Petrolio, gas e uranio, il triangolo delle Bermuda dove si smarrisce la pace

Deepwater_Horizon_offshore_drilling_unit_on_fire_2010Le guerre che attualmente si combattono nel Nord Africa e nel Medio-Oriente sono dovute solo apparentemente al crescere dell’integralismo religioso, in particolare islamico. Come sempre, i motivi reali sono economici e, in tale fase, relativi al controllo delle materie prime necessarie per l’approvvigionamento energetico: il petrolio, il gas e l’uranio.

Al vertice principale di questo ideale “Triangolo delle Bermuda” è il petrolio, il “padre” di tutte le guerre della seconda parte del XX secolo e di questo scorcio del XXI. I maggiori esportatori di petrolio e di gas del mondo sono i paesi che si affacciano nel Golfo Persico, di credo islamico, ed è questo il motivo per il quale gran parte delle guerre attuali, ancora una volta prettamente economiche, sono mascherate da guerre di religione. A partire dalla prima crisi energetica (determinata dalla Guerra del Kippur, 1973), i paesi del Golfo hanno accumulato una esorbitante liquidità in petro-dollari, in particolare l’Arabia Saudita, islamica di confessione sunnita, a fronte di una popolazione limitata (30 mln di abitanti oggi); il secondo produttore, l’Iran, invece, ha dovuto scontare il suo isolamento e il maggior numero di abitanti da sfamare, di confessione sciita.

Nell’ultimo decennio, gli Stati Uniti, oltre ad aver preso il controllo delle fonti di produzione del petrolio dell’Iraq (in parte sciita e in parte sunnita), dopo la seconda Guerra del Golfo, hanno posto sul piatto lo sviluppo di tecniche di frantumazione che gli stanno consentendo di estrarre e ottenere petrolio dalle rocce scistose.

Ciò ha determinato il crollo del prezzo del greggio che, da oltre 100 dollari al barile, era sceso al di sotto dei 50 a marzo di quest’anno. L’unico paese in grado di sostenere tale calo è l’Arabia Saudita, ma non gli altri paesi e soprattutto l’Iran.

Ecco il motivo per il quale quest’ultimo paese, negli ultimi anni, ha posto in essere un programma di sviluppo di energia nucleare, tramite l’importazione di uranio, soprattutto dalla Russia, e dagli altri paesi islamici dell’ex Unione Sovietica. A questo punto è entrata in ballo l’ISIS, il cui finanziatore principale sembra essere il Qatar, uno dei paesi del Golfo penalizzati dal basso prezzo del petrolio. L’ISIS (di fede sunnita), guarda caso, ha iniziato a combattere la sua guerra santa in Iraq e se prendesse il controllo dei pozzi petroliferi dell’area sarebbe uno scacco non indifferente per le compagnie anglo-americane.

Le altre due aree oggetto delle guerre condotte dagli integralismi islamici sunniti sono la Libia e la Nigeria, cioè altri due grossi produttori di petrolio, ma anche di gas metano (la Nigeria), così come – più o meno – tutti i paesi del Golfo. Infine, lo Yemen, la Somalia e l’Egitto, consentirebbero agli integralisti sunniti di controllare le rotte commerciali del greggio verso l’Europa.

E’ evidente quindi il disegno dell’ISIS e dei suoi finanziatori arabi, di prendere il controllo della produzione petrolifera e metanifera in questi paesi e dei suoi canali di commercializzazione, per riportarne il prezzo a livelli più consoni. Il risultato, oltre agli incredibili massacri ed esodi delle popolazioni è stato quello di un contenuto ritocco verso l’alto del prezzo del greggio, negli ultimi due mesi.

Gli Stati Uniti hanno sinora risposto con l’arma diplomatica che, secondo Von Clausewitz, è comunque una guerra combattuta con altri mezzi. Hanno, cioè, cominciato a stringere accordi con gli sciiti iraniani, al fine di risollevarli dalla crisi economica dovuta all’embargo imposto loro da alcuni decenni. Ciò comporterà sicuramente il ritorno sul mercato del petrolio iraniano che concorrerà, probabilmente, ad evitare possibili e/o sensibili ulteriori rialzi del prezzo.

La mossa potrà avere riflessi, per il momento, difficilmente prevedibili ma, comunque, mette in crisi l’intesa cordiale tra Iran e Russia, a suo tempo cementata dalle forniture di uranio. La Russia, già impegnata con tutte le scarpe nella crisi ucraina, ha risposto proseguendo nella minaccia di chiudere i rubinetti dei suoi gasdotti che passano per l’Ucraina.

Recentemente, tale minaccia è stata attenuata ma la sostanza del discorso non cambia: in questa fase della storia umana i motivi reali della stragrande maggioranza dei conflitti bellici tra le grandi potenze sono quelli legati all’approvvigionamento delle materie prime energetiche e cioè di petrolio, gas e uranio.

di Federico Bardanzellu

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