Nostalgia britannica

Il bello delle vacanze è il cambiamento, dimenticare i propri doveri e allontanarsi da tutto quello che ci è usuale; i soliti suoni, gli odori, le voci delle persone che frequentiamo, i paesaggi noti, tutto si annebbia, per il tempo di un viaggio, sostituito da nuovi, nitidi orizzonti. 

Immaginate che meraviglia se oltre ad allontanarsi dalla solita routine, una come me si allontana anche dalla lingua britannica: vacanza in un paese francofono, non lo avrei mai pensato prima ma, evviva! Per un paio di settimane niente più britannico e britannici, solo francese e francesi. Che gioia! 

Nessun problema, o quasi, a capire la lingua, sole e mare tutto il giorno, infradito e costume, capelli arruffati più del solito, trucchi dimenticati nel loro astuccio e, la sera, infilare la prima cosa che capita. Praticamente una selvaggia felice in un resort meraviglioso. 

È che, purtroppo, non tutti, o meglio, tutte, attorno a me, si sono abbandonate a questo stile Robinson Crusoe e a cena capita sempre di incontrare quelle donne impeccabili, ben vestite, truccate e pure pettinate. Dopo qualche giorno inizi a sentire una punta di fastidio. 

“A belle!” mi viene voglia di dire “mi vedete così ma posso dare molto, sistemata come si deve.”

Alla fine, la cosa migliore è dare una prova tangibile delle proprie potenzialità e quindi, una sera, decido di agghindarmi a dovere. Anzi tutto mi trucco: il rimmel ed un filo di matita fanno molto. E mi metto pure il rossetto, rosso, che dà sempre quel tocco garbatamente zoccoleggiante che fa sentire sexy. I capelli… vabbè,  di pettinarmi non ci penso proprio ma l’abito è bellissimo, il mio preferito, coloratissimo, arancione, viola, verde, scollato e lungo, perfetto per nascondere ciò che deve essere nascosto e per far sembrare presenti beni inesistenti. Praticamente, un miracolo in forma di vestito.

Frusciante e colorata, esco sentendomi perfetta, elegante ma anche semplice, “distinta”, direbbe mia madre. Con garbo, salgo sulla mia bici, Ammi, manco a dirlo, si è già allontanato a bordo della sua (colgo l’occasione, sai mai che leggendo gli entri in testa meglio che ascoltandomi: non si precedono le signore, Ammi, nè a piedi nè in bici. Le signore vanno attese, sempre, mica sei Trump!) e inizio a pedalare con eleganza, morbida e sinuosa mentre il vento fa volare il mio vestito ed io mi sento come in una nuvola, leggera… leggera fino a quando la bici inchioda. Fortuna vuole che non andassi veloce, avrei fatto un botto da paura. In ogni caso i pedali non vanno più avanti. Ma che strano. Quando sto per smontare mi sento trattenuta dalla mia bicicletta: mi piego a guardare e, con orrore, noto che il mio vestito è completamente arrotolato nella corona della ruota posteriore. E, con terrore, capisco anche che non sarà facile liberarlo: sarebbe necessario pedalare all’indietro ma, guarda tu che iella, queste bici pedalano solo in avanti. 

Eccomi qui, novella centauro, mezza donna e mezza bicicletta.

“Ammi! Tragedia!” grido nel buio della notte all’unico che potesse aiutarmi.

“Sei caduta?” chiede lui, tornando indietro.

“Peggio: il vestito!” dico indicando la ruota posteriore.

“Il vestito cosa?” chiede lui.

“Il vestito è incastrato nella ruota. Fai qualcosa, ti prego!” 

“Pedala all’indietro.” dice guardando la ruota, “comunque qui è tutto avvolto nella corona, si sarà rotto.”

“No! Non dirmelo!” urlo nella mia rigida posizione da centauro, in piedi con la bici tra le gambe e l’abito ad avvolgere entrambe, “I pedali non vanno all’indietro.”

“Ho un’idea” dice, “togliti la gonna.”

Ora, già è abbastanza mortificante ritrovarsi incollata ad una bicicletta, ma il fatto che Ammi non avesse la minima percezione di quanto mi fossi impegnata per poi rimanere attaccata a quella bici, bè, è stato veramente offensivo.

“Ti sembra che io abbia una gonna? Vestito, Ammi, questo è un vestito, unico pezzo, dalle spalle alle caviglie, chiaro?” dico acida, dimenticando, per un attimo, che il mio problema è essere diventata un centauro.

