L’arma nucleare: dal 1945 ad oggi

Che il deterrente del nucleare possa rendere il mondo immune dalla guerra è l’illusione che ha dominato tutta la seconda metà del ‘900 e che solo recentemente ha incontrato una più esplicita opposizione da parte dei governi mondiali e della società civile internazionale.

É preoccupante l’atteggiamento di noncuranza e faciloneria con cui vari stati sono disposti ad immagazzinare ordigni atomici nel proprio territorio. Tra questi vi è anche l’Italia, che ospita in Friuli-Venezia Giulia e in Lombardia due siti di B-61, bombe nucleari all’idrogeno realizzate dagli Stati Uniti durante la Guerra fredda e messe a disposizione degli squadroni F-35.  

L’unica soluzione all’arma nucleare è far diventare quest’ultima una non arma, ovvero ‘tabù bellico’, inteso come non opzione poiché sinonimo di strumento indegno.

La “Little boy”

«Poche ore fa un aereo americano ha sganciato una bomba su Hiroshima, importante base dell’esercito giapponese. La sua potenza era paragonabile ad oltre 20.000 tonnellate di T.N.T., più di duemila volte la potenza dell’esplosione del “Grand Slam” britannico, che è la bomba più grande mai usata nella storia della guerra». Con queste parole il presidente Truman annunciava il primo lancio della bomba atomica, la nota “Little Boy”, su quelli che erano i nemici di prim’ordine degli USA. Così, nel 1945, con una città giapponese rasa al suolo, il mondo veniva a conoscenza della più potente arma di annientamento planetario e, di lì a poco, dell’effetto domino che questa avrebbe scaturito: la corsa agli armamenti e una crescente sperimentazione nucleare nel mondo.

Durante la Guerra fredda il nucleare è stato il volto del terrore; mentre la distensione tra le due potenze ha decretato la conclusione di un conflitto che teneva sulle spine l’intera umanità, questa non ha sancito l’effettiva fine dell’era nucleare, se non in linea di principio.  Banale e riduttivo è esprimersi con un “fortunatamente” in merito al fatto che il mondo ad oggi abbia conosciuto un solo attacco nucleare nella storia bellica, sebbene non siano mancate occasioni dopo Hiroshima e Nagasaki.

Scampati pericoli

Stando ai cinque livelli di allerta previsti dal sistema utilizzato dal sistema militare statunitensi – DEFCON, defense readiness condition, in italiano “condizione di protezione difensiva” – nel corso degli anni ci siamo avvicinati a livelli altissimi di grave ed imminente pericolo nucleare, in codice abbiamo raggiunto i livelli 2 e 3 di allerta (dove ‘5’ è il livello più basso della scala e ‘1’ quello di massimo rischio, segnalante un attacco in corso). É il caso della crisi dei missili cubani nel 1962 (livello 2) ad esempio, così come quello del rischio corso a causa del falso allarme rilevato dal colonnello sovietico Stanislav Petrov nel 1983 e della sua prodigiosa lettura che scongiurò il probabile scoppio di un conflitto nucleare mondiale.

Il problema di fondo del nucleare è tuttavia dato dall’esistenza in sé per sé di qualcosa che è spaventosamente potente e che purtroppo abbiamo visto funzionare. La tentazione di potervi ricorrere non è nulla – ovvio neanche scontata – per cui è necessario un monitoraggio continuo, fatto di buon senso ancor prima che di buona tecnologia. A tal proposito potremmo pensare allo scampato ‘pericolo nucleare’ tra il 1950 e il 1953, durante la guerra di Corea. Quando l’esercito nord-coreano varcò la linea di demarcazione militare coreana del 38° parallelo, arrivando presto a occupare quasi completamente la Corea del sud, quest’ultima lanciò una richiesta di aiuto. L’appello trovò la pronta risposta degli americani e di tutti quegli stati interessati a contenere la diffusione del comunismo, scenario che si sarebbe potuto concretizzare con la vittoria della Corea del del Nord e la conseguente disfatta della Corea del Sud.

