Pillole di Storia: Ötzi, la mummia di Similaun

Un antico omicidio tra i ghiacci

IMG_7376Nel 1991sul ghiacciaio del Similaun, in Val Senales, viene scoperto il corpo di un uomo di più di cinquemila anni fa, mummificato dal ghiaccio, con un corredo di abiti ed arnesi quasi intatto. Una stele di pietra ed una lapide poste nel luogo del ritrovamento ricordano, oggi, la sua sepoltura tra i ghiacci, mentre il suo corpo è serbato nel Museo dell’Alto Adige, a Bolzano, in una sorta di cassaforte termica a – 6° dotata di un oblò per poterlo guardare da vicino. Chi è e qual è stata la causa della sua morte? Dalle più recenti analisi dei reperti si è potuta ricostruire l’ultima parte della sua vita, un vita stroncata dalla freccia di un assassino sconosciuto.

Trekking oltre il velo del tempo
Alpi altoatesine. Val Senales. Una funivia che in pochi minuti supera 1.200 mt di dislivello e l’arrivo nei pressi della Croda delle Cornacchie, oltre i 3.000 mt di altitudine. In un’estate torrida, il vento che accarezza i ghiacciai dona refrigerio; persino qualche brivido. Camminare è particolarmente stancante a causa di un inizio di rarefazione dell’aria. Ci vuole qualche ora per raggiungere il Giogo di Tiso, nei pressi della cima del Similaun.
Il 19 settembre 1991 Erika ed Helmut Simon, di Norimberga, stanno effettuando un’escursione proprio in quella zona, quando, immersa nel ghiaccio che si sta squagliando, scorgono un’ombra. Si avvicinano prudentemente: è un uomo mummificato dal gelo.
I due escursionisti tedeschi avvisano immediatamente le Autorità locali che, tuttavia, pensando siano i resti di qualche sfortunato alpinista, non usano inizialmente le giuste cautele nel portare alla luce il corpo. Trascorrono sei giorni prima che venga chiamato un archeologo e che l’enorme portata di quella scoperta sia pienamente compresa: si tratta, infatti, di un uomo morto da qualche millennio, precisamente 5.300 anni fa, alla fine dell’Età del Rame, come stabilisce la successiva datazione al carbonio 14; un uomo cui i giornali danno nome Ötzi, dal toponimo della valle di Ötz (Ötztal), nel Tirolo del nord, che confina con il luogo del suo ritrovamento.
La scoperta è resa ancora più sensazionale dal corredo di oggetti ed abiti, che contribuiscono a creare quello che gli archeologi definiscono un precise moment, ossia la ricostruzione, attraverso l’evidenza archeologica, di una ben definita frazione di un lontanissimo passato.
Il suo equipaggiamento è composto da un’ascia immanicata, un coltello d’osso e pietra, un arco non ancora terminato con frecce e feretra, un ritoccatore per affilare la pietra, una perla discoidale, ossia una sorta di bottone da attaccare alla cintura, dal quale pendono i cordini utili ad assicurare la piccola cacciagione, una gerla ed un paio di recipienti in betulla. Inoltre Ötzi ha con sé una farmacia domestica in cui spicca il poliporo di betulla, un fungo con proprietà antibiotiche ed emostatiche.
IMG_7374Ma chi era quest’uomo venuto dal ghiaccio che 5.300 anni fa, con abiti e calzari per noi decisamente approssimativi, marciava in quei luoghi incantati di rocce e ghiaccio, raggiungendoli con le sue sole gambe? E come morì?
A questi interrogativi hanno in parte risposto le indagini clinico-forensi condotte per anni sulla mummia e sui reperti. Il risultato ha trasformato una ricerca archeologica in un’indagine per omicidio. Ötzi è stato ucciso, infatti, ed il luogo dove ha riposato per più di cinquemila anni è una delle più antiche scene del crimine.

