Le parole immortali del manoscritto ritrovato ad Accra

Ci sono parole che sfumano un attimo dopo essere state pronunciate e parole immortali, portatrici di verità valide in ogni tempo. Alla seconda categoria appartengono certamente quelle del papiro che Sir Walter Wilkinson scoprì nei pressi di Nag Hammadi (Egitto) nel 1974. Sulla base delle analisi effettuate con il metodo del Carbonio 14, il documento risultò essere molto più recente dei vangeli apocrifi rinvenuti anni prima nello stesso luogo (famosi con il nome di Manoscritti di Nag Hammadi). Infatti il papiro risaliva al 1307, ne esistevano circa centocinquantacinque esemplari e l’originale era stato redatto nella città di Accra (Ghana).

Lo stesso anno del ritrovamento, Sir Wilkinson ebbe l’autorizzazione per portare il documento in Inghilterra. Nel 1982 il figlio conobbe lo scrittore Paulo Coelho, gli parlò del manoscritto e nel 2011 gli inviò una copia del testo. Fu così che l’autore brasiliano lo trascrisse, rendendo il suo messaggio accessibile a tutti e dando vita all’opera che intitolò appunto Manoscritto ritrovato ad Accra

Il Copto e la folla

Il manoscritto è redatto in ebraico, arabo e latino. Le tre lingue delle tre comunità religiose che convivevano a Gerusalemme prima dell’assedio del 15 luglio 1099. La vicenda si svolge il giorno prima dell’attacco. Ormai non ci sono più dubbi: la città cadrà nelle mani dei crociati. Eppure il papiro non parla di fughe o disperati tentativi di elaborare piani difensivi. C’è solo il lungo dialogo che un saggio greco chiamato Copto intreccia con la folla multietnica riunita intorno a lui. Parla a cristiani, ebrei e mussulmani che pur non essendo d’accordo «né sulle date né sul modo di adorare Dio» convivono in pace da secoli. Ci sono anche i tre patriarchi delle tre religioni a ascoltare. 

Il Copto sceglie come luogo d’incontro la piazza in cui Pilato consegnò Gesù alla folla. Fu lì che il Messia disse a un gruppo di donne: «Figlie di Gerusalemme, non piangete per voi stesse e per i vostri figli», profetizzando ciò che sarebbe accaduto in quell’infausta estate del 1099. L’età del saggio greco è imprecisata, si sa solo che proviene da Atene e che dopo aver girato a lungo si è stabilito a Gerusalemme, dove non ha mai aderito a alcuna fede. «Per lui, non siamo né nel 1099 né nel 4859 né, tanto meno, alla fine dell’anno 492. Il Copto crede unicamente nel presente e in qualcosa che identifica con il nome di “Moira” – la divinità ignota, il fato, l’Energia Divina responsabile dell’unica legge che non può essere trasgredita, pena la scomparsa del mondo».

La vita e i suoi insegnamenti

Gli insegnamenti del Copto sono super-partes. Non pongono nessuna religione al di sopra delle altre e si accordano con tutte perché parlano semplicemente della vita quotidiana e di come viverla al meglio. Gli argomenti affrontati sono diversi: si va dal valore della sconfitta al vero significato della parola perdente; dalla necessità della solitudine per ben comprendere se stessi al cambiamento inarrestabile che coinvolge tutti e tutto; dalla grandezza di valori come lealtà, volontà e perdono alla definizione dell’identità di colui che davvero possiamo chiamare nemico

Emerge che ognuno ha la possibilità di realizzare la missione che Dio gli ha affidato alla nascita. Un obiettivo difficile e diverso per ogni uomo, che richiede grande coraggio ma che alla fine premia con il successo nella sua manifestazione più alta («arricchire la vita di un individuo, e non stipare d’oro i suoi forzieri»). Per raggiungere la meta bisogna accogliere il mistero della vita con stupore, essere disposti al cambiamento e svolgere un lavoro che non sia una schiavitù ma un’offerta a noi stessi e al prossimo.

Il rispetto delle opinioni

Ma soprattutto i precetti del Copto insegnano a apprezzare il confronto con gli altri e a rispettare l’opinione altrui. Nel capitolo intitolato Cosa racconteranno i sopravvissuti ai loro figli? il saggio afferma: «Cerca tra coloro che hanno opinioni differenti [dalla tua], tra quelli che non riuscirai a convincere della validità delle tue posizioni».

Essi sono veri amici perché si mostreranno per ciò che sono e non cambieranno se stessi per paura di essere rifiutati. Saranno i più coraggiosi, i più leali, i più inclini al perdono e al contempo i più intolleranti al tradimento. Ma soprattutto saranno degni di tramandare le parole dei Maestri, le tradizioni della loro comunità, gli insegnamenti che il Copto sta dando alla folla.

Tramandare la Parola

L’importanza della trasmissione ai posteri viene espressa sin dalle prime pagine di Manoscritto ritrovato ad Accra. Nel capitolo conclusivo ritorna in modo insistente, costituisce la morale di tutte e tre le parabole narrate dai rappresentanti delle religioni di Gerusalemme. Al di là delle differenze infatti, non esiste Credo che non si fondi sul tramandare la Parola e che attraverso la Parola non sopravviva a ogni guerra, a ogni stravolgimento, a ogni macabra visita della Indesiderata delle Genti (la morte).

E cos’è questa Parola se non un insieme di insegnamenti tratti dall’esperienza della vita? Difatti ciò che il Copto chiede a chi lo ascolta «non è raccontare a coloro che abiteranno la terra gli accadimenti di oggi», poiché questa sarà un’incombenza della Storia. Ma dice: «tramandate ai posteri le ambasce della vita quotidiana, le difficoltà che siamo stati costretti ad affrontare: sono le sole informazioni degne di essere consegnate al futuro, perché non credo che molte cose cambieranno nei prossimi mille anni».

Foto di Gerd Altmann da Pixabay

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