Lo sgombero Casamonica e il problema dell’integrazione dei gruppi di popolazione Rom e Sinti

Abbiamo visto, nella prima parte, che i gruppi impropriamente definiti come “nomadi” possono essere distinti in Rom e Sinti, mentre i cosiddetti “camminanti” rappresentano un esiguo 2% dell’insieme complessivo. Ci siamo poi diffusamente intrattenuti a descrivere i caratteri dei Rom, che sono gli zingari di più recente arrivo in Italia – a partire, sostanzialmente, dalle guerre nella ex-Jugoslavia di fine novecento – e, per circa due terzi, ancora di nazionalità straniera. Cerchiamo ora di capire chi sono i Sinti, di cui fanno parte i clan dei Casamonica e degli Spada.

I Sinti

I primi gruppi Sinti sarebbero giunti in Italia d’oltre Adriatico a partire dal XIV secolo, sino al XVI, probabilmente per sfuggire ai Turchi. Confluivano principalmente nel porticciolo di Montesilvano Marina, che era un po’ la “Lampedusa” dell’epoca, presso l’attuale Pescara. Di qui si diffusero nella penisola, acquisendo cognomi italiani. Molti di loro, infatti, dalla località di provenienza, furono chiamati Abruzzese o Bruzzese.

La loro lingua d’origine, il romaní, tuttora parlato dai Rom, fu subito fortemente influenzato dai dialetti regionali ed oggi, tra i Sinti, è quasi del tutto dimenticato; sopravvive pressoché esclusivamente nella memoria degli anziani e nell’uso comune di alcuni vocaboli particolari (come la parola “gagé” o “gaggio” per indicare i “non Sinti”, oggetto di raggiri). Dopo secoli di permanenza in Italia, i Sinti, quindi, hanno cognome italiano, cittadinanza italiana e parlano italiano. Ciò non toglie che ai Rom, parlanti la lingua romaní, sono stati esclusi dal legislatore i benefici della legge n. 482 del 1999 (protezione delle minoranze linguistiche) per il loro presunto nomadismo.

Vi è, inoltre, il caso particolare di gruppi abbastanza numerosi di Sinti inizialmente stanziati, tra gli anni venti e quaranta, nella Venezia Giulia e nella Slovenia e parlanti, all’epoca, lingua slovena. Costoro furono costretti dal fascismo a italianizzare il loro cognome (ad es. “Vodopivec” fu tradotto in “Bevilacqua”) e, dopo, il “patto d’acciaio” con la Germania nazista, forzatamente internati in appositi campi di concentramento.

Non va dimenticato, infatti, che durante la II Guerra Mondiale, circa 220.000 tra Rom e Sinti trovarono la morte nei campi di sterminio, al pari degli Ebrei (fonte: Panorama). Sembra che, complessivamente, gli zingari internati in Italia, in quegli anni, siano stimabili in alcune migliaia.

Quando gli “zingari” svolgevano un mestiere tradizionale

Fino a trent’anni fa, i Sinti svolgevano mestieri tradizionali. Il più diffuso era quello dei giostrai ma anche quello dei circensi. Le più importanti famiglie circensi italiane, gli Orfei e i Togni, hanno origini sinte. Si dedicavano anche all’artigianato del metallo (erano ramaioli o coltellai), alla cura dei cavalli da corsa (come i Casamonica) o alla musica tzigana. Alle donne, per tradizione, era interdetto il lavoro fuori casa ma si occupavano dei lavori di ricamo e di sartoria nei loro “carrozzoni”.

Sino a trent’anni fa, nonostante il permanere di un’indubbia diffidenza reciproca, le comunità Sinti avevano trovato il loro modus integrandi con il resto della popolazione, svolgendo tali mestieri. Poi è arrivata l’industrializzazione a rimettere tutto in discussione. Il mestiere di giostraio o di circense, così come l’artigianato andò in crisi e le scuderie da corsa progressivamente chiusero.

Per questo, alle donne non rimase che chiedere l’elemosina per le strade e gli uomini validi di finire tra le braccia della malavita organizzata e, spesso, in carcere; tutto ciò, dopo un apprendistato di furtarelli compiuto in strada già da ragazzini. I clan più compatti, come i Casamonica, i Di Silvio e gli Spada, ben presto assunsero le forme della delinquenza mafiosa. Il resto sono storie di emarginazione e di cronaca.

Possibili soluzioni per l’integrazione di Rom e Sinti

Detto ciò, quello della repressione dei reati in base a criteri sostanzialmente “etnici”, come effettuato recentemente sui Casamonica, non è un sistema di cui uno Stato democratico può continuare a vantarsi e a perseguire. Se, da un lato, non vi sono dubbi per quanto riguarda l’illegalità delle abitazioni sgomberate e poi demolite nonché dell’organizzazione mafiosa dei gruppi in questione, resta il fatto che, per decenni, le amministrazioni capitoline si sono preoccupate di sanare legalmente e di fornire di servizi a centinaia di migliaia di abitazioni abusive mentre le otto villette dei Casamonica sono state distrutte e i loro occupanti sbattuti in mezzo alla strada.

Per quanto riguarda i minori, essi andrebbero compresi in un incisivo programma di scolarizzazione e di formazione professionale, molto spesso declamati dalle amministrazioni pubbliche ma quasi sempre rimasti lettera morta. Chi scrive ha assistito alla creazione di cooperative di donne Sinti e Rom per lo svolgimento di lavori artigianali tradizionali che, se ricondotte nel sistema della grande cooperazione, possono trovare un mercato. Proseguire in tal senso favorirebbe l’integrazione e l’emancipazione della donna Rom e Sinti, ancora succube del suo compagno.

Un programma di riqualificazione occupazionale dei detenuti, estendibile anche ai “Gagé” è il più indicato strumento per l’integrazione di tali popolazioni emarginate. Una volta usciti dal carcere, i datori di lavori potrebbero essere incentivati alla loro assunzione se esentati da una quota parte di tassazione e magari ponendo a carico dello Stato la contribuzione sociale.

E’ evidente che, essendo i gruppi Rom un’etnia stanziata in numerosi Stati europei ma a “vocazione nomade”, il loro problema non può essere risolto se non con lo sforzo determinante delle istituzioni europee. A un ventennio circa dall’ammissione degli Stati ex comunisti, quei paesi sono ancora soli a dover gestire un problema con metodi che non possono essere più quelli di Ceausescu o di Tito. Con l’apertura delle frontiere, la sua soluzione non è più dilazionabile perché ormai, necessariamente, investe tutta l’Europa.

Fonte foto: L’opinionista

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