Professionisti “eletti” e la “lobby” all’italiana

avvocati - mediciSia benedetta questa casa da sacrifici e guai, ne’ medico, ne’ avvocato vi metta piede mai c’era scritto su una deliziosa piastrella decorata appesa in casa di mia nonna, oggi gelosamente custodita da mia sorella ed esibita sulla soglia della sua casa in campagna.

Quando a suo tempo sposai un medico, io stessa come avvocato riuscivo con lui a scherzarci su, al tempo stesso però regalando volentieri io pareri, diffide e cause insieme a lui che dispensava diagnosi, ricette e indicazioni cliniche di pregio a tutti i componenti delle nostre rispettive famiglie.

Fortunatissimi, quindi, i miei e i suoi parenti perché non solo non hanno avuto più bisogno di cercare professionisti per le eventuali “disgrazie” evocate nella cara piastrella di casa, ma hanno potuto beneficiare fortunosamente e sine die dell’intuitu personae di questi due cari professionisti garantiti per il solo fatto di essere ben conosciuti da tutti fin dalla nascita.

Non c’è nulla di più difficile, infatti, saper scegliere un medico per le proprie patologie o un avvocato per salvarsi dai guai perseguiti dalla legge.

Quando infatti se ne presenta la “disgraziata” necessità, iniziano i notori viaggi virtuali della speranza: telefonate a raffica per giorni e giorni tra amici professionisti accreditati per trovare “il nome giusto”, alle quali a cui si aggiungono quelle concitate dei conoscenti e dei parenti.

Con qualche differenza, però; tra le tante, quella della priorità della salute costituisce certamente un assunto incontestabile ma per le questioni legali, ancora mi capita di dover ricevere persone che si sentono mortificate perché ” …e’ la prima volta che nella mia famiglia c’è stato bisogno di rivolgersi ad un avvocato…”, come se il legittimo esercizio di un diritto debba essere di per se’ considerato come una “vergogna”.

Già.

In Italia si va dall’avvocato solo quando, dopo aver trattato il caso col manuale del “fai da te“, il disastro e’ diventato ormai irrimediabile.

Insomma, manca la cultura della consulenza preventiva.

E’ come andare dal medico (per tornare alla priorità della salute) senza aver fatto controlli clinici per vent’anni e lamentarsi che la malattia contratta nel frattempo e’ diventata incurabile; fatto e’ che – secondo l’esperienza consolidata – i diritti abitano al secondo posto nella scala delle priorità personali e l’esercizio degli stessi deve essere garantito dalla qualità professionale di chi cura gli assetti perlopiù economici e patrimoniali dei cittadini.

Come garantire tutto questo non è affare da poco perché il consenso che intuitivamente riescono a trasmettersi d’istinto il professionista e il suo futuro assistito non saranno sempre sufficienti a garantire il giusto equilibrio tra le competenze tecniche richieste, la parcella da concordare e il livello di presenza in termini di visibilità  e accredito personale nelle aule di giustizia e negli altri contesti qualificati a fini professionali.

Ecco perché, al fine di vigilare sul l’operato degli iscritti, i componenti dei consigli degli ordini distrettuali (in questo caso mi riferisco ovviamente a quello forense) debbono essere periodicamente rinnovati dall’assemblea degli avvocati, i quali, una volta eletti, come se si trovassero nella condizione dei vecchi “capoclasse”, sono tenuti a redigere attentamente le liste dei “buoni e dei cattivi” per accertare le possibili responsabilità deontologiche dei colleghi “distratti”, spesso foriere di ulteriori guai proprio in danno ai malcapitati assistiti.

La regola generale deontologica dell’avvocato prevede infatti espressamente che anche la correttezza nell’ambito vita privata deve corrispondere alla specchiatezza del ruolo difensivo e di assistenza.

Tuttavia, non sono in pochi a sostenere che gli ordini professionali sarebbero ormai storicamente superati, essi identificandosi nel residuato prebellico di un corporativismo non più consono alle esigenze del mercato liberalizzato; nonostante la riforma della legge professionale del 2012 che ha separato le competenze disciplinari da quelle iscrizionali e formative, i criteri su cui si fondano le rispettive attività sono ancora rette sui principi dei modernissimi “antitrust”, in regime legale di pieno autogoverno in senso quasi onnicomprensivo delle funzioni.

Come in una lobby, dicono in molti, ovvero in una dimensione privilegiata ove non è dato comprende se gli “eletti” dall’assemblea degli iscritti sono gli stessi che si sentono come se fossero stati “eletti” sulla base di un potere più divino che umano.

Quando fui “eletta”, più di una decina d’anni fa, mi sentii poco divina ma molto umana e sento che non solo per me oggi sarebbe la stessa cosa, ma che anzi, lo sbilanciamento sarebbe ancor più favorevole al lato umano perché prima di essere avvocati siamo “persone”.

Ma nel contempo, in chiara contraddizione con l’auspicata abolizione degli attempati sistemi “carbonari”, giacciono da anni in parlamento diverse e poco chiare proposte di legge sulle “lobbies”, come per alludere al fatto che l’associazionismo costituzionalmente garantito “in chiaro” non sia più sufficiente a radunare persone di cultura e buon senso per monitorare la vita sociale e politica di un paese.

Notoriamente, infatti, il lobbysta è quel misterioso personaggio spesso invidiato ma poco trasparente che briga per favorire la propria posizione e quella dei suoi accoliti, una specie di virtuoso della odiata “raccomandazione”, che è tra i primi posti nella classifica dei mali italiani.

Ma se e’ vero che tutti lamentano il fatto che la meritocrazia e’ sacra, e’ altrettanto vero che – guarda caso – quasi tutti hanno almeno un lobbysta “amico”.

È evidente che in questo meccanismo c’è qualcosa che non va.

Ecco perché c’è da ritenere che, in fondo, i consigli ordinistici professionali con gli “eletti” (o degli “eletti”) abbiano ancora un loro senso; giusto o sbagliato che sia, la figura del vecchio “vigilante” severo, autoreferenziale, magari anche un po’ narciso e antipatico, ma motivato dallo spirito di servizio, sara’ sempre più simpatico dell’ambizioso portavoce di se stesso e degli interessi di chi gli interessa.

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