Loquacità di mummia
Benché il foniatra bolzanino Francesco Avanzini, attraverso una complessa scansione delle corde vocali di Ötzi, abbia addirittura ricostruito il profilo del suo condotto vocale e riprodotto con buona approssimazione il suono della sua voce che pronuncia le cinque vocali con accento altoatesino, la “loquacità” della mummia cui faccio riferimento, è quella del suo corpo e degli oggetti che aveva con sé, attraverso i quali sono stati ricostruiti i suoi ultimi momenti di vita.
L’anatomopatologo Edgar Egarter Vigl ed il radiologo Paul Gostner hanno sottoposto Ötzi ad un controllo incrociato durato anni, il primo analizzando il corpo, il secondo penetrando, con radiografie e t.a.c., la struttura interna. Nel 2000 la mummia è stata addirittura scaldata al fine di prelevare campioni biologici dal suo intestino, ricongelandola subito dopo, onde evitarne l’inevitabile disfacimento.
L’esito di queste ricerche è sorprendente e sottolinea ancor più l’importanza dell’antropologia forense applicata non solo ai casi giudiziari contemporanei, ma anche ai rinvenimenti archeologici.
Alto un metro e sessanta circa, Ötzi era un uomo di 45 anni, una vecchiezza sorprendente per un tempo in cui la vita media si aggirava intorno ai 30 anni, pesava una cinquantina di chili ed aveva il corpo ricoperto da tatuaggi, molti dei quali celavano cicatrici presumibilmente praticate a scopo curativo.
Dal contenuto dell’intestino, distinguendo i residui in base ai diversi tratti delle stesso, in specie il colon vicino al tratto rettale, che contiene il pasto più risalente nel tempo, e l’ileo, che contiene il più recente, è stato possibile ricostruire non solo cosa avesse mangiato, ma, stando al tipo ed alla localizzazione di frutta, vegetali e pollini, anche la stagione – inizio dell’estate -, il tragitto percorso nelle ultime ore della sua vita e le quote altimetriche toccate.
Dalle otto alle dodici ore prima della morte, Ötzi avrebbe mangiato carne di stambecco, cereali, bacche e frutta; dai pollini si desume che si trovasse dapprima nelle vicinanze del carpino nero, una betulacea che non cresce oltre i 1.300 mt, quindi in un bosco di conifere, ossia tra i 1.400 ed i 2.200 mt. Dalle tre alle quattro ore precedenti la morte, invece, avrebbe consumato carne di cervo e cereali, raggiungendo infine i 3.200 metri. A parte la sorprendente velocità con cui è salito, ciò che in questa sede rileva è come abbia trovato la morte. E sulle cause del decesso l’aiuto arriva dagli strumenti di radiologia.
IMG_7375All’esito delle prime lastre viene notata un’area radiopaca vicina al secondo arco costale. La t.a.c. ne definisce meglio i contorni: si tratta della punta di una freccia, che, in base all’inclinazione, gli esperti balistici ritengono scoccata alle spalle di Ötzi , dal basso in alto, da sinistra a destra, a non più di cento metri di distanza; una freccia che non lo uccide all’istante, poiché penetra solo per 5 cm nella scapola sinistra fermandosi a pochi millimetri dal polmone. Uno dei dati certi, dunque, è che Ötzi, al momento della morte, è stato colpito alle spalle da un inseguitore violento.
Movente ed assassino, come sempre, si celano dietro la figura della vittima: per conoscere i primi dobbiamo capire chi fosse quest’ultima e cosa stesse facendo.

L’uomo del ghiaccio tra guerra e battute di caccia
L’età avanzata e le armi che aveva con sé non lasciano pensare che Ötzi fosse un guerriero, né, a ben vedere, un praticante dell’arte venatoria casualmente caduto a causa della mira errata di un altro cacciatore, poiché quest’ultimo, di certo, avrebbe almeno tentato di dargli degna sepoltura. L’arco di Ötzi non era ancora finito e due sole frecce su dodici risultavano pronte all’uso nella feretra. Inoltre, all’esito di un’accurata analisi diffrattometrica, si è scoperto che la sua ascia era stata creata mediante una colata di fusione e non presentava né i segni dell’incrudimento, né quelli dell’affilamento seguente alla forgiatura, tecniche pur conosciute a quei tempi. Senza l’indurimento del metallo dovuto alla sua lavorazione, l’arma, dunque, era scarsamente potente ed affilata.
Resta il fatto che un’ascia di rame non era un’arma comune e, spesso, apparteneva a uomini di rango elevato; un rango non estraneo ad Ötzi, almeno a giudicare dai suoi indumenti: i calzari erano di pelle di capra e pecora, vesti e cappello in pelle e pelliccia. Stupisce il fatto che, dopo la sua uccisione, l’assassino non se ne sia appropriato.
Escluse la guerra e la caccia, restano almeno altre quattro possibilità.
Valutiamole seguendo i percorsi logici della moderna arte investigativa e la valutazione degli indizi come il legislatore ci insegna, fondata su gravità, precisione e concordanza.
Sappiamo che nelle ultime dodici ore di vita consuma due pasti. Per farlo deve fermarsi e riposare, anche perché la fatica che sta affrontando non è trascurabile. Se l’ultimo pasto risale a tre o quattro ore prima della morte, c’è da pensare che, fino a quel momento non sia inseguito, quanto meno non da vicino. I guai, dunque, arrivano dopo la seconda sosta. Proviamo a tornare, con l’immaginazione, a quel tempo lontano.