L’intervento delle forze militari in Corea sotto l’egida dell’ONU era tuttavia motivo di fondato timore per la comunità internazionale, preoccupata dall’ipotesi di una seconda strage nucleare. Difatti, il generale statunitense alla guida della missione sul campo non tardò a chiedere il via libera al ricorso dell’ordigno atomico; per buona sorte o forse sorprendente buon senso, l’allora presidente Truman non concesse l’autorizzazione, optando piuttosto per il licenziamento del generale. La guerra di Corea si risolverà dopo circa due anni di negoziati con l’armistizio del 1953 sotto la presidenza americana di Dwight Eisenhower.

La promessa di non proliferare

Il trattato di non proliferazione (TNP) del 1968, pur rappresentando un documento rilevante e di promettente impegno su scala internazionale, non aggiunge chiari e particolari progressi verso la riduzione delle armi nucleari. Tra l’altro, India, Pakistan, Israele (anche se mai confermato in via ufficiale dallo stato interessato) e Corea del nord, stati non firmatari del TNP (la Corea del nord ha ritirato la propria adesione nel 2001) hanno sviluppato successivamente al trattato le proprie armi nucleari e ne sono tuttora in possesso. Le quattro potenze non sono riconosciute ufficialmente dalla comunità internazionale come stati detentori di nucleare, essendo secondo il diritto internazionale “stati con armi nucleari” solo quelli che hanno sviluppato e testato ordigni prima del 1° gennaio 1967, ma lo sono de facto, ed è proprio “il fatto” ciò che conta ai fini della costruzione di una pace mondiale.

Senza dubbio, storico è il traguardo raggiunto con il Trattato di proibizione delle armi nucleari: adottato nel 2017, entrerà in vigore il 22 gennaio 2021 avendo raggiunto la soglia minima dei 50 stati firmatari; l’Italia non è purtroppo tra questi, né vi sono le potenze nucleari. Pur non potendone chiaramente garantire l’efficacia, per la prima volta nella storia un patto internazionale dichiara illegali le armi nucleari, vietandone esplicitamente l’uso e vincolando tutti gli stati. Questo lascerebbe pertanto sperare in una progressiva denuclearizzazione, senza tuttavia dimenticare – cinica ma realistica nota – che l’Organizzazione delle Nazioni Unite altro non è che una comunità di stati, attori, quindi interessi, e che i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza sono gli stessi “stati con armi nucleari”.

Pacifismo e coinvolgimento

L’ingegno umano, destinato a ben altri scopi, ha escogitato oggi strumenti di guerra di tale potenza da destare orrore nell’animo di qualsiasi persona assennata, soprattutto perché essi non colpiscono soltanto gli eserciti, ma spesso travolgono ancora privati cittadini, fanciulli innocenti, donne, vecchi, malati e, insieme, edifici sacri e i monumenti delle più nobili arti! 

 “Mirabile Illud” fu scritta il 6 dicembre del 1950: l’enciclica di Papa XII è un chiaro invito a considerare l’immanente minaccia suicida delle potenze che concorrono alla guerra, ancor più se munite dell’arma nucleare.

L’anelito della pace nel mondo è ormai consueta preghiera dell’istituzione ecclesiale, tuttavia non è prerogativa della sola religione. L’impegno civile pacifista è più volte sceso in campo e con crescente coinvolgimento dopo l’aberrante 1945. A partire dai “Partigiani della pace”, realtà nata durante la Guerra fredda, numerosi sono stati i movimenti pacifisti internazionali che sono sorti in seguito. La Campagna internazionale per l’abolizione delle armi nucleari (abbreviata in ICAN, dall’inglese “International Campaign to Abolish Nuclear Weapons”) è ad oggi la più grande coalizione della società civile globale. Lanciata nel 2007, conta oggi 541 organizzazioni partner in 103 paesi, la cui missione si esplica nella promozione e piena attuazione del Trattato sulla proibizione delle armi nucleari a livello mondiale.

La più grande arma a disposizione che abbiamo come cittadini è l’impegno civile. L’unica soluzione alla quale possiamo ricorrere, facendo rete tra tante piccole voci globali, è la creazione di un ‘tabù sociale’ circa l’uso dell’arma nucleare. Essere vigili e vigilanti sul bene comune – la pace senz’altro lo è – è un diritto, oltre che un dovere, di governi e singoli cittadini: richiamare l’attenzione sulle catastrofiche conseguenze umanitarie che un qualsiasi uso di arma nucleare può avere è un impegno civile che non necessita dell’autorizzazione di alcun governo, né partito o fazione politica.

Foto di Wikilmages da Pixabay.


 

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