Quale Europa dopo l’epidemia?

L’Unione Europea sta uscendo ammaccata, ma tutto sommato indenne dall’epidemia. Troppe sono le ragioni utilitaristiche che la tengono assieme, troppe le incognite di una sua dissoluzione.

Ma quale Unione sarà almeno nel prossimo futuro?

Il grande salto culturale dell’Europa immaginato dai fondatori e la creazione di un’entità autonoma dotata di una carica ideale talmente potente da far progettare un futuro comune dell’Europa mettendo da parte le divisioni di lingua, religione, politica, cultura e stili di vita e liberandola dalle scorie dei passati conflitti, non ci sono stati.

La dimensione mercantile dell’Unione è stata ed è ancora l’unico collante in attesa che la popolazione ne colga le opportunità e, per assuefazione e commistione, si senta realmente europea, ma assai difficilmente a casa propria un qualsiasi cittadino dell’Unione definirebbe se stesso europeo.

La pandemia invece di essere motivo di coesione ha diviso, marcato le differenze, fatto emergere gli squilibri interni.

Non ci sono stati non solo una gestione, ma neppure un coordinamento europeo delle misure di salvaguardia e di di protezione, anzi, si sono alzate nuovamente le frontiere interne.

La lunga trattativa sugli strumenti finanziari ha segnato un ulteriore arretramento politico dell’Unione: i fondi ognuno li spenderà per proprio conto, senza una strategia comune, impraticabile in questi tempi segnati dalla diffidenza tra i diversi Paesi.

Eppure, paradossalmente, questo ritorno ad una concezione minimalista dell’Unione e la sua centralità finanziaria sono destinati a consolidarla, a renderla indispensabile, soffocando sul nascere le tentazioni di fuga: senza la garanzia europea a fare da scudo, infatti, i singoli Stati, pur sovrani nella spendita dei fondi, sarebbero travolti dalla speculazione.

Liberate da compiti politici di definizione di un modello di sviluppo comune le Istituzioni dell’Unione sono verosimilmente destinate ad accrescere, con ancor più stringenti poteri di controllo, il loro ruolo.

Si è raggiunto un compromesso, probabilmente il migliore possibile, che privilegia il pragmatismo e la sopravvivenza.

A sognare, a costruire un’altra Europa, quella dei popoli e degl’ideali, ci penserà forse un’altra generazione.

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata

Per inserire il commento devi rispondere a questa domanda: *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.