Il buon pastore
Dopo il pasto Ötzi riprende il cammino. Si è prefissato di raggiungere un luogo lontano. E’ affaticato e non più giovanissimo. Presumibilmente ha qualcosa con sé che altri bramano.
La sua meta potrebbe essere il valico verso un’altra vallata, cosa che avvalorerebbe sia la tipica transumanza atesina verso un alpeggio più generoso, sia una primordiale attività di commercio.
La transumanza è ancora oggi praticata, da quelle parti: all’inizio dell’estate, ossia nello stesso periodo in cui Ötzi ha affrontato il suo ultimo viaggio, il bestiame viene condotto per più di 40 km da Vernago e Maso Corto a Vent, in territorio austriaco, attraversando sentieri scoscesi, nevai ed impervi canaloni. Certo, 5.300 anni fa doveva essere ancora meno facile di oggi arrampicarsi su quei ripidi sentieri di roccia e ghiaccio con più animali al seguito, soprattutto se in solitaria.
L’ipotesi della transumanza, inoltre, lascia aperto un interrogativo: l’assassino è a non più di cento metri da lui; lo uccide per rubargli il bestiame. Perché non gli ruba anche l’equipaggiamento di pregio che possiede? L’unica risposta plausibile è che gli animali, innervositi dalla freccia che ha colpito Ötzi e dalla sua caduta in terra, inizino a fuggire e, per inseguirli e catturarli, l’assassino trascuri di raggiungere la vittima. Ipotesi debole, però, poiché si trattava pur sempre di animali non selvatici e, dunque, non così veloci a fuggire e sparpagliarsi.

Il mercante tra i ghiacci
Possiamo anche supporre che Ötzi cercasse, a scopo commerciale, selce di qualità e giacimenti minerari, o che facesse commercio di oggetti poco ingombranti ma di grande valore. Forse aveva con sé pietre per monili, oggetti provenienti da luoghi lontani. La stessa perla discoidale attaccata alla sua cintura è di marmo dolomitico, ossia proveniente da un’area dell’arco alpino molto lontana dal Similaun. Il ruolo del mercante, inoltre, sarebbe avvalorato anche dal fatto che il rame della sua ascia corrisponde a quello allora estratto in Toscana, cosa che apre uno scenario interessante sui movimenti di Ötzi o, comunque, sulla circolazione delle merci in un’età, come quella del rame, che si è sempre ritenuto fosse caratterizzata da scarso interscambio tra i diversi stanziamenti.
Permane anche qui, tuttavia, il medesimo interrogativo che ci siamo già posti relativamente alla transumanza: se il movente dell’omicidio è la rapina, perché l’assassino non avrebbe preso anche l’ascia, particolarmente preziosa, gli abiti ed i calzari?

Litigiosità primitiva
E’ stato anche ipotizzato che l’uccisione fosse il precipuo scopo dell’inseguitore di Ötzi. Sinceramente non lo credo. In questo caso, infatti, lo avrebbe raggiunto per accertarsi che fosse davvero deceduto e, forse, lo avrebbe finito con una pietra, non trascurando di portare con sé gli oggetti di valore. Peraltro, dall’analisi sulla selce della freccia che l’ha ucciso e su quelle che lo stesso Ötzi aveva nella feretra, risulta che entrambe appartengono allo stesso gruppo culturale, in seno al quale è improbabile un atteggiamento belligerante. Diverso sarebbe stato se la freccia che l’ha ucciso avesse avuto la punta leggermente concava, come d’usanza tra i popoli insediati nel versante settentrionale alpino, appartenenti ad altro abitato e, dunque, potenziali nemici.
A sostegno della tesi che vede Ötzi come un fuggiasco braccato, tuttavia, c’è il taglio che ha sul palmo della mano destra; taglio che potrebbe essersi lui stesso causato impugnando il proprio coltello a fini difensivi. Inoltre alcune fratture del polso e della mano potrebbero far pensare a ferite da difesa successive ad una prima colluttazione, seguita dall’omicidio a distanza. In questo caso l’aggressore avrebbe tentato di fermare Ötzi in uno scontro fisico e, dopo che questi era riuscito a fuggire, lo avrebbe colpito con la freccia.
Secondo me, però, oltre al fatto che l’età di Ötzi era tale da rendere improbabile una sua fuga dopo una prima colluttazione, poiché aveva almeno quindici anni in più rispetto all’aspettativa di vita media degli uomini della sua epoca e potremmo, dunque, paragonarlo ad un odierno novantenne, c’è un’altra spiegazione altrettanto credibile per le sue ferite: la posizione in cui viene ritrovato, ossia prono, con il braccio sinistro spostato sulla destra. Il colpo lo ha fatto cadere in avanti con il braccio sotto al corpo. Sente dolore e non riesce ad alzarsi. Forse la freccia, penetrata all’altezza della scapola sinistra, ha compromesso il fascio vascolo-nervoso causando la paralisi dell’arto. Sicuramente pensa che colui che ha scoccato la freccia lo raggiungerà presto per finirlo. Nella posizione in cui si trova, non può vedere nulla più delle rocce sotto la sua faccia, dei ghiacciai che lo circondano, delle lontane creste sulle quali non potrà più camminare. Non sapendo se il suo assalitore lo stia raggiungendo o meno, afferra il coltello con la mano destra. Sta perdendo molto sangue. Probabilmente è debole ed annebbiato. Stringe il coltello in attesa di difendersi e nel farlo si ferisce. Sente scorrere altro sangue, questa volta proveniente dal palmo della mano. Le forze lo abbandonano. Allenta la presa quel tanto da far scivolare via il coltello. Gli archeologi hanno trovato solo la ferita e la mano in un posizione tale da sembrare che stringesse qualcosa; il coltello poco distante. Quanto alle fratture possono benissimo essere state causate dalla caduta. Non dimentichiamo che, colpito alle spalle, Ötzi cade su un terreno particolarmente accidentato come quello di una cresta montana.

