Trattativa. Intervista a Giorgio Carta, avvocato del maresciallo Masi

FullSizeRenderOggi intervistiamo l’avvocato Giorgio Carta, legale del Maresciallo dei carabinieri Saverio Masi che è testimone nel processo Trattativa Stato-Mafia ed autore di una denuncia su asseriti ostacoli istituzionali frapposti alla cattura dei boss della Mafia.
Cominciamo dunque con qualche cenno sui due protagonisti della storia: il Maresciallo Masi e l’avvocato Giorgio Carta.

SAVERIO MASI
Nato a Palermo 19 dicembre 1970, all’età di 10 anni assiste all’uccisione del capitano dei carabinieri Emanuele Basile, avvenuta durante la processione del Santissimo Crocefisso a Monreale, per mano della mafia.
Dopo la formazione presso la scuola sottufficiali dei carabinieri, svolge la sua attività in Campania e viene impegnato nel contrasto alla camorra. Nel 2001, torna in Sicilia e presta servizio presso la sezione investigativa di Palermo.
Qui si dedica sulla cattura dei due più pericolosi latitanti di Cosa Nostra, Bernardo Provenzano e Matteo Messina Denaro.
Attualmente è il capo scorta del giudice antimafia Antonio Di Matteo, il magistrato balzato alle cronache per le “attenzioni “ di Totò Riina nei suoi confronti. Nel 2010 viene chiamato a testimoniare nel processo contro il Generale Mori ed il Colonnello Obino, per la mancata cattura di Provenzano.
Nel 2013, il Maresciallo Masi, seguito poi dal collega Salvatore Fiducia, presenta denuncia contro alcuni superiori asserendo di essere stato ostacolato nelle indagini e nella relativa cattura dei boss alla Procura di Palermo.
Nello stesso anno, Masi viene condannato dalla Corte di Appello di Palermo a 6 mesi di reclusione (pena sospesa) per falso materiale e tentata truffa, per aver chiesto di annullare una sanzione del codice della strada del valore di 106 euro, subita in servizio con un’auto privata. Il processo è ora pendente in Cassazione.
Masi sarà testimone della pubblica accusa anche nel processo sulla Trattativa Stato-Mafia ora in svolgimento a Palermo.

GIORGIO CARTA
Avvocato cassazionista, è stato un ufficiale di complemento dell’Arma dei Carabinieri ed oggi è presidente Onorario dell’ASFOA (Associazione Sostenitori Forze dell’Ordine e Armate). Come avvocato, ha scelto di difendere solo poliziotti e militari.  E’ un uomo senza dubbio coraggioso e fuori dalle righe. Il suo nome è legato a battaglie molto significative, quali quella sulla pericolosità delle vaccinazioni ai militari e sulle molestie sessuali in caserma.  Una volta ha affermato “non si può fermare la rete. Si può fermare la stampa ufficiale”.

Ebbene noi di Inlibertà.it cogliamo l’occasione per parlare di Saverio Masi, l’icona dell’antimafia “accantonata distrattamente” dai media tradizionali.

Chi è Saverio Masi: l’uomo, il militare, il capo scorta, l’icona antimafia?

Saverio Masi è un maresciallo dei carabinieri che ha presentato una denuncia, attualmente al vaglio della magistratura di Palermo, con la quale ha riferito di ostacoli di varia natura asseritamente subiti da alcuni superiori. Non specifico null’altro al riguardo perché le indagini per verificare la fondatezza della denuncia sono ancora in corso.

Perché ha accettato di difenderlo, viste le bizzarre “congiunture astrali”?

Quando ho deciso di assisterlo, sapevo di andare incontro aduna situazione complicata e rischiosa. Purtroppo, i fatti mi hanno dato ragione, ma lo rifarei altre 100 volte. La mia filosofia di vita e professionale mi porta a non difendere chi so essere colpevole e, viceversa, a battermi con tutte le mie energie per i militari e poliziotti che io personalmente ritenga onesti. Soppeso e valuto attentamente chi mi chiede di difenderlo e Masi mi è sembrato subito una persona mossa da un genuino desiderio di giustizia. Ha riferito fatti molto gravi e la mia coscienza di avvocato e di cittadino, che vuole contribuire a migliorare il proprio Paese, mi ha imposto di assisterlo nella presentazione della sua denuncia, affinché la fondatezza delle sue accuse fosse vagliata nelle opportune sedi.

