Mattone su mattone

picconemuroVenticinque anni fa cadeva un muro. A Berlino persone della stessa terra rimaste separate per ventinove anni si riabbracciavano tra polvere e macerie odorando profumo di libertà, rivincita, futuro.  

Venticinque anni dopo molti ignorano quanto avvenne il quel giorno di novembre. In tutto questo tempo abbiamo ricominciato a ricostruire muri nel tentativo di difendere la nostra individualità, il nostro essere al sicuro dal mondo.

Abbiamo cesellato maschere di legno, forgiato corazze di ferro, alzato pareti di cemento armato o paraventi di vetro trasparente, imparato a truccarci, a scoprire solo un pezzetto o a mostrarci nudi ma solo esteriormente. Tutto per proteggerci dall’altro, il nemico. Lo straniero, l’invidioso, il rivale, il vicino, il carnefice, la belva, il lupo delle favole, il diverso, il malato, il deviante.

Dobbiamo difenderci, a qualunque costo. Sempre.

Io, essere unico e irripetibile, io esisto se mi distinguo, io sono potente e forte se riesco ad essere autosufficiente, se non mostro le mie fragilità, se so camminare un passo avanti agli altri, se difendo il mio spazio, il mio tempo, la mia autonomia.

Alziamo muri, di indifferenza, odio, omertà, intolleranza, sfiducia, paura, di non condivisione, muri di gomma sui quali rimbalziamo, muri di siepi per celare il nostro giardino, muri di silenzi per non esprimere il nostro sentire, muri impregnati di colla per tenere stretto chi diciamo di amare, schermi di computer come finestrelle per affacciarci sul mondo tanto poi le richiudiamo, muri sottili come gusci d’uovo o duri come acciaio.

Nascondiamo il dolore dietro il muro della dignità, non è decoroso mostrare le lacrime ma neanche i sorrisi. Ci nascondiamo dietro il muro del cellulare se in metro incrociamo degli occhi che meriterebbero d’esser corrisposti con parole d’apprezzamento, se non vogliamo ascoltare, se non abbiamo voglia di rispondere.

Amiamo possedendo, il muro del possesso ci impedisce di guardare davvero la persona che vogliamo, se lo abbattessimo dovremmo accompagnarci invece vogliamo essere seguiti o proseguiamo da soli.

Mattone su mattone, giorno per giorno, abbiamo perso il senso della carne, dell’abbraccio, del concederci, degli sguardi diretti, delle parole urlate, della capacità di farci sanguinare le mani per sbriciolare barriere per arrivare a toccare l’altro.

Eppure basterebbe così poco, alzare lo sguardo, cominciare a guardare invece di vedere, ascoltare invece di sentire, non soffocare l’empatia e ricominciare ad avere fiducia.

Perché è possibile, come venticinque anni fa, che mani che impugnano un piccone non vogliano ucciderci ma indurci a frantumare le nostre riserve.

di Deborah Capasso de Angelis

foto: giornaledibrescia.it

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