Lost in traslation tra vasche da bagno e pipistrelli

bandiere-italiana-e-ingleseGira voce, in Italia, che l’inglese sia una lingua facile e che gli Inglesi siano antipatici: pare, addirittura, che fingano di non capirti quando parli.

Una delle prime cose che si fanno, quando ci si trasferisce in un’altra città, è proprio studiare la lingua del posto; io, forte delle suggestioni italiane (l’inglese è una lingua facile), ho iniziato il mio percorso di studio quasi con sufficienza: l’italiano sì che è una lingua difficile, che sarà mai imparare l’inglese? E infatti guarda, il verbo to be, con tutti questi “are”, che ci vuole a ricordarlo? Vuoi mettere con il nostro verbo “essere”? Per non parlare di to have: tutti have, salvo la terza persona… ed al passato, tutti had! E vogliamo dire della semplicità di formare il passato prossimo aggiungendo “ed” al verbo?

Sì, facile. Poi ho capito che tre quarti dei verbi sono irregolari e i participi hanno una forma verbale a parte; e quando sono stata introdotta nell’universo dei phrasal verbs, allora ho iniziato a preoccuparmi davvero: com’è possibile che lo stesso verbo abbia 500 significati diversi a seconda della preposizione che lo accompagna? Mi stai dicendo che “to look” non significa solo “guardare” ma può vuole dire “cercare” o anche “non vedere l’ora di vedere”? E può cambiare ancora tante altre volte con altre preposizioni? E davanti a me un insegnante britannico annuiva, guardandomi come se fossi scema: certo, cosa c’è di strano?

Il cammino verso la conoscenza linguistica si è fatto giorno per giorno più complicato e ho scoperto, con una punta di orrore, che non posso aggrapparmi a quelle poche regoli che conoscevo perché, ahimè, l’inglese è una lingua irregolare. Cosa significa? Che la grammatica è complicatissima perché, appunto, quasi priva di regole generali: ogni situazione è un caso a sé e se non la conosci sbagli. E  parlerai come uno che, in italiano, toppa i congiuntivi. Non è bello.

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Poco male, dirà qualcuno, tutto sta a farsi capire e poi con la pratica tutto si impara.

Certo, sarà come dicono. Io, però, non imparo. E quando scrivo “non imparo” intendo esattamente questo: non miglioro, mi scordo le parole, non applico le regole, sbaglio i verbi, creo espressioni inesistenti. Sì, ho tanta fantasia e poca capacità, il che non è l’optimum per parlare un’altra lingua.

Tutti i miei amici a dirmi la stessa cosa: buttati, parla, non avere imbarazzo, lanciati! Ed io mi sono lanciata: se mi rivolgono una domanda, invece del solito Sorry, I don’t speak English, che utilizzo ormai solo in caso di necessità estrema, mi impegno e parlo e poiché tre quarti delle volte non capisco cosa mi abbiano chiesto, io rispondo con la prima cosa che mi passa per la testa. Nell’ascensore, ad esempio, a qualsiasi domanda, replico con osservazioni sul tempo del tipo Ohhh, yes, the weather in London is miserable!” o con argomenti più personali del tipo “Ohhh” (fa sempre la sua scena iniziare la frase con un oh. Loro, i britannici, lo fanno), I’m from Italy and I’ve been living here for a long time, but it is very difficult to change life. É evidente che chi mi aveva chiesto se avevo avuto anche io un problema con l’acqua calda o se apprezzavo il fatto che l’ascensore fosse molto veloce, rimanga interdetto. Ma, e questa è la grandezza dei britannici, nessuno manifesta lo sconcerto che, a parti invertite, manifesterei io: loro rimangono impassibili e rispondono, “Oh, yesss..” cercando di dare un senso al nuovo discorso. E poiché io continuo a seguire il mio estro creativo, nel corso dei 16 piani che facciamo insieme in ascensore, si intavola un conversazione che nessuno capisce.

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È un buon sistema per fare esercizio con la pronuncia; l’effetto collaterale è che mi è parso di notare una certa riluttanza da parte dei miei vicini a salire con me in ascensore, ma questo è il prezzo da pagare per l’apprendimento linguistico.

Comunque sia, una volta che ho iniziato a parlare non mi sono fermata più e, con gli amici stranieri, dò sfoggio dei miei progressi linguistici. E lì mi rendo conto di tutta la differenza che c’è tra gli inglesi ed il resto del mondo perché sfortuna vuole che nessun altro popolo abbia lo stesso aplomb dei britannici. Per tutta la vita mi ricorderò la risata fragorosa della mia amica Lyndsey quando, a cena, invece di dirle che per preparare la besciamella avevo un trick (trucco), le ho detto che avevo un truck (un camion): i suoi occhi a mandorla si sono dilatati a dismisura mentre ripeteva Do you have a truck to make a besciamella?”, hai un camion per fare la besciamella?

Di contro, ho tanto apprezzato l’impassibilità del barista britannico quando, invece di dirgli che ero seduta behind (dietro) quella parete, gli ho spiegato che stavo esattamente above (sopra) il muro: fossi stata al suo posto, dopo essermi sganasciato dalle risate, avrei lanciato il fish and chips sulla parete dove gli avevo detto che stavo, ed invece lui, come niente fosse, si è limitato a precisare ahhh, ok, in the other room nell’altra stanza, e lì mi ha servito il pasto.

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Sempre Lyndsey mi ha spiegato che non era opportuno io continuassi a pronunciare can’t (non posso) così come è scritta: ad onta del fatto che per solito la A si pronuncia A, nel caso di can’t è consigliabile una meno corretta pronuncia “kent”, oppure “caaant” con la A super lunga, perché la pronuncia “cant” suona come la più terribile  e volgare parolaccia anglo-americana.

Anche a scrivere ho il mio bel da fare. Non immaginereste mai quanto una vocale  o una semplice H possano cambiare il significato di una parola!

Il mio idraulico, ad esempio, avrà avuto qualche perplessità quando gli ho scritto che avevo bisogno venisse urgentemente a sistemare il mio pipistrello, perché bath è vasca da bagno ma bat, senza quella dannata H, è pipistrello.

Penso che anche la mia amica Jennifer sia rimasta colpita nel leggere che pensavo sua madre fosse molto “topa”: io intendevo simpatica, ma se invece di funny  con la U (simpatica) scrivi fanny con la A , eccolo là che tutto cambia.

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Sì, se lo state pensando, sono d’accordo con voi: ho un serio deficit nell’apprendimento linguistico ma, ad onta delle credenze popolari, qui nessuno me lo fa pesare e tutti si sforzano davvero di capire: l’idraulico, per esempio, è arrivato a casa mia con la cassetta degli attrezzi e non con una rete per pipistrelli.

D’altra parte gli stranieri, a Londra, sono tantissimi ed ognuno di loro porta con sé personalissime interpretazioni della lingua britannica cui i nativi sono ormai abituati ed in parte arresi: si sforzano di comprendere tutti, non ci ridono in faccia  img964di fronte alle nefandezze linguistiche che quotidianamente diciamo e se non capiscono è perché  è stato detto davvero qualcosa di incredibile.

E non è poi così difficile sbagliare, con questa lingua dove sheet e shit o beach e bitch si pronunciano in maniera incredibilmente simile ma hanno significati molto, molto diversi. Quali? Oh, sorry, I don’t speak English!

di Valentina Clavenzani

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