L’ombra di una ritualità di sangue
Forse il nostro uomo del ghiaccio viene ucciso perché ha qualcosa di prezioso per qualcuno, una cosa che per l’assassino valeva molto più dell’ascia e di tutti gli altri oggetti in possesso della vittima. Si affaccia l’ipotesi che Ötzi fosse un uomo solitario, forse uno sciamano, cosa che collimerebbe sia con il suo corredo di erbe medicamentose, sia con la sua veneranda età, anomala in tutte le altre ipotesi che lo vedono guerriero, cacciatore o mercante. In più, il suo preminente ruolo sociale potrebbe ben giustificare la provenienza degli oggetti in suo possesso: invece di immaginarlo come ad un anziano viaggiatore, è più verosimile pensare che venisse raggiunto, per le sue capacità taumaturgiche e benedicenti, da persone provenienti da luoghi lontani e recanti doni della loro zona.
In questo suo ruolo mistico di uomo-medicina e di tramite con la divinità, il giorno del suo omicidio avrebbe potuto muoversi in cerca di luoghi di pace, di preghiera, o di culto, che, in quell’epoca, sulle Alpi, erano spesso localizzati su alture all’aperto. Un sito, forse, dove effettuare sacrifici. Ma che genere di sacrifici? Sappiamo che a quel tempo già si usavano offerte votive: vasi di spezie e cibo, ma anche teschi di animali sacrificati. E’ possibile che, per correggere una situazione climatica sfavorevole od un’altra calamità naturale, Ötzi si sia appropriato dell’animale di qualcuno, magari la sua unica fonte di sostentamento, e lo abbia condotto con sé per sacrificarlo agli dei? E se il sacrificio fosse stato umano? Se avesse rapito un bambino? L’ipotesi del sacrificio rituale da parte di Ötzi collimerebbe con il mancato furto del suo corredo di armi e suppellettili, sicuramente inutili per chi fosse intenzionato a riprendersi solo quanto gli era stato sottratto; inoltre gli strumenti rituali di uno sciamano, che sono compatibili con la minore prestanza offensiva di quelli di Ötzi, visto che l’uso era diretto solo a sgozzamento e scuoiamento, è probabile che fossero protetti da una qualche superstiziosa intangibilità. Non che intangibile non fosse lo sciamano stesso, ma di fronte ad un più grande danno, mi riferisco soprattutto all’eventualità che oggetto del sacrificio fosse un bambino, svanisce qualunque timore superstizioso. Di sicuro Ötzi viene lasciato in terra a morire dissanguato. Non viene finito con la classica pietra in testa, non gli vengono rubati gli abiti, né le armi. Sembra quasi che la freccia sia stata scoccata per fermarlo, non per ucciderlo; per riprendersi qualcosa che Ötzi non avrebbe dovuto avere; per salvare un bene maggiore, evitando qualsivoglia accanimento sull’uomo-medicina, sul messaggero della divinità, sullo sciamano che, almeno fino a quel momento, tutti avevano amato, apprezzato, temuto.
Alla luce di tutto ciò appare chiaro che sulla mummia del Similaun sappiamo molto, mentre sul movente del suo omicidio decisamente meno: tante ipotesi, tutte affascinanti, ma nessuna certezza. Del resto, anche la scienza forense ha i suoi limiti se passano 5.300 anni prima di iniziare le indagini!

di Raffaella Bonsignori

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