Tolleranza zero verso i “furbetti”: siamo proprio sicuri che sia la giusta strada?

Marianna MadiaAlla fine, la montagna ha partorito il topolino. E, per montagna, intendiamo la sbandierata “Riforma Madia della Pubblica Amministrazione”, per la parte relativa al perseguimento dei cosiddetti “furbetti del cartellino”, recentemente riformulata dal Consiglio dei Ministri, per superare i rilievi formali richiesti dalla Corte Costituzionale.

Il trofeo, o il capro espiatorio, o la vittima sacrificale – chiamatela come volete – che può ora vantare l’amministrazione pubblica, è il licenziamento di una dipendente del Comune di Roma che, il 20 aprile scorso, dopo aver preso servizio in ufficio alle ore 7:59, si è recata poco dopo a prendere una camomilla al bar senza timbrare l’uscita e, nel rientrare, inciampando su un marciapiede, è stata costretta a richiedere l’intervento di un ambulanza per essere ricoverata in ospedale.

Il massimo della pena per un’assenza di dieci minuti dovuta a un malore

A nulla sono valse le controdeduzioni della dipendente, secondo cui la sua breve assenza dall’ufficio (non più di un quarto d’ora) era stata determinata da un malore per il quale aveva ritenuto necessario assumere almeno una camomilla e che, proprio per questo, nel rientrare al posto di lavoro, era inciampata e caduta per strada.

Il Comune ha sostenuto che il comportamento della dipendente configuri comunque la ”falsa attestazione della presenza in servizio” così come ampliata dalla nuova normativa, secondo cui in tale fattispecie oggi rientra qualunque condotta mediante la quale un dipendente (da solo o con l’aiuto di terzi) faccia risultare di essere in servizio o comunque alteri l’orario di ingresso e uscita dal lavoro.

Il principio costituzionale della proporzionalità della pena rispetto al reato, per l’amministrazione comunale, non sarebbe preso in considerazione dalla legge; il diritto del lavoratore a una pausa di una decina di minuti, sancito dalla giurisprudenza, sia per i lavoratori pubblici che per quelli privati, andrebbe esercitato fuori orario di servizio.

Discriminati i dipendenti pubblici senza bar interno

Nessun esponente della stampa cittadina – cui va dato atto, quanto meno, un atteggiamento “neutral”, molto diverso da quello della maggioranza degli utenti dei social – ha fatto rilevato che:

  1. Il “luogo del delitto” – dove, cioè, la dipendente è caduta – e il bar in questione, sono posti a poche decine di metri dall’edificio nel quale è ubicato il posto di lavoro della licenziata;
  2. L’ufficio di appartenenza della dipendente non ha bar interno né al suo ingresso/uscita sono posti i cosiddetti “tornelli” che costringono chi si vuole allontanare a timbrare nuovamente;
  3. La dipendente lavora in un ufficio non a contatto con la cittadinanza (l’Ufficio di supporto del Consiglio comunale) e, pertanto la sua lunga assenza – di ben un quarto d’ora-dieci minuti! – alle ore otto circa del mattino, non può aver creato nessun disservizio nei confronti del pubblico né dei consiglieri comunali.
  4. La buona fede della dipendente è facilmente desumibile dal fatto che, dopo esser caduta, avrebbe potuto benissimo comunicare via cellulare al suo ufficio personale di essersi sentita male e di recarsi, per tale motivo, al Pronto Soccorso o addirittura a casa, trasmettendo, in seguito, il relativo certificato medico. La dipendente, invece, ha prima chiamato l’ambulanza e poi ha candidamente spiegato all’ufficio i particolari dell’accaduto.

Per inciso, alla Regione Lazio, la stragrande maggioranza degli uffici sono dotati di bar interno e di “tornelli”. In tal caso chi ha bisogno di una camomilla non rischia il licenziamento e il problema della mancanza di timbrature in uscita non si pone nemmeno (diversamente la porta d’uscita nemmeno si apre).

Sarà il giudice del lavoro, verso il quale la dipendente ha fatto ricorso, a decidere chi ha ragione e chi ha torto. Il cronista-contribuente-fruente dei servizi pubblici del Comune di Roma è del parere che il motto di Mao Tse Tung “colpirne uno per educarne cento” ha di gran lunga fatto più danni che benefici alla comunità. Il problema della pubblica amministrazione non si risolve con i licenziamenti o con i provvedimenti disciplinari ma con la responsabilizzazione dei dipendenti.

Nella foto: Marianna Madia, Ministro per la Semplificazione e la Pubblica Amministrazione

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