Il nome del maresciallo è conosciuto nell’ambito dell’antimafia, ma al di fuori e in larga scala è pressoché sconosciuto, nonostante il grande impegno e nonostante sia il capo scorta del giudice più a rischio d’Italia. Secondo lei è sufficiente parlare in rete?

Potendo scegliere, direi che non è sufficiente. Proprio oggi leggevo che l’Italia è precipitata ulteriormente nella classifica della libertà di stampa. Siamo al 74esimo posto al mondo, pare, a causa dei troppi controlli sulla stampa e dei troppi giornalisti denunciati per diffamazione.
Il caso di Masi è esemplare, visto che pressoché tutti i giornalisti della tv e della carta stampata che hanno raccontato della sua denuncia sono finiti sotto processo per diffamazione. Non solo, sono finito sotto lo stesso processo per diffamazione a mezzo stampa anche io, il suo avvocato.
Lo affronterò con determinazione e con la certezza di avere agito correttamente.
Mi è capitato di relazionarmi con molti giornalisti. Taluni sono davvero coraggiosi, ma molto spesso non lo sono i loro direttori che probabilmente preferiscono evitare problemi. Molti si dicono interessati a certe storie, ma poi non riescono a trovare lo sbocco della pubblicazione. In questo contesto drammatico per la libertà di stampa e di informazione, internet è senz’altro un’importante alternativa.
L’informazione on line, non ha ancora, secondo me, un impatto paragonabile a quello della stampa tradizionale, ma è sicuramente capace di informare chiunque voglia essere informato. Questa è la grossa differenza tra la stampa ufficiale e la rete. L’informazione su internet è a disposizione di chi cerca e, più o meno, sa già cosa cercare. La stampa ufficiale ha la capacità di recapitare una notizia anche a chi non la cercava. La notizia diffusa tramite la radio o la televisione, infatti, ti raggiunge al bar, dal barbiere, ovunque tu sia. L’informazione su internet esiste, ma richiede una specifica ricerca. Così, però, talune notizie importanti rischiano di restare sepolte, ovvero disponibili ma non conosciute.

Come vive, da uomo e da avvocato, la contraddizione apparente del trovarsi sotto processo per aver svolto il suo dovere?

Umanamente mi dispiace, ma mi dispiace ancor più sul piano della fiducia nello Stato, che mi auguro di non perdere mai. Essere sotto processo per aver riferito una notizia mi stupisce, essendomi limitato a riferire della avvenuta presentazione di un denuncia da parte di due miei assistiti, senza con ciò attestarne io la rispondenza al vero. Questo è compito della Magistratura, quindi mi sono guardato bene dal dare per provati i fatti denunciati, che infatti ho sempre riportato senza indicare i nomi delle persone coinvolte e con la dovuta formula dubitativa.

Lei ha affermato che “Quando un uomo da solo combatte contro poteri fortissimi è fondamentale la partecipazione degli anonimi”. Saverio Masi è uno di essi e secondo me anche lei. Quanto crede nella forza degli “anonimi” e che contributo, almeno in termini di sostegno morale, offrono a persone “speciali” come voi?

La gente, i cittadini sono una componente molto importante per il singolo che decide di cimentarsi in una battaglia civile. Lo vivo spesso sulla mia pelle.
Si tratta spesso dell’unica risorsa che consente di resistere psicologicamente al peso della situazione innescata. E’ un sostegno importante che, tuttavia, risolve solo una parte del problema, ovvero quella psicologica e dell’isolamento, ma poi, come è noto, “quando si muore, si muore soli” e, a maggior ragione,quando si va sotto processo, ci si va da soli. Direi, quindi,che l’apporto della gente è fondamentale, incoraggiante, ma non risolutivo.

Considerando il panorama della giustizia italiana, paradossalmente lei sembrerebbe un “Avvocato delle cause perse”, nel senso che se la giustizia segue spesso corsi ingiusti, uno che si batte per cause giuste rischia di essere schiacciato dal sistema. Una sua opinione sulla mia provocatoria osservazione.

Probabilmente mi merito questo epiteto. Non saprei e mi vien da sorridere, ma bisogna sempre vedere l’esito finale delle storie. Le cerco difficili, questo sì, spesso già compromesse, ma questo è colpa della mia irrinunciabile pulsione per la ricerca della verità e é della mia avversione ai soprusi.

