Progetti speciali nelle periferie di Roma. Intervista a Federico Bardanzellu

Francesca Bragaglia, laureanda in Pianificazione territoriale urbanistica e paesaggistico-ambientale presso il Politecnico di Torino, ha intervistato il nostro collaboratore Federico Bardanzellu che ha diretto l’Ufficio Speciale Urban del Comune di Roma, tra il 1998 e il 2006, per completare la sua tesi di laurea. Ne riportiamo il testo completo.

Dott. Bardanzellu, come definirebbe il concetto di “periferia” e in cosa Tor Bella Monaca risponde a questo concetto?

federico-bardanzelluGeneralmente, per periferia si intende quella parte della città al di fuori del Centro Storico o comunque non proprio a ridosso di quest’ultimo. A Roma il concetto di “periferia” ha alcuni precisi riscontri urbanistici: la città costruita al di fuori dal perimetro dei Piani Regolatori del 1908 e del 1931, ove, sino al 1942 (ma, in pratica, sino al 1953), non era necessaria la licenza di costruzione e i quartieri realizzati grazie al Piano delle zone per l’edilizia economica e popolare del 1964. Le realizzazioni del primo tipo consistevano, soprattutto, in casupole con giardinetto costruite in proprio e senza allacci fognari; erano le cosiddette “borgate” di pasoliniana memoria. Possiamo stimare che ancora oggi ospitino complessivamente circa 200.000 abitanti. Mentre Torre Angela (un’altra area compresa nel Progetto Urban Roma) rientra in tale tipologia di realizzazioni, Tor Bella Monaca (30.000 abitanti) è compresa in quella dei piani di zona del p.e.e.p del 1964.

Cosa è stata e soprattutto come è stata affrontata a Roma la stagione dei Programmi Complessi?

Il Piano delle zone per l’edilizia economica e popolare (in attuazione della Legge 167/1962), a Roma, ha consentito la realizzazione, tra il 1966 e i primi anni ottanta, di circa 450.000 stanze/abitanti: una città grande come Bologna, in meno di venti anni! Esso comprendeva quartieri periferici come Spinaceto, Corviale, Vigne Nuove, Colli Aniene, Laurentino 38, ecc.

Tor Bella Monaca è stato realizzato tra il 1980 (finanziamenti del Piano Andreatta) e il 1983. Il problema principale di questa stagione è stato l’approccio sbagliato: si è data la priorità alle realizzazioni edilizie (a carico delle imprese private) e si sono trascurate le opere di urbanizzazione (a carico del Comune), con tutte le conseguenze che si possono immaginare. Successivamente, lo sforzo del Comune si è concentrato sulla redazione della la variante di PRG per la riqualificazione delle borgate (cosiddette zone O di PRG). Il problema della carenza delle opere di urbanizzazione, invece, è stato affrontato a partire dall’amministrazione Rutelli, con il piano delle “opere a scomputo” (affidamento della realizzazione delle opere a consorzi di privati, a concorrenza dell’onere contributivo della concessione edilizia), con i PRU (programmi per la revisione delle destinazioni urbanistiche dei terreni e la realizzazione delle opere pubbliche da parte di partners ed investitori privati, sia per la trasformazione di immobili o aree residuali, sia per il co-finanziamento e la realizzazione delle urbanizzazioni e dei servizi pubblici necessari) e, appunto, il Progetto Urban.

Lei che ne è stato il Direttore, come ritiene che sia stata l’esperienza del Programma Urban a Tor Bella Monaca? Quali sono stati i punti di forza di questo Programma?

tor-bella-monacaIl Progetto Urban Roma (1996-2006) ha fruito di finanziamenti europei, statali e comunali per un totale di oltre quaranta miliardi di lire, per una cinquantina di “azioni” di riqualificazione. E’ stato il primo intervento complesso avviato dal Comune di Roma, con il quale siamo riusciti – per la prima volta, a Roma – a utilizzare la quasi totalità dei finanziamenti europei, nei tempi previsti. Non era localizzato soltanto a Tor Bella Monaca ma anche a Torre Angela, Capanna Murata e Rocca Fiorita, anche se in via principale a Tor Bella Monaca. Non si è trattato soltanto di un intervento di riqualificazione urbanistica, al quale è stato destinato il 50% del finanziamento complessivo, ma ha riguardato anche i servizi alle imprese, la formazione e la promozione dell’occupazione locale e i servizi sociali. Si è trattato, insomma, di un approccio complessivo e non soltanto urbanistico alla risoluzione dei problemi locali. Tra gli interventi di questo tipo, ritengo di segnalare l’apertura di un centro di orientamento al lavoro, di un servizio di ludoteca, la realizzazione di centri sportivi in alcune scuole, la lotta alla dispersione scolastica, i corsi di formazione per i lavoratori autonomi, edili e delle cooperative sociali e, soprattutto, l’allestimento del Teatro di Tor Bella Monaca. Dal punto di vista urbanistico, invece, si è perseguita la ricucitura infrastrutturale tra le aree di Tor Bella Monaca e Torre Angela, perché – come ho già detto – erano due aree sorte da due concezioni diverse dell’edificazione abitativa, quella pianificata e quella spontanea, che non “colloquiavano” tra loro. Il tutto è stato avviato con la partecipazione dal basso dei cittadini, tenendo conto e cercando di soddisfare le loro aspettative; ciò ha comportato il sorgere dell’associazionismo locale, prima di allora mancante quasi del tutto.

