Sociologia del fenomeno dell’attuale immigrazione in Europa

migrantiLa tragedia dei migranti provenienti dal Mediterraneo genera e riscuote sui mass-media reazioni a caldo e sull’onda dell’emotività. Espressioni gravi come quella di Matteo Salvini a Sky TG24, che si stia compiendo “una sostituzione etnica” o un’”immigrazione organizzata, un genocidio” per cancellare gli italiani europei, va commisurata alle cifre e respinta.

I dati oggettivi da cui partire, invece, sono quelli forniti dall’Agenzia delle Nazioni Unite che monitora giornalmente i dati dei migranti e ci fa presente che, dal 1° gennaio 2016 sino a ieri 12 giugno, sono sbarcati in territorio greco 157.119 migranti, contro i 49.676 in Italia e 1.352 in Spagna; per un totale di 208.150 arrivi, in poco più di cinque mesi. Nello stesso periodo, i migranti morti nel Mar Mediterraneo sono stati 2.856, cioè l’1,38%, una percentuale solo apparentemente irrisoria, ma comunque altissima, trattandosi di vite umane. Nel 2015, gli arrivi sono stati complessivamente 1.015.078, di cui 856.723, cioè l’85%, attraverso la rotta balcanica. Di costoro, il 39% proveniente dalla Siria, il 25% dall’Iraq e il 24% dall’Afghanistan.

I dati degli ingressi in Italia, nel 2015, quindi, rappresentano soltanto il 15% del totale, cioè 153.800; il 9% in meno del 2014, quando erano stati circa 170.100. Per quanto riguarda il dato dei primi cinque mesi del 2016, rispetto a quello del 2015, non sembrano rilevarsi variazioni sensibili, per quanto riguarda l’Italia; il dato della Grecia, invece, sembra in forte diminuzione, probabilmente, per gli accordi intervenuti tra UE e Turchia. La provenienza dei migranti in ingresso in Italia, nel 2015, è soprattutto Eritrea (38.612), seguita dalla Nigeria (21.886), dalla Somalia (12.176), Sudan (8.909), Gambia (8.123), Siria (7.444), Mali (5.752), Senegal (5.751), Bangladesh (5.039) e Marocco (4.486).

Prendiamo, ora il “caso Siria” e vediamo dove sta avvenendo il presunto fenomeno di “sostituzione etnica”, sbandierato da Salvini. Nel martoriato paese, su un totale di 22 milioni di abitanti pre-guerra civile (2011), sono stati censiti circa 4 milioni di profughi. Ben 2 milioni di essi sono stati accolti in Turchia; 1,1 milioni in Libano; circa 630mila profughi in Giordania; 250mila in Iraq e 132mila in Egitto. Le cifre non comprendono gli “sfollati” all’interno della Siria stessa. I dati dimostrano che i fenomeni di sostituzione etnica, dunque, stanno avvenendo principalmente in Medio oriente, almeno per quanto riguarda le nazionalità che percorrono la rotta balcanica.

Gli xenofobi, tuttavia, potrebbero ribattere che il fenomeno migratorio extracomunitario è ben anteriore all’inizio della guerra civile in Siria. Esaminiamo allora il dato degli stranieri residenti in Italia: sono 5.014.437, al 1 gennaio 2015, pari all’8,2% della popolazione; di questi cinque milioni circa, 1.491.865 sono di nazionalità UE e 3.521.825 extracomunitari, pari al 5,8% su base complessiva. Sono una percentuale di difficile assorbimento e integrazione? Per rispondere diamo un’occhiata alla situazione nel resto d’Europa, di cui, purtroppo, non abbiamo i dati 2015.

La maggior parte degli extracomunitari dell’UE vivono in cinque paesi: ben 4 milioni, pari al 4,8% della popolazione, in Germania; tale, dato, nel 2015 è, però, notevolmente aumentato, a seguito dell’apertura della rotta balcanica e, oggi, può attestarsi intorno ai 4,8 milioni, pari al 5,7% della popolazione. Tra le nazioni europee, al secondo posto troviamo l’Italia, con 3,5 mil.ni e 5,8%, nel 2015; poi la Spagna e la Francia, con circa 2,7 milioni (rispettivamente 5,8 e 4,1%) e il Regno Unito (2,5 milioni, pari al 3,8%). Il numero degli extracomunitari in tali paesi non dovrebbe aver subito sensibili variazioni, tra il 2014 e il 2015.

L’Italia, per quanto riguarda la percentuale di residenti extracomunitari, quindi, è in linea con quella delle grandi nazioni europee. In rapporto alla popolazione locale, la più alta concentrazione si registra invece in Lettonia (18%) e in Estonia (17%), seguite da Grecia, Spagna e Italia, sostanzialmente appaiate, con il 5,7-5,8%. Questi ultimi dati mettono in discussione il mito che l’Italia sia sostanzialmente un paese di passaggio e non di stabilimento del fenomeno migrazione ma, più di questo, non ci sembrano conferme ai timori di Salvini. I “numeri”, tuttavia, possono mettere in luce le “cause” del fenomeno.

Sulla rotta balcanica, pensare che la causa dei conflitti sia riconducibile a motivi religiosi – come sostenuto da molti xenofobi – sembra vero solo in minima parte. Non lo è per quanto riguarda gli afghani (tutti musulmani sunniti in un paese in stragrande maggioranza sunnita); non lo è per la Siria, dove i profughi sono tutti oppositori di Assad, cioè musulmani sunniti, in uno Stato dove gli sciiti e i cristiani sono una minoranza ed eventualmente migrano all’interno, nei territori controllati dal Presidente siriano. Lo è forse per l’Iraq, ma anche questo è discutibile e, comunque, di entità inferiore a quanto comunemente si ritenga.

Il fattore bellico, quindi, è assolutamente prevalente, se non esclusivo, a determinare il fenomeno migratorio attuale. Il motivo principale consiste nel fatto che le guerre fanno “terra bruciata” e impediscono agli abitanti di ricavare il sostentamento dall’agricoltura e dall’allevamento. Per questo si emigra. Ben maggiore è, tuttavia, il fenomeno migratorio interno ai continenti extra europei: in Asia, infatti, abbiamo complessivamente 8 milioni di profughi e 24 milioni di sfollati e, in Africa, 4 milioni di profughi e 16 milioni di sfollati. In entrambi i casi, i migranti trovano rifugio all’interno del proprio continente. Ma torniamo ai derelitti che chiedono asilo in Italia.

Rotta africana. I numeri complessivi degli sbarchi includono anche i siriani che, probabilmente, giungono dalla Grecia e dall’Albania e non dall’Africa, mentre gli ingressi di marocchini e i bengalesi potrebbero rappresentare ricongiungimenti familiari e non potenziali richieste di asilo o arrivi clandestini. Dalla nazionalità degli ingressi, tuttavia, si evince che, anche qui, il fattore bellico sia prevalente (94 mila su 153,8 mila provenienti da Eritrea, Nigeria, Somalia, Sudan, Siria e Mali). Ciò è dovuto agli effetti distruttivi delle guerre civili sulla produzione agricola e l’allevamento. Il fattore etnico-religioso, quindi, non c’entra per nulla e la strada maestra per fermare “l’invasione” è quella di agire per la pace, a cominciare dall’interdizione alla vendita di armi alle fazioni in guerra.

di Federico Bardanzellu

1 risposta

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata

Per inserire il commento devi rispondere a questa domanda: *