Il caso Masi sembra partorito dalla penna di Manzoni: c’è Don Rodrigo (la mafia e le istituzioni deviate), Don Abbondio (i codardi, tra cui certa stampa e certa magistratura) e tanti “Renzo”, tra cui lei e Saverio Masi. Si ritiene positivo per gli sviluppi del processo, volendo azzardare un pronostico?

E’ una battaglia che si affronta giorno per giorno. Gli sviluppi si accavallano. Tre anni fa, non mi aspettavo sicuramente di finire sotto processo per aver svolto il mio lavoro, ma non aggiungo altro, per il momento. E’ certamente una storia intricata e dall’esito incerto, ma la affronto con la consapevolezza di avere fatto solo il mio dovere di avvocato e di cittadino.

In un mio libro affermo che è finito il tempo delle stragi perché le Entità (mafia, ‘ndrangheta, Servizi deviati, Massoneria e Vaticano) hanno oramai occupato tutti i posti di comando. Saverio Masi e lei, come vi collocate in questo scenario e per chi o perché siete scomodi?

Dicono che sono scomodo semplicemente perché da sempre mi rifiuto di accettare le ingiustizie che contrassegnano questo momento storico. Credo, però, che nessuno dovrebbe arrendersi alla loro ineluttabilità. Non mi riferisco solo al caso di Saverio Masi. Tutta la mia carriera mi insegna che sarebbe stato certamente meno problematico non occuparsi di certe questioni, ma sono dubbi che spazzò via subito. La lotta alle ingiustizie è una scelta che rinnovo ogni mattina davanti al proverbiale specchio. Non mi considero per questo un eroe, anzi spesso mi assilla il dubbio di non fare abbastanza. Gli eroi sono ben altra cosa. Saverio Masi per me è un eroe, che rischia ogni giorno la vita. Pure certi magistrati lo sono, primo fra tutti Antonino Di Matteo. Io sono solo un cittadino che si impegna, nel suo piccolo, di contribuire a migliorare questo Paese. Se dubito della credibilità di chi assisto, mi tiro indietro. E’ accaduto di iniziare una battaglia e di accorgermi in corso d’opera di averla travisata. L’ho abbandonata senza remore. La coerenza con quanto si è sostenuto prima deve cedere il passo all’onesta’ intellettuale ed al coraggio di abbandonare una lotta che non si ritiene più giusta.

In quale direzione stanno andando i due processi più attesi e che la riguardano anche direttamente, sia come imputato, sia come avvocato? Mi riferisco ovviamente al processo contro il Maresciallo Masi e quello che la vede coinvolta, insieme ad altre persone per averne preso le difese. Sembra contraddittorio che mentre a Palermo si indaga sulla fondatezza delle denunce di Saverio, un’altra autorità giudiziaria incrimini per diffamazione gli autori della denuncia, ovvero lei, Saverio Masi, Salvatore Fiducia e otto giornalisti, accusandovi per aver parlato della denuncia presentata da Saverio Masi sulla mancata cattura di Provenzano e Matteo Messina Denaro. Cosa è successo realmente?

Il processo vero e proprio deve ancora iniziare. Confido che il Giudice chiamato a decidere comprenda che ho semplicemente riferito la notizia che due sottufficiali dei carabinieri hanno presentato una denuncia. La notizia è questa ed è certamente di interesse pubblico. Non sta a me accertare la fondatezza della denuncia né a farmene garante, ma i cittadini hanno diritto di sapere che è stata presentata.
Non si diffama alcuno se si riporta il fatto storico dell’avvenuta presentazione della denuncia, peraltro di elevato interesse pubblico, concernendo la lotta alla mafia.
in entrambi i processi le udienze sono rinviate. Quello contro Masi in Cassazione per la multa da 106 euro a data da destinare;quello per diffamazione contro me, i giornalisti, nonché i medesimi Masi e Fiducia, inizierà nel maggio 2016.

Quali scheletri negli armadi vogliono nascondere i superiori di Saverio?

L’argomento, come detto, è oggetto di indagini. Quindi, non mi pronuncio.

Da una parte ci sono le maglie sempre più serrate delle Istituzioni, dall’altra il silenzio dei media, infine le associazioni antimafia che gridano il nome di Saverio. Quanto a lungo si potrà tentare di seppellire una delle più scomode vicende italiane e cosa succederà se e quando si scoperchierà definitivamente il vaso di Pandora?

