Nuovo governo: Di Maio 2018 come Togliatti 1944 e Berlinguer 1972

In un precedente articolo di InLibertà (“Il Ghino di Tacco prossimo venturo”), commentando i risultati elettorali, avevamo espresso il parere che la composizione del nuovo Parlamento sembrava la fotocopia di quelli della prima repubblica negli anni ottanta e che, come il PSI dell’epoca, l’attuale PD fosse indispensabile per la formazione di qualsiasi governo, essendo collocato comunque in posizione “centrale” nello schieramento, nonostante la sconfitta.

L’analisi era esatta ma non prevedeva l’ennesimo errore politico del segretario dimissionario del PD Matteo Renzi che ha mandato a monte l’accordo, ormai quasi fatto, con il M5S di Di Maio. Un errore che segue quello della personalizzazione del risultato del referendum sulle riforme costituzionali (4 dicembre 2016) e quello di rimanere attaccato alla poltrona di segretario del partito nonostante la sconfitta proprio nel referendum. Tutti errori che hanno più che dimezzato il consenso elettorale del suo partito e, ormai, praticamente o temporaneamente, posto fine alla carriera politica dell’ex sindaco di Firenze.

Detto ciò, sembra che la formazione del nuovo governo della XVIII legislatura della Repubblica italiana sia in dirittura d’arrivo, secondo una coalizione inedita: M5S-Lega. La composizione della nuova maggioranza fa sorgere delle considerazioni sorprendenti da parte dei politologi.

Il nuovo ruolo “centrale” del M5S

Il leader del  M5S  Luigi Di Maio ha saputo porsi in un ruolo “centrale” nell’assetto politico-parlamentare uscito dalle urne il 4 marzo scorso, senza porsi il problema di lasciare al PD (e al minuscolo partito di Grasso-Fratoianni) il ruolo di opposizione di sinistra. Inoltre, ha anche dato le carte della trattativa, imponendo a Salvini di lasciare lo schieramento di centro-destra (relegando Berlusconi insieme all’estrema destra di FdI) ed accettare il ruolo subalterno di partito minoritario della nuova coalizione.

Tale “sparigliamento” delle carte in tavola ha soltanto due precedenti nella storia dell’Italia sorta dalle ceneri del fascismo, entrambe effettuati da un leader del PCI: la “svolta di Salerno” del 1944, con la quale Palmiro Togliatti propose di accantonare la questione istituzionale Repubblica/Monarchia sino alla liberazione del paese (relegando i partiti repubblicani PSI, PRI e Partito d’Azione ai margini del dibattito politico) e il “compromesso storico” con il quale Enrico Berlinguer, a partire dal 1972, si pose come interlocutore diretto della DC, lasciando anche in tal caso, il PSI e i partiti “laici” ai margini.

Basterebbe ciò a paragonare Di Maio alle due personalità di grande spessore politico che abbiamo citato, mentre si ha molta difficoltà a paragonare Salvini a De Gasperi o a Moro, ciò ai due interlocutori che ebbero, all’epoca, Togliatti e Berlinguer. Questo perché il ruolo di Salvini, nel nuovo governo, sarà necessariamente di spalla, vista la differenza elettorale tra i due partiti (17,5% contro quasi il 33%). Inoltre, in caso di crisi con la Lega, Di Maio potrà sempre sbandierare l’arma del ricatto di poter ritentare l’accordo con il PD anche mediante appoggio esterno a un governo tecnico “del Presidente”.

C’è sempre un “Ghino di Tacco” nella politica italiana

L’accordo istituzionale DC-PCI del 1944 durò poco meno di tre anni, sino al febbraio del 1947; il “compromesso storico” di Berlinguer si attuò solo nel 1978 ma fu subito “decapitato” con l’assassinio di Moro e, infine, venne meno già l’anno successivo. Quanto durerà il compromesso Di Maio-Salvini? Per rispondere a tale domanda bisogna tener conto che le prerogative di colui che abbiamo a suo tempo indicato come l’attuale “Ghino di Tacco”, cioè il Presidente Mattarella, sono rimaste intatte o addirittura accresciute.

Nel suo discorso di commemorazione del suo predecessore Luigi Einaudi, infatti, Mattarella ha ricordato che il primo Presidente eletto della Repubblica italiana non si faceva scrupolo di rinviare le leggi alle Camere, in caso di mancata copertura finanziaria. Il giorno prima aveva dichiarato alla stampa che la scelta europea (e intendeva dire anche “atlantista”) non può essere messa in discussione dall’Italia.

Gli strumenti che l’attuale Costituzione fornisce in tal senso al Presidente Mattarella sono sicuramente maggiori di quelli dei suoi predecessori. E’ la Costituzione – di cui Mattarella è, per definizione, il garante – che attualmente recita, in base a modifica del 2012: “Il ricorso all’indebitamento è consentito solo al fine di considerare gli effetti del ciclo economico e, previa autorizzazione delle Camere adottata a maggioranza assoluta dei rispettivi componenti, al verificarsi di eventi eccezionali. Ogni legge che importi nuovi o maggiori oneri provvede ai mezzi per farvi fronte”.

In base alla stessa modifica oggi: “I Comuni, le Province, le Città metropolitane e le Regioni hanno autonomia finanziaria di entrata e di spesa, nel rispetto dell’equilibrio dei relativi bilanci, e concorrono ad assicurare l’osservanza dei vincoli economici e finanziari derivanti dall’ordinamento dell’Unione europea”.

Le prescrizioni di bilancio imposte da Bruxelles, quindi, sono vincolanti per il governo italiano, indipendentemente dalla sua composizione politica. La prerogativa del rinvio alle Camere delle leggi in contrasto con tali vincoli – e cioè prive di copertura finanziaria – costituisce un’arma micidiale in possesso del Presidente della Repubblica.

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