Sindrome di abbandono: guariamo attraverso la meditazione

Ognuno di noi, almeno una volta nella vita ha sperimentato la “sindrome di abbandono”.

La psicologia ha studiato il fenomeno fino ad arrivare a patologizzare questo genere di disagio ma ha finito per dare una visione traumatica degli anni infantili, momento in cui solitamente sperimentiamo l’abbandono per la prima volta.

Risultato?

La messa a fuoco dei nostri ricordi abbandonici e il nostro stesso vissuto rischiano di essere contaminati da cumuli di teorie.

La psicologa come cura del sociale

La parola psyché (in greco antico: ψυχή)  vuole dire soffio e, per i Greci, indicava l’anima, il soffio vitale.

 “Nella psicologia moderna (e anche nell’uso comune) la psicologia è intesa come il complesso delle funzioni e dei processi che danno all’individuo esperienza di sé e del mondo e che ne informano il comportamento” (Dizionario Enciclopedico Treccani): come interagiamo, come ci inseriamo nel tessuto connettivo della società, come reagiamo ai suoi stimoli.

D’altra parte , per citare Aristotele nella sua Politica, “l’uomo è un animale sociale” e tende per natura ad aggregarsi con altri individui e a costituirsi in società.

Ma la nostra felicità dipende da tutte regole ed etichette  sociali o dovremmo partire innanzitutto dalla felicità della nostra anima, per poi approdare in maniera equilibrata al sociale?

E ancora, è possibile che la nostra vita non sia determinata tanto dalla nostra infanzia, quanto dal modo in cui abbiamo imparato a immaginarla?

A ognuno la libertà di rispondere e di scegliere il percorso da seguire per superare la “sindrome dell’abbandono”.

Occupandoci di meditazione, vogliamo proporvi la nostra “cura alternativa”. 

Scopriremo che si può guarire del tutto semplicemente “facendo anima”.
Ma prima di svelare il nostro antidoto, vediamo cosa dice la psicologa tradizionale a riguardo.

La sindrome di abbandono: una delle conseguenze del “mito archetipico” della madre avvolgente

sindrome

La  nozione di legame primario madre-bambino vede le madri come le principali artefici della vita dei loro figli e dà a esse la colpa di tutti i problemi che i figli incontrano, non solo durante l’infanzia, ma anche per tutta la vita adulta.

Questa “ideologia” intrappola le madri nella superstizioni parentali e i figli nel risentimento perenne contro di esse.

A fronte di questa “Armageddon” cosmica, la psicologia tradizionale riconduce la causa dell’ansia da distacco a cure parentali disfunzionali.

Visione che ci pone in una condizione di vittimismo e che finisce per attrarci nelle maglie di patologie diagnostiche.

L’abbandono genera attaccamento e l’attaccamento si ritualizza con la dipendenza (affettiva e non solo).

Eppure, la vita, a partire dalla recisione del cordone ombelicale, è fatta di distacchi, abbandoni e trasformazioni: è una costante assoluta e naturale che ci piaccia o no.

Abbandono e distacco non sono accadimenti meccanicistici, legati tra loro dalla legge della causa e dell’effetto e dai miti sociali bisogna risvegliarsi, se si vuole crescere e aspirare alla realizzazione di sé.

Cambiamo la narrazione 

Di fronte all’abbandono e al distacco, possiamo reagire in due modi: o cadiamo nella trappola narrativa del vittimismo, o  tagliamo il cordone ombelicale, cambiando la narrazione delle nostre esperienze.

1) Nel primo caso, saremo portati a scaricare le colpe del nostro disagio sempre e solo sugli altri.

Ma il vittimismo non ci porterà da nessuna parte;

2) In alternativa, possiamo decidere di vivere l’esperienza abbandonica come un processo naturale della nostra evoluzione.

Del resto, cos’è la vita se non sorpresa, meraviglia, apparizione, cambiamento? La natura non segue una logica meccanicistica, essa è ciclicità dinamica libera da pregiudizi e ama sorprendere.

Cambiare la narrazione del nostro vissuto e delle esperienze di abbandono è pertanto essenziale.

Come fare?

1) Guardiamo al disagio come un alleato e non come un nemico, che ci permette di compenetrare noi stessi e la nostra relazione con il divino;

2) Impariamo a coglierne le opportunità nascoste e prepariamoci ad accogliere le novità che ne possono scaturire;

3) Sforziamoci, così come fanno ad esempio dagli eremiti, di assaporare il senso di solitudine;

4) Impariamo a colmare la solitudine coltivando degli interessi e delle passioni.

Guarigione dell’anima

La guarigione ha inizio quando ci lasciamo alle spalle il “mito della madre”. 

Perché nel ritenerci abbandonati, noi siamo “vittime” non tanto dei nostri genitori, quanto dell’ideologia del genitore che abbandona e delle teorie che attribuiscono loro quel potere fatale.

Un aiuto dalla meditazione 

Ogni disagio, compreso quello scaturito dall’abbandono, serve a risvegliarci.

Se lo accogliamo, la nostra mente profonda, l’inconscio, scenderà in campo per liberarci da esso.

Per farne esperienza dobbiamo tuttavia entrare con consapevolezza nel vortice più nero che dorme, ancora assopito, dentro di noi.

Durante la meditazione, cerchiamo di focalizzarci sul senso di abbandono. Lasciamolo emergere, viviamolo, respiriamolo pienamente, risvegliamolo.

Impariamo a capovolgere quell’ordine fittizio che siamo riusciti a sistemare dentro il dolore psichico a qualunque costo.

Impariamo a cadere e a fluirci dentro.

Dopo aver raggiunto questo primo stadio di consapevolezza, poniamoci la seguente domanda: voglio stare nell’ombra, ostaggio della prigionia e dell’abbandono o voglio stare nella luce?

Bisogna decidere se siamo venuti qui per fare esperienza della vita o per evitare la vita. Se siamo venuti per fare esperienza della vita, una cosa necessaria è l’intensità, anche a costo di misurarci con le nostre paure.

Se decidiamo di crogiolarci nel vittimismo, vivremo una vita misera.

Possiamo solo sederci e rimpiangere la vita e tutti i suoi rischi.

Attraverso la meditazione, saremo in grado di lasciare andare quindi tutto ciò che stiamo trattenendo, senza avere paura

Se la esaminiamo attentamente, ci renderemo conto che la paura abbandonica, è sempre rivolta a ciò che può accadere, a ciò che non è ancora successo. Ciò significa che non esiste. 

Quindi, avere paura significa soffrire per qualcosa che non esiste.

Questo accade perché siamo sempre radicati nella nostra mente, nei ricordi di ciò che è già accaduto e che potrebbe accadere.

Superiamo i nostri limiti

La mente è una parte memoria, un’altra parte immaginazione. Entrambe sono in un certo senso “immaginazione”, perché non esistono in questo momento. Essere persi nella propria immaginazione, questa è la base della paura. Se si è radicati nella realtà, non c’è paura.

Ciò che fa la paura è porre dei limiti attorno a noi. 

Ed è a causa della paura che costruiamo dei limiti sempre maggiori.

Una volta che avremo consapevolezza di questo semplice dato di fatto, la paura sparirà come per magia e smetteremo di immaginare qualcosa che non esiste.

Foto di copertina di 3321704 da Pixabay

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