Prima di Halloween l’Italia già festeggiava i morti

Il 31 ottobre oggi è per tutti Halloween, ma già alcuni secoli fa l’Italia festeggiava i suoi morti con tradizioni e usanze locali, alcune tramandate fino ad oggi, ma forse un po’ offuscate dalla fama che la festa internazionale ha assunto nel nostro Paese.

Le origini risalgono all’anno 835, quando papa Gregorio II, visto che la chiesa cattolica non riusciva a sradicare gli antichi culti pagani legati alla tradizione celtica (il cui calendario indicava nel 31 ottobre l’ultimo giorno dell’anno), spostò la festa di “Tutti i Santi” dal 13 maggio al primo novembre con la speranza di riuscire, così, a dare un nuovo significato ai riti profani. L’intento del papa di sradicare questo mito non riuscì. La chiesa aggiunse quindi, nel X secolo, la “Festa dei Morti” il 2 novembre, in memoria delle anime degli scomparsi.

Eccone tradizioni italiane legate alla Festa dei Morti:

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In Valle d’Aosta nella notte tra il 1 e il 2 novembre, si usa vegliare davanti ai fuochi, lasciando sulla tavola delle pietanze per i morti. Dimenticare questo rituale potrebbe provocare tra le anime un forte baccano (tzarivàri).

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In Trentino le campane suonano per molte ore a chiamare le anime che si dice si radunino intorno alle case a spiare alle finestre. Per questo, anche qui, la tavola si lascia apparecchiata e il focolare resta acceso durante la notte.

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In Piemonte si mette un piatto in più a tavola, destinato al defunto che viene a far visita ai vivi nella notte tra il 1 e il 2 novembre.

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In alcune zone della Lombardia, la notte tra l’1 e il 2 novembre si suole ancora mettere in cucina un vaso di acqua fresca perché i morti possano dissetarsi.

Nelle campagne cremonesi ci si alza presto la mattina e si rassettano subito i letti affinché le anime dei cari possano trovarvi riposo. Si va poi per le case a raccogliere pane e farina con cui si confezionano i tipici dolci detti “ossa dei morti”.

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In Liguria la tradizione vuole che il giorno dei morti si preparino i “bacilli” (fave secche) e i “balletti” (castagne bollite). Tanti anni fa, alla vigilia del giorno dedicato ai morti i bambini si recavano di casa in casa per ricevere il “ben dei morti” (fave, castagne e fichi secchi), poi dicevano le preghiere e i nonni raccontavano storie e leggende paurose.

In Friuli si lascia un lume acceso, un secchio d’acqua e un po’ di pane.

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Nel Veneto, per scongiurare la tristezza, nel giorno dei morti gli amanti offrono alle promesse spose un sacchetto con dentro fave in pasta frolla, i cosiddetti “Ossi da Morti”.

In Emilia Romagna nei tempi passati, i poveri andavano di casa in casa a chiedere “la carità di murt”, ricevendo cibo dalle persone da cui bussavano.

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In Abbruzzo oltre all’usanza di lasciare il tavolo da pranzo apparecchiato, si lasciano dei lumini accesi alla finestra, tanti quante sono le anime care, e i bimbi si mandano a dormire con un cartoccio di fave dolci e confetti come simbolo di legame tra le generazioni passate e quelle presenti. In tempi antichi si decoravano le zucche ed i ragazzi di paese bussavano, di casa in casa, domandando offerte per le anime dei morti (frutta di stagione, frutta secca e dolci).

In Toscana era tradizione cucire delle grandi tasche sulla parte anteriore dei vestiti dei bambini orfani, affinché ognuno potesse metterci qualcosa in offerta, cibo o denaro. Vi era inoltre l’usanza di mettere delle piccole scarpe sulle tombe dei bambini defunti perché si pensava che nella notte del 2 novembre le loro anime (dette angioletti) tornassero in mezzo ai vivi.

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A Roma la tradizione voleva che, il giorno dei morti, si tenesse compagnia ad un defunto consumando un pasto vicino alla sua tomba. Altra tradizione romana era una suggestiva cerimonia di suffragio per le anime che avevano trovato la morte nel Tevere. Al calar della sera si andava sulle sponde del fiume al lume delle torce e si celebrava il rito.

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In Molise ogni famiglia organizzava una cena particolare, “r cummit”, da condividere con parenti e amici, con un piatto forte a base di tagliatelle bianche condite con la verza; lasciando delle porzioni, a fine cena, fuori da porte e finestre, per le anime che sarebbero venute in visita.

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In Campania, ai tempi del dopoguerra, nei quartieri popolari si usava andare in giro con una cassetta di cartone a forma di bara, detta “U tavutiello”, gridando: “Fammi del bene per i morti: in questo grembiule che ci porti? Uva passa e fichi secchi porti e fammi del bene per i morti!”.

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In Puglia la sera precedente il 2 novembre, si usa ancora imbandire la tavola per la cena con pane, acqua e vino, apposta per i morti, che si crede tornino a visitare i parenti, approfittando del banchetto e fermandosi almeno sino a Natale o alla Befana. Sempre in Puglia, ad Orsara in particolare, la festa veniva viene ancora chiamata Fuuc acost e coinvolge tutto il paese. Si decorano le zucche chiamate Cocce priatorje, si accendono falò di rami di ginestre agli incroci e nelle piazze e si cucina sulle loro braci; gli avanzi vengono riservati ai morti, lasciandoli disposti agli angoli delle strade.

In Calabria nelle comunità italo-albanesi, ci si avviava in corteo verso i cimiteri e dopo varie benedizioni e preghiere per entrare in contatto con i defunti, si approntavano banchetti direttamente sulle tombe, invitando anche i visitatori a partecipare. 

In Sardegna, dopo la visita al cimitero e la messa, si tornava a casa a cenare con la famiglia riunita. A fine pasto, però non si sparecchiava, lasciando tutto intatto per gli eventuali defunti e spiriti che avrebbero potuto visitare la casa durante la notte. Prima della cena, i bambini andavano in giro per il paese a bussare alle porte, dicendo “Morti, morti” e ricevendo in cambio dolcetti, frutta secca e in rari casi, denaro. Se fave, castagne, mandorle e fichi secchi sono tra gli alimenti più gettonati, i dolci rappresentano i veri protagonisti di questo periodo.

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In Sicilia la Festa dei Morti è una ricorrenza particolare per la gioia dei bambini ai quali i genitori fanno credere che, se sono strati bravi e hanno recitato le preghiere riceveranno dei doni.
Come vuole la tradizione siciliana, la sera prima i bimbi vanno a letto con la speranza d’essere ricordati da nonni e familiari trapassati. Sul tardi i genitori preparano le “ceste” con i dolci tipici della festa (al posto dei dolci talvolta i bambini ricevono anche in regalo scarpe, maglioni, giocattoli) e li nascondono nei punti più reconditi dell’abitazione. La mattina del 2 novembre, i bambini s’alzano già pronti per iniziare la caccia al tesoro in giro per la casa. Alla fine del gioco, si va al cimitero a portare fiori ed accendere grossi ceri e lumini accanto alle lapidi dei parenti passati a miglior vita.

Abbiamo visto allora come in realtà era già usanza italiana festeggiare i morti in modo folkloristico molto prima che Halloween entrasse nelle nostre ricorrenze…

di Arianna Orlando

foto: molisiamo

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