In Spagna vince Rajoi ma senza maggioranza assoluta

1200x630_318596_elezioni-in-spagna-per-gli-osservatorLe elezioni politiche spagnole, tenutesi a soli sei mesi di distanza dalle precedenti, hanno dato un verdetto controverso.

Il Partito Popolare, guidato dal premier uscente Mariano Rajoi si è confermato il primo partito di Spagna, con il 33% dei voti e 137 seggi, cioè 14 in più delle elezioni precedenti. La vittoria, però, non è sufficiente per assicurargli la maggioranza assoluta dei seggi alla Camera elettiva (176) che, in base alla Costituzione spagnola (bicameralismo imperfetto), ha il potere di accordargli o negargli la fiducia.

Il secondo partito si è confermato il Partito Socialista (PSOE), guidato dal quarantaquattrenne Pedro Sanchez, con il 22,7% dei voti e 85 seggi, cioè cinque in meno, rispetto alla tornata del dicembre scorso.

Unidos-Podemos il partito nato dalla fusione del movimento “post-indignados” di Pablo Iglesias con gli ex-comunisti di Izquierda Unida, si è fermato al 21,7%, confermando 71 seggi complessivi.

Tale risultato definitivo è quello che ha sorpreso maggiormente i commentatori, non per il dato in se stesso, ma per l’inefficienza dimostrata dalle indagini statistiche che, per tutta la vigilia delle consultazioni e, addirittura, a spoglio già in corso, con la pubblicazione degli exit-poll, avevano indicato il “sorpasso” di Podemos sui Socialisti, con la possibilità di Pablo Iglesias di assumere la guida di un governo di sinistra.

Se, però, Iglesias e Sanchez piangono, Rajoi non ride. L’alleato su cui poteva contare, per costituire una maggioranza di centro-destra, cioè il partito Ciudadanos, infatti, ha ottenuto solo 32 seggi (-8) che, sommati ai 137 dei Popolari, fanno 169, cioè 7 seggi in meno della maggioranza assoluta. I sette voti mancanti potrebbero essere raggranellati dai partiti minori ma in base a una trattativa che si prevede lunga e difficile con partners di affidabilità molto relativa (tutti autonomisti per complessivi 25 seggi).

Va detto, tuttavia, che il sistema spagnolo ammette il conseguimento della fiducia da parte della Camera, escludendo dal conteggio eventuali astensioni. Ciò permetterebbe, a un eventuale governo PP-Ciudadamos di entrare in carica grazie ad almeno 13 deputati che si astengono in occasione del voto di fiducia. Ma anche in tal caso vale il discorso della difficile trattativa di cui sopra. Lo stesso discorso sarebbe valido in caso di formazione di un governo PSOE-Podemos, ma si dovrebbero astenere tutti i partiti minori e Ciudadanos (57 deputati) è ciò appare fantapolitica.

L’unica via d’uscita alla situazione di stallo, quindi, sembra la formazione di una grande coalizione PP-PSOE o un governo monocolore PP, con l’astensione dei socialisti (e, magari, anche Ciudadanos). Tale ipotesi, che sembra la più fattibile, si scontra con l’irremovibilità dell’attuale segretario socialista Pedro Sanchez. Un leader che, date le sconfitte conseguite nelle due ultime elezioni generali, è messo fortemente in discussione dalla base del partito.

Esistono ampi settori del PSOE, infatti, disposti a un “compromesso storico” con Rajoi per una specie di governo di unità nazionale, stante la crisi economica che attanaglia la Spagna più di ogni altro paese europeo, tranne la Grecia. La mentalità spagnola, però, è molto meno incline alle mediazioni politiche di quella italiana e questo, forse, è il difetto principale di un martoriato paese che, nel secolo scorso, ha visto passare due dittature (Franco e Primo de Riviera) e una cruenta guerra civile.

A questo punto, un Capo dello Stato che si rispetti, dovrebbe saper mettere uomini politici e partiti di fronte alle proprie responsabilità verso il paese ma la statura politica di Re Felipe V è inversamente proporzionale alla sua statura fisica (1,97!). Lo ha dimostrato per come ha gestito le precedenti consultazioni per la formazione del governo, che hanno portato a un nulla di fatto e all’indizione di nuove elezioni.

di Federico Bardanzellu

Fonte foto: Euronews

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