Massoneria e Vaticano. Che c’è di vero? (Seconda parte)

ssup13cIn vista del conclave del 1978, Licio Gelli, maestro venerabile della potentissima loggia massonica P2, aveva manovrato per gettare discredito sull’ala riformatrice della Chiesa cattolica perché temeva che un Papa progressista in Vaticano avrebbe potuto compromettere il suo piano eversivo di  sovvertimento delle istituzioni  in Italia. Se, con l’ascesa di Giovanni Paolo II al soglio pontificio, tale pericolo poteva dirsi parzialmente sventato, altrettanto non poteva dirsi per quanto riguarda le sue ambizioni di controllo sul patrimonio finanziario del Vaticano.

A capo della banca vaticana (lo IOR), infatti, già sotto il papato paolino era stato posto l’arcivescovo statunitense Paul Marcinkus. Nonostante l’attacco mediatico anche nei suoi confronti, tentato da Gelli con la collaborazione del suo affiliato Mino Pecorelli, Marcinkus era stato confermato al suo posto dal nuovo Papa. Gelli aveva messo gli occhi sul Banco Ambrosiano, una  prestigiosa banca di cui lo IOR era il maggior azionista e, per controllarla a suo piacimento, era riuscito a far nominare amministratore delegato il fratello massone Roberto Calvi (tessera P2). Ma Marcinkus non era l’ultimo arrivato.

Secondo Ferruccio Pinotti, autore di “Poteri forti”, in cambio del controllo sul Banco Ambrosiano, Calvi sarebbe stato costretto a erogare cospicui finanziamenti a società fantasma, dipendenti dallo IOR, ma con sede in paradisi fiscali. A questo punto, quindi, i rapporti tra Vaticano ed esponenti della  massoneria  si dovettero necessariamente allargare sino a comprendere le attività della malavita organizzata. Per reperire i fondi necessari (duemila miliardi di lire!), infatti, Calvi si sarebbe rivolto alla mafia – probabilmente, con i buoni uffici dello stesso Gelli – ottenendo denaro derivato da operazioni illegali, per riciclarlo nei conti svizzeri dipendenti dallo IOR. Una piccola parte di tali finanziamenti (duecento milioni), inoltre, sarebbe provenuta dalla Banda della Magliana. Tra la mafia di Pippo Calò, la BdM e alcuni esponenti della destra eversiva, infatti, i rapporti erano stretti già da qualche tempo. Secondo il collaboratore di giustizia Antonio Mancini, detto “Accattone”, ex killer della BdM, l’uccisione dello stesso Mino Pecorelli, il 20 marzo 1979, sarebbe stata un’operazione concertata da questi tre soggetti. Mancini ha riferito anche che Renatino De Pedis, uno dei più spregiudicati leaders della banda era in stretto contatto con il cardinale Ugo Poletti, vicario di Roma, a suo tempo compreso nella “lista Pecorelli” dei presunti prelati massoni.

Il 17 marzo 1981, fu scoperta la lista degli appartenenti alla loggia P2; il maestro venerabile Licio Gelli fuggì in Svizzera, il Banco Ambrosiano fu dichiarato fallito e il “fratello” Roberto Calvi rimase privo di protezione, senza essere ancora riuscito a restituire le somme di denaro  che aveva avuto in prestito dalla malavita. Che fine avevano fatto quei duemila miliardi? Lo si evince da una lettera con la quale, il 5 giugno 1982, Roberto Calvi, braccato dalla mafia, si rivolge a Papa Giovanni Paolo II per chiedere aiuto: “sono stato io ad addossarmi il pesante fardello degli errori nonché delle colpe commesse dagli attuali e precedenti rappresentati dello IOR …; sono stato io che, su preciso incarico dei Suoi autorevoli rappresentanti, ho disposto cospicui finanziamenti in favore di molti Paesi e associazioni politico-religiose dell’Est e dell’Ovest …; sono stato io in tutto il Centro e Sudamerica, che ho coordinato la creazione di numerose entità bancarie soprattutto allo scopo di contrastare la penetrazione e l’espandersi di ideologie filomarxiste” (Fonte: Pinotti  su autorizzazione del figlio di Calvi). Non si sa se il Papa abbia avuto la volontà di intercedere in favore del massone Roberto Calvi; certamente non fece in tempo, perché dopo soli dodici giorni, il cadavere di quest’ultimo fu trovato appeso alle volte del Ponte dei Frati Neri di Londra.

Secondo un altro collaboratore di giustizia, Francesco Marino Mannoia, Calò e Gelli sarebbero comunque riusciti a recuperare alcune decine di miliardi. Ma era poco. E la banda della Magliana aveva perso tutto.  “C’erano soldi che non rientravano – rivela “Accattone” – e la scelta era tra lasciare qualche cardinale a terra ai bordi della strada (leggi: “ucciso barbaramente”) o colpire qualcuno che fosse vicino al Papa e che aveva rapporti economici con noi (e con la mafia. NdR) per marcare un segno. Il padre di Emanuela Orlandi non era un semplice commesso. Era molto di più. Scegliemmo la seconda strada”. Per questo fu rapita e uccisa Emanuela: per far giungere un avvertimento diretto a Woytila, sostiene Mancini. De Pedis avrebbe guidato la macchina utilizzata per il sequestro della ragazza. Chi fosse quel cardinale che aveva rischiato di rimanere “a terra ai bordi della strada” non si è mai saputo e, probabilmente, non si saprà mai. Fatto sta che sette anni dopo, nel 1990, quando De Pedis fu ucciso per una faida interna alla banda, il cardinale Ugo Poletti ne autorizzò la sepoltura nella basilica di Sant’Apollinare, per gli speciali servigi forniti dal malvivente alla Chiesa cattolica.

Nel frattempo, il 26 novembre 1983, la Congregazione per la dottrina della fede, presieduta dal cardinale tedesco Joseph Ratzinger, dichiarava che il giudizio della Chiesa nei confronti della massoneria era rimasto immutato e che i fedeli ad essa appartenenti  dovevano considerarsi scomunicati. Marcinkus sarebbe cessato da presidente dello IOR solo nel 1989, mentre Poletti si dimise dalla carica di cardinale vicario due anni dopo, per raggiunti limiti d’età.

di Federico Bardanzellu                                                                                                                             

Immagine tratta dal film “Il banchiere di Dio”, di Giuseppe Ferrara, 2001

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