Medio Oriente: il ruolo di Erdogan (e dei Curdi)

800px-S7000218Nello scacchiere del Medio Oriente, c’è sempre stato un soggetto che ha rivestito il ruolo di presenza avanzata della NATO: la Turchia. Fedele alleato strategico degli Stati Uniti sin dai tempi della guerra fredda, la nazione euro-asiatica, sino a qualche anno fa, aveva centrato la propria politica estera quasi esclusivamente sul negoziato di adesione all’Unione europea.

Il tentativo, tuttavia, si è sempre più arenato, di fronte a ostacoli in parte sostanziali ma in parte anche ideali. L’ostacolo ideale frapposto soprattutto dalla Francia, dove la lobby armeno-levantina è particolarmente forte, soprattutto nel settore bancario, è ancora quello del mancato riconoscimento del genocidio degli armeni di più di un secolo fa; un presupposto ideale che è sembrato molto più dirimente dell’appartenenza all’islamismo della stragrande maggioranza della popolazione turca.

Un ostacolo politico di natura sostanziale, invece, si è rivelata la questione cipriota, in quanto la Turchia occupa militarmente dal 1974 una parte del territorio di uno Stato membro dell’Unione (Cipro). Con l’avvento al potere di Recep Erdogan, lo sguardo della Turchia, più che all’Europa, ha cominciato a dirigersi verso lo scacchiere medio-orientale e nordafricano, in nome di un velleitario panislamismo. Tale iniziativa, stavolta, ha trovato ostacoli naturali nello storico nemico iranico e nel siriano Assad, alleato dell’Iran, oltre che, chiaramente, nella componente curda irachena.

Erdogan ha tentato di estendere la sua influenza nelle “primavere arabe” ma vi è riuscito solo in modesta parte. Dopo l’ascesa e la caduta di Morsi in Egitto, infatti, si è trovato di fronte, in quest’area, un nemico particolarmente ostile. In seguito tale ostilità si è aggravata per l’appoggio, anche militare, che la Turchia sta fornendo al governo libico di Tripoli, mentre l’Egitto e l’Arabia Saudita appoggiano quello di Tobruk. Anche l’obiettivo di far cadere Assad, fornendo i ribelli di armi, si è rivelato velleitario e ha avuto come conseguenza l’accoglimento di oltre un milione e mezzo di rifugiati siriani all’interno dei confini turchi.

La sovraesposizione del governo turco, inoltre, ne ha reso tesi i rapporti con i paesi arabi “moderati”, quali la Giordania, l’Iraq filo-americano e l’Arabia Saudita, nonostante che le vedute di quest’ultima convergano con quelle di Erdogan per quanto riguarda la Siria. Per non parlare dei rapporti tra la Turchia e l’Israele di Netanyahu, che continua a temere e a rinfacciarle le strette relazioni con Hamas.

Paradossalmente, il clima di guerra con lo Stato islamico dell’Is, oltre ad alcuni strani intrecci economico-commerciali, ha consentito il formarsi di convergenze politiche tra la Turchia e l’amministrazione curdo-irachena. Inoltre il recente risultato elettorale, con l’ingresso del partito filo-curdo nel parlamento di Ankara, ha aperto scenari sinora ritenuti scarsamente ipotizzabili. Se appare difficile che Erdogan e i neo parlamentari curdi possano formare un governo di coalizione, tuttavia, il leader turco non può ignorare che le forze curde sono quelle maggiormente impegnate contro le forze del califfato e, in caso di vittoria della coalizione anti IS, presenteranno il conto all’occidente.

In tal caso, difficilmente Erdogan potrà opporsi al riconoscimento internazionale di una forma statuale di Kurdistan più sostanziale che formale ai propri confini.

di Federico Bardanzellu

Fonte foto: Commons

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