“Mbe…” fa lui.

“Ammi, è un vestito, capisci? Tutto intero, se lo tolgo resto in mutande, chiaro?”

“Allora non c’è niente da fare, bisogna smontare la ruota.” dice lui con la sicurezza da ex ciclista, “chiamo qualcuno” e ritorna dentro il nostro bungalow a telefonare.

Passa il tempo e quando si è in certe situazioni, ad esempio a cavalcioni di una bici, nel cuore di un elegante resort, incastrata ed immobile, sembra eterno; e non è gradevole incontrare gli sguardi dei passanti e dover simulare indifferenza, guardando sotto il ponte o fissando un punto lontano, sperso nel buio del cielo, come a dire “sto qui perchè voglio godermi questa bella serata, mica perchè sono bloccata”. 

Finalmente torna Ammi e arriva anche un ragazzo dell’assistenza. 

Mi guarda, lo guardo, mi guarda, lo guardo, sollevo l’abito, guardo la bici, lui guarda la bici e dice:

“Ohhhh!”

“Ehhhh! rispondo

“Ahhhh!” fa, piegandosi.

Tu devez smonter la roue.” gli dice Cristiano in un maccheronico francese.

Oui!” risponde lui, che, nonostante le parole inventate, ha capito, “Je reviens tout de suite!”, e si allontana veloce. Ho avuto la sensazione che ridesse.

Io sempre lì, sul ponte di legno, a cavalcioni della mia bici.

“Ammi, non posso restare così. Mi tolgo il vestito, corro a mettermi qualcosa e torno. Tu stai qui.”
“No!” grida Ammi, “Cosa penserà lui se non ti troverà qui?”

Ora, dico, hai tua moglie trasformata in centauro e ti preoccupi di cosa penserà l’uomo delle riparazioni se troverà solo il suo abito attaccato alla bici? Ma a voi sembra normale?

“Ma cosa vuoi che mi importi, penserà che sono evaporata, tu resta qui, io torno subito.”

Non è stato facile uscire dai panni di centuaro: una volta che l’incastro è fatto, sfilarseli di dosso è complicato, vi assicuro, e richiede una contorsione che meritava un applauso, all’esito della quale mi sono ritrovata libera, in mutande e reggiseno, sul ponticello. È strano il disagio che si può provare se si resta in mutande e reggiseno: anche se al mare stai in costume tutto il giorno, ritrovarsi senza abiti la sera ti dà proprio la sensazione di… di essere in mutande, ecco. Per fortuna la porta di casa era vicina ed il vialetto poco illuminato, quindi potrebbe essersi sbagliato chiunque abbia visto una donna che correva in mutande nel buio. 

Quando sono uscita, vestita, il ragazzo dell’assistenza stava smontando la ruota, assistito da Ammi, e ripeteva, incredulo e sorridente:

C’est la premièr fois! C’est la première fois!”.

Ed ecco, mentre stavo lì, nella notte, davanti al mio abito che giaceva informe a terra, ho provato una fitta lancinante di nostalgia per i britannici: in effetti capisco che quella potesse essere considerata una situazione originale, ma mai e poi mai un britannico avrebbe ritenuto opportuno sottolinearlo. I britannici mi avrebbero fatto sentire normale, loro avrebbero detto “It can happen”, avrebbero liberato il mio abito, avrebbero detto “I’m sorry” ed avrebbero atteso di arrivare a casa per sghignazzare! Loro non avrebbero infierito, sarebbero stati, in apparenza, buoni e comprensivi, come se fosse usuale trovare donne con abiti  incastrati nella ruota di una bici.

It’s the first time for me too.” ho risposto secca quando il ragazzo mi ha ridato il vestito, “Merci beaucoup”, mi sono girata e, come una vera inglese, con passo rigido ed altezzoso, sono scomparsa dentro la mia stanza, reggendo le spoglie del mio abito con dignità regale.

Britannici, tante ne dico di voi ma poi, nei momenti del bisogno, quanto mi mancate!

N.d.A.

Per chi fosse interessato, il mio vestito ha richiesto un lavaggio molto accurato per cancellare buona parte delle macchie di grasso che ne costellavano il bordo.

La corona dentata ha prodotto alcune perforazioni che rimarranno per sempre lì, a imperituro ricordo della notte in cui, divenuta un centauro, ho capito che, in fondo, io i britannici un po’ li amo.

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