Terra di mezzo, ma è vera mafia?

++ Mafia Roma: M5s, sciogliere Comune per mafia ++Con pazienza ed abnegazione ci siamo dedicati alla lettura della famosa Ordinanza del GIP sul processo “Terre di mezzo”, alias mafia capitale.  

Con un po’ di presunzione, anche per ragioni professionali, abbiamo da parte nostra, una certa esperienza sui processi di mafia, di cui abbiamo letto molte delle carte processuali.

Da quei processi traspare violenza, volontà omicidiaria, disinteresse per la vita umana, efferati assassini, raccontati dai “collaboratori di giustizia” con freddezza e compiacimento, quasi a dimostrare come in fondo per loro uccidere  fosse un semplice lavoro, che andava svolto con precisione e professionalità.

Leggendo invece gli atti della Ordinanza “Terra di mezzo”, ci si accorge di come in realtà, siamo di fronte ad una accozzaglia di personaggi, più o meno corrotti e corruttori che viaggiano disperatamente alle ricerca di incassare soldi, prendere appalti da assessori comunali o manager di municipalizzate.

Il tutto condito da dialoghi nel più perfetto slang romanesco, un misto tra un Monnezza di Tomas Milian e Accattone di Pasolini.

Paragonarli ad  una fiction come Romanzo criminale, non si renderebbe neanche giustizia agli sceneggiatori.

Tutta l’inchiesta gira intorno ad un personaggio Massimo Carminati, detto “er Cecato o il Nero”, che usa come base logistico-operativa,  un distributore  di benzina a Corso Francia.

A dargli una mano, c’è un altro soggetto soprannominato “Spezzapollici”, esemplare tipico delle periferie Romane, da cui forse De Cataldo  magistrato scrittore, si ispira in un  suo libro “Suburra”.

 Spezzapollici ha come compito quello di “mette appposto” chi non paga debiti a qualche “cravattaro”, ovvero un presta soldi a strozzo, usuraio insomma, altra tipica figura del sottobosco romano.

Intorno girano personaggi improbabili, calciatori, starlette, cantanti, buttafuori di locali, esempio Giovanni De Carlo, detto “Giovannone”, pluripregiudicato, con contatti con altri malavitosi,  una specie di ras per il controllo dei locali, addetto anche lui a risolvere con le maniere spicce qualche “problemino”.

Una inchiesta che si regge soprattutto su intercettazioni, con dialoghi surreali, dove invece di nomi in codice, ci sono soprannomi “er maialetto,  diabolik,  riccardino,  er pugile, mr Enrich” questioni che riguardano “uno che faceva il prepotente” presso uno stabilimento balneare a Castel Fusano e che quindi andava “redarguito” .

Ovviamente non mancano, e qui forse sarebbe stato molto più interessante da approfondire, il ruolo delle bande,  le “batterie” connesse tra albanesi, napoletani, il clan camorrista Senese per il controllo dei locali a Ponte Milvio e ovviamente lo spaccio di droga.

Quindi un ruolo quello di Carminati che si sviluppa all’interno di quel sottobosco criminale che gli è consono.  Non mancano ovviamente riferimenti alla “banda della magliana” la madre di tutte le bande a Roma.

La connessione criminale in tutta l’inchiesta, è data dalla conoscenza e collaborazione tra Carminati e Buzzi.

Salvatore Buzzi, anche lui con precedenti penali per omicidio, che negli anni 80 dopo una condanna, vede nel carcere la possibilità di redimersi, studia si laurea e comincia a  lavorare fondando una “cooperativa “ la “29 giugno” per dare la possibilità ad altri ex detenuti di rientrare grazie al lavoro, nella società civile.

Un fiore all’occhiello per chi vede in questa esperienza l’applicazione di tutte le teorie che parlano del reinserimento del condannato nella società civile.  Tanto che da Rutelli, passando per Veltroni fino ad Alemanno le attività delle cooperative gestite dal  Buzzi trovano ampio ascolto, e qualche finanziamento.

Perché stupirsi quindi che molti abbiano avuto contatti con lui e con le sua esperienza sociale giudicata da tutti cosi importante e degna di sostegno?

L’inchiesta si dipana tra una girandola di amministratori comunali, eletti e non, che dovrebbero occuparsi in maniera corretta e puntuale dei problemi della città.

L’ordinanza definisce questo sistema “burocrazia illecita”.

E qui scopriamo il famoso termine romanesco “c’ho uno che ce po’ da ‘na mano”, e quindi in  un contesto di assistenza ai disagiati,  immigrati, mense, si scatenano gli appetiti, si fanno i conti quanto conviene e quanto si potrà guadagnare grazie anche al ruolo delle cooperative.

Certo occorre allungare qualche “prebenda”, organizzare fatturazioni false, tenere contabilità in nero, fare in modo che quando ci sarà la campagna elettorale, i referenti siano tutti amici, sia nell’uno che nell’altro schieramento.

Oppure, e questo è ancora peggio, utilizzare l’incompetenza di qualche funzionario, sfruttandone la fiducia, per fargli approvare, qualche delibera, come nel caso degli immigrati, cosi da poter organizzare  un “giro” assistenziale e guadagnarci sopra .

Diciamo la verità più che una cupola mafiosa, sembra un “verminaio” di interessi sulla pelle dei disagiati,  degli immigrati e forse senza scomodare la “mafia”, un mondo di piccoli  affaristi anche un po’ “pataccari” senza scrupoli.

Una banda di “sorci” intorno al formaggio.

E’ questa la cupola mafiosa che comanda la capitale?  Sinceramente ci sembra un po’ poco.

di Gianfranco Marullo

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