Sgombero di Via Curtatone e quant’altro. Responsabilità e reazioni fuori controllo

IMG_7587Sabato 19 agosto, la forza pubblica (dipendente dalla prefettura) ha provveduto allo sgombero dello stabile di proprietà privata ex Federconsorzi, compreso tra Piazza Indipendenza e Via Curtatone, occupato da famiglie eritree o etiopiche, per lo più fruenti dello status di rifugiato da più di quattro-cinque anni. Per parte delle famiglie sgomberate (150 persone su circa 800 sgomberate) non rimase altra alternativa che sistemarsi provvisoriamente a cielo aperto, tra le panchine e i giardinetti di Piazza Indipendenza.

Dopo circa 72 ore, la stessa polizia di Stato ha caricato anche chi aveva trovato sistemazione nei giardinetti e si sono viste scene da guerriglia urbana. Svegliati con l’acqua degli idranti, i rifugiati sono stati malmenati con i manganelli e taluni hanno dovuto ricorrere al pronto soccorso. Sui social sono anche apparsi alcuni video, dove si sentiva chiaramente la voce di un responsabile della questura redarguire i suoi sottoposti: “Devono sparire, se tirano qualcosa, spaccategli un braccio”.

Le reazioni della stampa, i commenti sui social e, soprattutto, lo scaricabarile tra le autorità, a tutti i livelli, hanno subito raggiunto toni incontrollati, gettando confusione sull’attribuzione delle responsabilità e lasciando l’opinione pubblica incapace di districarsi e capire cosa sia veramente successo. E’ quanto tentiamo di fare, con spirito di servizio e nei limiti delle nostre capacità.

Prima distinzione

Per prima cosa, riteniamo necessaria una distinzione tra gli avvenimenti del 19 agosto (sgombero della palazzina) e quelli di tre giorni dopo (carica della polizia). Mentre lo sgombero della palazzina abusivamente occupata è un atto legale e addirittura “dovuto”, da parte della prefettura – se richiesto della proprietà – la carica ai “senza casa” sistemati sui giardinetti rappresenta un atto inammissibile in una società democratica.

La responsabile della prefettura, Paola Basilone, cui la stampa ha chiesto conto di quanto accaduto, ha tentato di uscire fuori dalla situazione di difficoltà, confondendo i due avvenimenti, ben sapendo che l’inammissibilità della “carica dei giardinetti” non poteva in alcun modo essere cancellata dalla legalità della prima operazione.

Torniamo a questo primo evento. Gli occupanti non erano affatto migranti clandestini o evasi dai centri di prima accoglienza, comunque illegalmente presenti sul territorio italiani. Le famiglie – come già detto – erano quasi tutte regolarmente soggiornanti e in possesso dello status di rifugiato politico. A parere di chi scrive, se c’è un paese i cui richiedenti asilo hanno tutto il diritto di godere dello status di rifugiato, quello è l’Eritrea, dove il governo locale ha addirittura ammesso forme legali di schiavitù.

Case occupate e “diritto alla casa”

Perché, allora, tali rifugiati hanno occupato l’edificio di Via Curtatone? Perché, in base ai regolamenti vigenti, in Italia i rifugiati possono accedere ai servizi di accoglienza alloggiativa per un massimo di sei mesi, in alcuni casi rinnovabili una sola volta, presso il sistema Sprar, che dovrebbe offrir loro anche percorsi di inserimento lavorativo e inclusione sociale. A chi fa capo il sistema Sprar? Al Ministero dell’Interno che si avvale o si dovrebbe avvalere dei comuni, per l’assistenza abitativa.

In realtà, data l’estrema mancanza di collaborazione dei sindaci in tema migranti, i percorsi di inserimento dello Sprar difficilmente hanno buon fine – anche per quanto riguarda l’autonomia economica delle persone accolte – e, dopo sei mesi, un anno, i rifugiati si ritrovano normalmente senza casa e senza lavoro. A questo punto intervengono i numerosi comitati di lotta per la casa che indirizzano questi disperati verso occupazioni abusive, organizzate sui territori.

Solo a Roma, di palazzi e di scuole occupate, ne esistono decine, nonostante che – sia detto a titolo di cronaca – l’amministrazione Veltroni (ma ciò risale a un decennio fa) era riuscito a liberare quasi tutte le scuole e gran parte degli edifici privati occupati, programmando assegnazioni alloggi riservate, in base al regolamento regionale.

Sia ben chiaro, legalmente parlando, il “diritto alla casa” per i cittadini comunitari (e, nella regione Lazio, anche per gli extracomunitari regolarmente soggiornanti) sorge in caso di ammissione alle graduatorie pubbliche, anche all’ultimo posto delle stesse o in caso di gravi condizioni previste dalla legge. Non basta, perciò, occupare un alloggio privato, pena l’esposizione dell’occupante a conseguenze penali.

Responsabilità sociali che vanno oltre la ristrettezza dei regolamenti

Esistono però delle responsabilità sociali, alle quali gli amministratori locali non possono esimersi, soprattutto quando investono tutte insieme alcune centinaia di persone. Infatti, in base al decreto legge n.14/2017, nei casi di sgomberi di immobili privati occupati, i livelli assistenziali devono in ogni caso essere garantiti dai comuni e dalle regioni. Nel Lazio, ciò è a carico dei soli comuni che, peraltro, possono disporre – per eventuali assegnazioni – anche degli alloggi dell’ex Istituto Case Popolari, oggi Ater, o utilizzare residence e alberghi, a titolo di sistemazione provvisoria (a proprie spese).

Ecco, quindi, nel caso in questione, che entra in gioco il comune di Roma. La sindaca Raggi, dopo aver dichiarato di aver offerto l’assistenza abitativa agli occupanti e di aver ricevuto soltanto rifiuti, ha scaricato la responsabilità dello sgombero verso altri, in particolare verso i propri predecessori e la regione Lazio, amministrata dal centro-sinistra. Anche in questo caso, va precisato che la delega comunale per le politiche abitative è stata esercitata solo per pochi mesi dal dimissionario assessore Mazzillo, essendo rimasta nelle mani della sindaca per il resto del suo pur breve mandato.

Alla Raggi ha subito dato risposta il Presidente della regione Zingaretti il quale ha ricordato che già nel 2014 la regione aveva provveduto a “stanziare” 197 milioni per le esigenze del comune di Roma da destinarsi alla risoluzione del problema degli edifici privati occupati (già aumentati esponenzialmente rispetto all’era Veltroni).

Il commissario straordinario Tronca, due anni dopo, aveva recepito tale stanziamento, effettuando un censimento degli edifici occupati, tra i quali era presente anche quello di Via Curtatone. Con l’avvento dell’amministrazione Raggi, la regione avrebbe addirittura provveduto a trasferire una trance di 40 milioni al comune, sollecitandolo ad adottare immediatamente i provvedimenti necessari per l’emergenza abitativa.

E’ evidente che tali provvedimenti non possono limitarsi a un semplice tentativo di offerta dell’alloggio, per poi lavarsene le mani. Nei fatti, la disposizione del decreto 14/2017 (cioè che i livelli assistenziali debbano essere in ogni caso garantiti) è stata elusa. Poi è arrivata la prefettura ed è successo il patatrac.

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