Stefano Fassina escluso dalla corsa a sindaco di Roma

20150624-stefano-fassina-2-655x368Non siamo qui per lodare Cesare perché è sopravvissuto alle Idi di marzo né per vilipendere Bruto perché non ha abbattuto il tiranno. Perché Bruto è uomo d’onore. Siamo qui per spiegare come Bruto abbia pagato per il suo orgoglio smisurato e come Cesare abbia impiegato le forze della repressione per salvare gli istituti e il sistema. Perché Bruto ha pensato di poter impugnare l’autorità e la sicurezza di Cesare con la denigrazione e l’insulto ma Cesare, tetragono a frecciate del genere, ha saputo brandire con letale efficacia il pesante gladio del legionario.

 Il ricorso alla parafrasi del classico Shakespeariano è quanto di più aderente per descrivere l’epilogo della vicenda politica di Stefano Fassina da Nettuno (anche se, per l’anagrafe, è nato a Roma), escluso per motivi burocratici dalla corsa a Sindaco di Roma, dove si era candidato esclusivamente per far perdere il candidato del PD, Roberto Giachetti, apertamente sponsorizzato da Caio Giulio Cesare-Matteo Renzi. La sua lista, infatti, è stata presentata in Comune su modelli della precedente votazione, non contenenti alcune dichiarazioni introdotte con legge successiva.

Di Marco Giunio Bruto, inoltre, Stefano Fassina, oltre alla passione per le congiure, ha lo stesso volto accigliato del busto a lui attribuito, attualmente in bella mostra ai musei capitolini e che il candidato escluso – forse – aveva intenzione di ammirare in visita ufficiale, con la fascia tricolore da Sindaco.

Stefano Fassina ha origini operaie. Il papà era falegname nella Asl di Anzio e, con i risparmi di una vita, riuscì ad acquistare una casetta, con mutuo ventennale e a far studiare suo figlio all’Università Bocconi di Milano. Stefano prese la tessera del PCI, quando – raccontò nel 2013 ad Andrea Mercenaro di “Panorama” – il suo  professore di storia contemporanea della Bocconi gli disse: «Proprio sicuro, col suo background familiare e culturale, di frequentare un corso tanto impegnativo? Non vorrebbe cambiare?»

Stefano, invece, cocciuto già allora, non solo non cambiò corso ma si laureò in Scienze economiche e divenne anche segretario di “Sinistra giovanile”, il movimento che, dal 1990 in poi, ha sostituito la soppressa Federazione Giovanile del PCI (FGCI). La sua carriera politica, da quel momento, si basa esclusivamente sulla sua competenza economica: nel 1998, con il governo D’Alema, Fassina è consulente economico del Ministro del lavoro Antonio Bassolino; l’anno dopo è dirigente del dipartimento Affari economici della presidenza del Consiglio; tra il 2000 e il 2005 lavora a Washington, addirittura al Fondo monetario internazionale; tra il 2006 e il 2008, è dirigente al ministero dell’Economia e delle Finanze e, infine, Capo della segreteria tecnica del Vice Ministro dell’Economia e Finanze, Vincenzo Visco.

Stefano diventa il pupillo del segretario del PD, Pierluigi Bersani e sogna un futuro da Ministro dell’economia. Ma, nel Bel Paese, la competenza in materie economiche non basta, per fare politica, soprattutto all’interno di un partito. Nel 2013, il PD di Bersani vince di poco le elezioni ma non consegue la maggioranza al Senato e si dimette da segretario del PD. Si insedia il governo Letta, dove Fassina è viceministro dell’economia e, nel frattempo, sorge all’orizzonte la stella di Giulio Cesare-Matteo Renzi.

Tra i due non corre subito buon sangue. Nel gennaio 2014 Fassina si dimette polemicamente da vice-ministro dell’economia. Durante una conferenza stampa al termine della riunione della segreteria del Partito Democratico, Renzi risponde con una battuta alla domande sulle ripetute richieste di chiarimento politico avanzate dal viceministro dell’Economia: «Fassina chi?» E’ rottura.

Fassina esce  dal partito e medita la congiura. Sono prossime le elezioni a Sindaco di Roma. Si allea con SEL di Nicki Vendola e fonda “Sinistra Unita”. I sondaggi gli danno sì e no il 5-6% e ciò significa che solo il 2-3% degli elettori lo ha seguito. Ma il cocciuto “congiurato” non si dà per vinto: se non ce la facesse a raggiungere il ballottaggio – dichiara alla stampa – darà indicazioni di votare per il candidato del M5S, basta che non vinca quello di Renzi. Poi, ieri, l’esclusione.

Fassina non si arrende: presenterà ricorso ma, in caso di rigetto, la sua carriera politica sembra ormai irrimediabilmente finita: «Le congiure fallite – scriveva Machiavelli – rafforzano il Principe e rovinano i congiurati».

di Federico Bardanzellu

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