Maratona, la regina di tutte le corse

490 a.C. Filippide corre dalla Città di Maratona fino all’Acropoli di Atene per annunciare la vittoria sui persiani.

Una delle gare più attese alle Olimpiadi moderne e la più spettacolare nel campo dell’atletica leggera è la Maratona. Si tratta di una gara di corsa sulla distanza di 42,195 chilometri.

L’idea di organizzare questa gara venne a Michel Breal, filologo e glottologo francese di fine ‘800, appoggiato fortemente da Pierre de Coubertin, il fondatore dei moderni Giochi Olimpicial fine di rievocare sportivamente un evento epico, che la storia restituisce come un’impresa grandiosa e drammatica.

Nel 490 a.C.un militare ateniese, noto per essere stato un leggendario emerodromo, ovvero colui che è capace di correre per un giorno intero, corse da Maratona sino ad Atene per annunciare la notizia della vittoria sui persiani. Indossava la pesantissima armatura completa e, per lo sforzo, morì poco dopo il glorioso annuncio.

Molte le fonti che riportano l’episodio come realmente accaduto, seppur col suo carico di leggenda. Alcuni storici antichi identificano l’eroico soldato con Eucle; a differente conclusione giunge Eraclide Pontico, cheascrive l’episodio a Tersippo; tuttavia, sembra più attendibile l’opinione di Luciano di Samostata e del Plutarco di “Sulla gloria degli ateniesi”, i quali ritengono che si tratti di Filippide.

Orbene, Filippide, addestrato, come tutti i suoi coetanei, nell’arte della guerra e dotato di un fisico atletico particolarmente indicato per la corsa di resistenza, divenne in breve il più grande emerodromo dell’Ellade, distinguendosi per forza e coraggio in diverse occasioni, ultima delle quali la battaglia di Maratona. Milziade, lo stratego che contribuì maggiormente a vincere, in quell’occasione, lo incaricò di portare ad Atene l’importante notizia della vittoria. Un incarico pieno di insidie. Innanzi tutto, fu costretto a correre attraverso un grande tratto del campo di battaglia, un campo disseminato di morti e feriti, con il rischio di incorrere in un soldato nemico ancora vivo ed in grado di ingaggiare battaglia. Inoltre, fronteggiò il rischio di incrociare una guarnigione nemica in ritirata o nascosta nei pressi. Tutto questo con addosso la stanchezza infinita originata dalla battaglia appena combattuta. Come per ogni partecipante alla battaglia, il suo volto era scavato, provato dalla notte insonne che aveva preceduto lo scontro, dalla tensione e dalla fatica del combattimento da poco conclusosi. Solitamente, dopo la battaglia, fatte le dovute ricognizioni per imprigionare i nemici ancora in vita, il guerriero conquistava meritato riposo. Ma non ci fu riposo, per Filippide. Egli richiamò a sé le residue forze percompiere un’impresa persino maggiore di quella appena compiuta combattendo.

La distanza era tanta fino ad Atene e più lunga delle normali gare di corsa a cui Filippide aveva preso parte fino ad allora nei Giochi Panatenaici, in quelli Olimpici, nei Giochi Istmici e in quelli Delfici, ma tentò ugualmente l’impresa: in cuor suo sapeva che doveva farcela. Gli era stato chiesto dal suo comandante, lo richiedeva la sua patria.

Ovviamente, l’impresa eroica non poteva non essere ricordata nei Giochi Olimpici moderni. Solitamente, per conferirle maggiore importanza, la maratona viene disputata come ultima gara sia nelle competizioni di Atletica Leggera, sia nelle Olimpiadi, tanto che la premiazione viene fatta poco prima o addirittura durante la cerimonia di chiusura.

La distanza della competizione non è sempre stata la stessa. Nei primi anni era di 40 chilometri netti, cioè la distanza che c’è tra la città di Atene e Maratona.

La Maratona del 1908 svolta a Londra, doveva originariamente partire dal Castello di Windsor e finire allo Stadio Olimpico con un percorso di 26 miglia esatte pari a 41,843 chilometri a cui però gli organizzatori aggiunsero 385 iarde, ossia 352 metri in modo da porre la linea di arrivo davanti al palco reale. La distanza così risultante fu di 42,195 chilometri.

Nel 1921, dopo le successive edizioni dei Giochi di Stoccolma e di quelli di Anversa, tale distanza venne adottata come standard dalla Federazione Nazionale di Atletica e divenne ufficiale a partire dai successivi Giochi di Parigi del 1924.

Anche a Roma, nei Giochi Olimpici del 1960, fu premiata una storica maratona. Vinse l’etiope Abebe Bikila, precursore di un’imbattibile schiera di fondisti africani, il quale percorse tutti i 42,195 chilometri a piedi nudi in mezzo alle antichità di Roma. Quasi a collegare la storia antica con le imprese dei moderni atleti, la corsa terminò al tramonto, sotto l’Arco di Costantino, esattamente come al tramonto Filippide raggiunse l’Acropoli di Atene pronunciando la celebre frase nenikékamen”abbiamo vinto!

di Michele Petracci

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