas potevano essere se stessi. L’obbligo alla segretezza militare cementa l’appartenenza al corpo che viene quasi a sostituire l’affetto familiare. Non è un caso che si usi la parola “corpo”: la comunità di combattenti diviene un solo essere con tante anime. Accade ancora oggi ai gruppi militari od ai corpi di polizia specializzati, che devono agire nella segretezza. Restano uniti, dunque.

Gli alleati, nel frattempo, sono entrati in Italia e la loro avanzata non è incruenta. La guerra prosegua incessante; l’Italia non sembra solo una Nazione da liberare, ma un territorio da radere al suolo, al fine di sconfiggere la Germania.

Borghese decide di scavalcare anche Mussolini e di stringere alleanza direttamente con i tedeschi, continuando a combattere al loro fianco.

Una scelta di guerra ad armistizio firmato; una guerra che, concretamente, sarebbe finita solo due anni più tardi; una guerra che gli stessi alleati combatterono, tra il ’43 ed il ’44, senza esclusione di colpi, bombardando obiettivi civili, persino asili nido, come accadde a Roma, nell’attacco alla Garbatella del marzo 1944, pur di snidare il nemico tedesco, di bloccargli trasmissioni e spostamenti, in una Capitale che, stando al comunicato di Badoglio dell’agosto ’43, avrebbe dovuto essere “città aperta”.

Questa è la storia della Decima Flottiglia Mas. Pensare, come ho letto in questi giorni tra le polemiche sui social, che la loro bandiera rappresenti un’offesa per la Nazione solo in virtù di ciò che accadde dopo l’8 settembre 1943 è un insulto al sangue che quei ragazzi hanno versato negli anni precedenti, in una guerra che non era la loro guerra, ma la guerra della loro Patria e mal si concilia, peraltro, con gli onori ricevuti e le cariche rivestite in epoca repubblicana. Se non ricordo male, uno dei combattenti della Decima Flottiglia Mas, Luigi Durand de la Penne, fece carriera politica fino a diventare Sottosegretario di Stato alla Marina Mercantile nel secondo governo Andreotti.

Non mi stancherò mai di ripeterlo: la Storia è Storia. Non va cambiata, non va fraintesa, non va imbavagliata, non va cancellata.

Secondo me, nella bandiera issata a Lipari, non solo non c’è apologia ma nemmeno nostalgia della guerra, od offesa ai combattenti infine vittoriosi; c’è solo il desiderio di ricordare, a pochi giorni dal settantaquattresimo anniversario dell’armistizio, una parte dei nostri marinai che hanno combattuto coraggiosamente e sono morti eroicamente nella Seconda Guerra Mondiale.

Lo hanno fatto per una guerra ingiusta? Mi chiedo quale guerra non lo sia.

di Raffaella Bonsignori

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata

Per inserire il commento devi rispondere a questa domanda: *