Migranti di oggi e Windrush di ieri

Sebbene il mondo sia grande, sebbene gli uomini siano diversi tra loro, sebbene la Gran Bretagna sia diversa dall’Italia e l’America lontana un oceano, mi sorprendo a notare come la globalizzazione ci abbia avvicinati tutti: mangiamo gli stessi cibi, compriamo gli stessi abiti, usiamo gli stessi profumi. Ed adesso abbiamo anche gli stessi problemi. Anzi, lo stesso problema, perchè il problema del mondo globalizzato è uno solo: i migranti.

Delinquenza e malavita, malattie e carestie, guerre e genocidi, inquinamento e buco nell’ozono sono niente rispetto alla piaga dei migranti: i giornali dedicano decine di pagine all’argomento, i Tg metà dei loro trenta minuti e i dibattiti televisivi e le chiacchiere da bar hanno sempre uno spazio dedicato a loro, ai migranti. 

È un bel problema e tocca risolverlo: gli Stati hanno dei confini e per varcarli si devono rispettare delle regole come, in effetti, facciamo tutti noi che viaggiamo, tutti salvo i migranti e questo è inaccettabile. Che poi i migranti non siano dei turisti in viaggio è un dettaglio, il problema resta. Ed il mondo civilizzato si sta ingegnando per risolverlo.

Noi italiani affrontiamo la questione da anni e la risolviamo all’italiana: da noi sbarcano tutti, vuoi perchè siamo i più vicini, vuoi perchè abbiamo il cuore tenero, vuoi anche perchè, come diceva Salvatore Buzzi, uno dei big di Mafia Capitale, “tu c’hai idea di quanto ci guadagno sugli immigrati?”. Già, questi migranti possono fare comodo, almeno ad alcuni. Anche a Salvini hanno fatto un favore: con il suo hashtag #chiudiamoiporti – del quale hanno fatto le spese solo quelli dell’Acquarius, perchè poi i porti si sono riaperti –  il nuovo Matteo si è preparato a vincere le prossime elezioni. Così, finalmente, sarà chiaro chi è il primo ministro. 

Anche agli americani i migranti non piacciono granchè. Questi messicani e sud americani che, con la scusa di portare i bambini a fare una passeggiata nel deserto, cercano di entrare illegalmente in America vanno fermati in ogni modo.

La grandiosa idea di costruire un muro al confine con il Messico, e a spese dei messicani, è piaciuta così tanto agli americani che Trump ha vinto le elezioni. Poi, però, il progetto è risultato un tantino complicato da realizzare, e il Messico ancora ride all’idea di doverlo finanziare. Ma Trump non si è arreso: questi gitanti del deserto vanno fermati. E cosa c’è di meglio, per scoraggiare le famiglie a varcare il confine, che la minaccia di separare madri e figli? Non importa se si tratta di adolescenti o neonati, tolleranza zero: i genitori in carcere, e i bambini… i bambini in gabbia, le manine attaccate alla rete, a piangere soli, disperati, inascoltati. Devi guardare i video per crederci, per credere che in una nazione che si professa democratica, dove i diritti dei cittadini sono sacri ed intoccabili, possa accadere una cosa così. Ma il punto è proprio questo: i migranti non sono cittadini, sono invasori e come tali vanno trattati. In fondo anche gli ebrei erano dei ricchi rompiscatole e sappiamo com’è finita.

La multietnica Gran Bretagna ha ampiamente manifestato, votando Brexit, quanto poco gradisca i migranti ma, come sempre, anche in questa lotta all’invasore i britannici sono avanti a tutti. Era difficile, ma sono riusciti a fare di meglio. 

Perché se i migranti sono, in effetti, degli stranieri, diversa è la storia, tutta britannica, dei Windrush.

Andiamo indietro di sett’anni esatti quando, nel dopo guerra, la Gran Bretagna ha reclutato dalle sue colonie caraibiche uomini e donne: c’era un paese da ricostruire, serviva manodopera. Il primo carico umano ha viaggiato a bordo della nave Windrush, che ha attraccato nel porto di Tilbury, in Essex, il 22 giugno 1948. 

Molti di questi ex coloni sono arrivati così giovani che questo è il solo paese che hanno conosciuto; sono andati a scuola qui, si sono diplomati, hanno lavorato e pagato le tasse, hanno fatto dei figli. La Gran Bretagna è casa loro e non si sono mai preoccupati di essere o non essere regolari: come potevano non esserlo?

È andato tutto bene fino a che, nel 2012, la legge sull’immigrazione è cambiata e da controlli effettuati è risultato che i Windrush non erano più in regola. Per esserlo dovevano naturalizzarsi, ossia richiedere i passaporto britannico e per averlo dovevano provare di essere arrivati in UK prima del ’71 ma, pensa che distratte, queste migliaia di persone, arrivate magari da bambini, non avevano conservato il biglietto di viaggio e non riuscivano a documentare la data di arrivo. Per fortuna la Home Office, il ministero dell’interno, ne aveva una copia ma, guarda tu la jella, tutte le landing cards erano state distrutte nel 2010. Quindi? Quindi l’Home Office ha inviato ai Windrush una comunicazione formale: ti informiamo che risiedi illegalmente in UK e possiamo aiutarti a tornare a casa volontariamente. Conoscendo i britannici, significa che, con le buone o con le cattive, te ne devi andare. A casa. Ma quale casa? Si sono domandati disperati i Windrush, che non hanno altra casa che questa. Ma, si sa, i britannici sono rigidi e se non hai rispettato la legge peggio per te. Così c’è il signor Griffith, che a 63 anni, 52 dei quali vissuti in UK, è stato licenziato perchè irregolare; c’è Maynard, che ad 89 anni è andato a trovare i parenti  alle Barbados e non ha più avuto il permesso di tornare a casa sua, in Gran Bretagna; c’è Albert, che è arrivato dalla Jamaica da ragazzino e che ora ha 63 anni ed il cancro ma, essendo illegale, non ha diritto alla sanità pubblica; c’è Paulette, 61 anni, che vive qui da quando ne ha 10 ma che un giorno è stata arrestata, ed era già ad Heathrow, per essere deportata in Jamaica, quando è arrivato il provvedimento di sospensione.

“Mi sono sentita come se non esistessi”, ha detto Paulette quando è tornata a casa.

In effetti non esisteva: Paulette ed i Windrush ed i migranti non esistono, non sono persone. Sono solo un problema.

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