Tor Bella Monaca è stata oggetto del Programma Urban, che ha portato sul quartiere cifre di denaro molto consistenti per la sua rigenerazione. Eppure girando in quartiere oggi sembra difficile pensare che a TBM diversi interventi di carattere fisico e sociale siano stati messi in atto solo poco più di 15 anni fa: gli spazi pubblici sono generalmente degradati e poco fruibili e fruiti, il disagio sociale è diffuso e chiaramente evidente. Cosa non ha funzionato a suo giudizio in quell’esperienza e cosa sarebbe stato necessario fare per rendere i suoi risultati più a lungo termine? Inoltre quanto ha influito la crisi economica?

Voglio premettere che Roma, rispetto alle altre città del Programma Urban 1-Italia è stata l’unica ad aver localizzato gli interventi nell’estrema periferia, su un’area di gran lunga più estesa e per un numero maggiore di “azioni” di quello delle altre città-partner.  Ciò ha comportato (e comporta tuttora) un problema di visibilità; altre città di provincia come Lecce, Salerno o Cosenza, che hanno localizzato i 40-43 miliardi nel loro minuscolo centro storico, invece, non li hanno avuti. Altri sono stati più “furbi” di noi; come Venezia, che ha localizzato tutti i fondi in un solo intervento – il Parco scientifico-tecnologico di Porto Marghera, peraltro, all’epoca, già avviato – risultando di gran lunga più visibili con uno sforzo tecnico-organizzativo assolutamente minore. Sin dall’inizio, quindi, abbiamo scontato questo errore mediatico. A mio parere, tuttavia, Roma ha sbagliato soprattutto nell’approccio “politico” al programma. Si è mirato, infatti, a ottenere fondi (europei e statali) per la riqualificazione, senza pensare alla manutenzioni degli interventi, una volta posti in essere. Probabilmente si è operato in una situazione di carenza di regolamentazione statutaria per operare più efficacemente. Mi spiego meglio. E’ evidente che, alla conclusione degli interventi, la gestione e la manutenzione degli stessi andassero affidati all’organismo più prossimo ai cittadini, cioè la Circoscrizione (oggi “Municipio”) con fondi “dedicati” e finalizzati. Ciò non è possibile in base alla regolamentazione comunale e anche perché la distribuzione dei fondi avviene annualmente sulla base del numero della popolazione residente, da parte del Consiglio comunale, senza eccezioni, per non far torto a nessuno. Inoltre, si è scontato soprattutto il fenomeno della “spending review” che ha penalizzato  le amministrazioni pubbliche per la parte delle spese correnti, cioè proprio quelle che finanziano gli interventi di manutenzione e i servizi sociali.  

Il Programma Urban di Tor Bella Monaca evidenziava due aspetti importanti ovvero la necessità di definire delle centralità nel quartiere per superare la sua condizione marginale (e inoltre per ri-connettere le diverse parti del quartiere) e offrire nuove opportunità di lavoro anche come forma di lotta alla criminalità organizzata che spesso sfrutta la povertà per assoldare giovani nello spaccio di droga. Ritiene che questi due aspetti siano ancora oggi due temi chiave nella prospettiva di agire su tale quartiere e più in generale sulle periferie? E in quali termini affrontarli?

Non vorrei limitarmi al discorso sicurezza che, dal punto di vista dell’Ente Locale, è secondario o quanto meno complementare. La competenza principale, infatti, è del Ministero dell’Interno. E’ evidente, tuttavia, che, agli occhi della popolazione locale, la riqualificazione passa principalmente per la sicurezza e ciò lo hanno dimostrato i risultati delle elezioni amministrative del 2008 e del 2016. Le amministrazioni uscenti (e i partiti che le componevano), infatti, sono state penalizzate soprattutto nei quartieri periferici – Tor Bella Monaca, in primis , ma anche, ad esempio, nel Lido di Ostia Ponente – dove maggiore è la presenza della malavita e le sue implicazioni con le organizzazioni di mafia e camorra. Indubbiamente, l’incremento degli sbocchi occupazionali, ma anche la pratica sportiva da parte dei giovani, toglie spazio alle “sirene” dei facili guadagni del tipo di quelli da Lei citati.  In questi ultimi anni, la crisi economica ha messo per strada molta gente, aggravando i problemi sociali delle periferie, soprattutto. Le Olimpiadi del 2024, con l’ipotesi del Villaggio Olimpico a Tor Vergata, cioè in un’area limitrofa a quella di Urban Roma e la “Citta dello Sport”, con il relativo indotto, secondo alcuni poteva essere un’occasione di decollo occupazionale per Tor Bella Monaca e gli altri quartieri limitrofi. L’attuale amministrazione comunale, invece,  ha preferito rinunciare ai fondi per il loro completamento.

di Francesca Bragaglia

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