Non sono così convinto, né faccio l’ottimista a tutti i costi. L’Italia contemporanea non ispira certo ottimismo. Sciascia ci ha insegnato che, a dispetto dei proverbi, la verità non necessariamente viene a galla. Anzi, è più frequente che certe storie non abbiano mai un chiarimento, o magari che la verità emerga solo dopo decenni, quando i suoi protagonisti sono già scomparsi. In ogni caso, non compete a me accertare la verità, ma alla magistratura ed alla valutazione di questa mi rimetto.

Saverio Masi rischia di più in quanto capo scorta del magistrato più “attenzionato” d’Italia, Antonino Di Matteo, o in quanto l’essere appunto Saverio Masi?

Sono entrambi ruoli molto pericolosi. Lui non ha intenzione di sceglierne uno, peraltro. Cumula entrambi i ruoli e si espone conseguentemente al duplice rischio personale, derivante dalla scelta coraggiosa che ha fatto, e professionale, quale capo scorta al magistrato più a rischio d’Italia. Oggi come oggi, se Di Matteo rischia tantissimo, un grammo in più rischia Saverio Masi, per il semplice calcolo matematico della sommatoria delle due rischi.

Secondo lei si parla troppo, troppo poco o male, di Mafia?

Se ne parla tanto in certi ambienti, poco in altri. La tv ne parla poco ed io stesso quando mi sono trovato a chiedere a cittadini, perfino siciliani, cos’è il processo sulla trattativa, ho riscontrato tanta disinformazione. Quando si chiede chi è Di Matteo, addirittura taluni pensano sia un boss. Trovo tutto ciò davvero desolante. Probabilmente, poi, le associazioni antimafia si logorano in sterili contrapposizioni reciproche che non certo non giovano alla causa, anzi la danneggiano.

Sono più pericolosi l’indifferenza e il silenzio o l’inganno delle istituzioni che si nascondono dietro a chissà quale ragione di Stato superiore ad ogni altra ragione?

L’indifferenza è spesso conseguenza della percezione della mancanza di libertà. Quando manca la libertà di opinione e di informazione, si diffonde l’idea che l’indifferenza sia l’unico strumento di difesa.
Certamente, quando si constata che chi lotta per la verità,viene massacrato, si è più portati a farsi gli affari propri.
Poi, ognuno fa i conti con la propria coscienza. C’è chi reagisce e c’è chi, magari solo per preservare i propri familiari da problemi, decide di guardare dall’altra parte. Non me la sento di giudicare chi lo fa per salvaguardare i propri affetti.

di Simona Mazza

3 Risposte

  1. Avatar
    angela cuva

    L’isolamento, la calunnia, il dissanguamento economico sono le “armi bianche” usate nei confronti di chi dice di no all’abuso ed al sopruso, o ad una “richiesta”, o “offerta”, “che non si puo’ rifiutare”, ma che qualcuno “osa invece rifiutare.” E queste ‘lupare bianche ” vengono utilizzate assieme a due crimini opportunamente inestistenti nel codice penale italiano: il crime della “tecnica del puzzle” = fatti ed azioni apparentemente non collegati ma programmati a monte per realizzare un obiettivo criminoso; ed il crimine del “temporeggiamento”, = rinvii lunghi finalizzati a fare continuare i crimini, e a distruggere le vittime dei crimini. E questi crimini sono di casa dentro i palazzi di (In)giustizia dove la percentuale di magistrati poco preparati, pigri, impauriti, collusi,ma resi ancora piu’ arroganti e tracotanti dalla loro impunibilita’, e’ purtroppo uguale a quella delle persone che operano in altri campi della vita sociale e lavorativa. Con l’aggravante pero’, nel caso dei magistrati, che poiche’ la Giustizia, ergo i magistrati ed il Sistema giudiziario, e’ anche il pilastro direzionale dei cinque pilastri portanti della societa civile, non esistono piu’ ne’ democrazia, ne’ liberta’, ne’ legalita’. Soltanto se avremo il coraggio di dire che il “re e’ nudo” avremo veramente capito quanto fossero soli ed eroici Falcone, Borsellino e gli altri magistrati assassinati per fare soltanto il loro dovere, nonche’ Di Matteo, e gli altri magistrati suoi veri attuali colleghi in quel palazzo di (In)Giustizia di Palermo, dove io sto combattendo contro lo stupro della Giustizia, e negli altri Palazzi di (In)Giustizia, dove sto combattendo la medesima battaglia Esprimo anche la mia profonda simpatia, stima e solidarieta’ al maresciallo Masi, ed a Ciancimino.

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