La storia, la memoria, il racconto

Lunedì 27 gennaio è stato il giorno della memoria e ancora una volta siamo sprofondati nella ferita di una delle più grandi tragedie dell’umanità. L’Olocausto, con i suoi sei milioni di morti. Sei milioni di fiammelle che si sono spente nel silenzio di un inverno senza fine. Ebrei, oppositori politici, omosessuali, sinti, rom, disabili… Tutti improvvisamente stranieri nella loro stessa patria, nemici in una terra in cui fino a poco tempo prima avevano vissuto da cittadini. Ogni differenza andava annullata in nome di un pensiero unico, svilita per essere spazzata via con un colpo di vento. Un progetto troppo difficile da realizzare, ma il costo di questo cattivo proposito è stato comunque altissimo. Ne è derivato un male devastante. Un dramma rimasto inciso nel cuore dei superstiti e scritto nelle pagine di quei libri che mantengono la memoria viva anche negli occhi di chi non ha vissuto in quel baratro.

I divieti e la dimora segreta

«I bei tempi finirono nel maggio del 1940; prima la guerra, la capitolazione, l’invasione tedesca, poi cominciarono le sventure per noi ebrei. Le leggi antisemitiche si susseguivano l’una all’altra. Gli ebrei debbono portare la stella giudaica, […] debbono consegnare le biciclette, […] non possono salire in tram, […] non possono più andare in auto…». La lista dei divieti prosegue per una pagina intera sul diario che Anna Frank scrive in un’Olanda attraversata dalla guerra. Queste limitazioni sono solo i primi umilianti sintomi di una spersonalizzazione programmata. Si è già verificato l’allontanamento degli ebrei dalle scuole e dai posti di lavoro, il passo successivo è la minaccia di arresto che porta all’abbandono delle abitazioni. Il Diario di Anna Frank parla proprio della vita in un rifugio che è solo l’ombra di una casa. Una gabbia atta a difendere i Frank e i Van Daan da una galera peggiore. Anche se nella dimora segreta si cerca di mantenere una parvenza di normalità, non c’è niente di normale in una tredicenne che deve sospendere una vita di pagelle e primi amori per vivere nascosta come un topo dietro uno scaffale girevole. 

Il corpo-oggetto

Destino diverso ma sempre stravolto dall’antisemitismo è quello di Jegor Karnowski, uno dei protagonisti di La famiglia Karnowski di Singer. Proprio lui, fiero tedesco che odia la metà ebrea del suo sangue viene chiamato davanti ai compagni di scuola a dimostrare con il suo stesso corpo quanto gli ebrei siano biologicamente imperfetti rispetto agli ariani: «Il dottor Kirchenmeyer passò in rassegna ogni dettaglio dell’ “oggetto”, la curva delle spalle, la struttura della cassa toracica e perfino l’articolazione del gomito. Poi prese a esaminare la parte inferiore del corpo, dove, nella pubertà precoce tipicamente semitica, si poteva vedere la degenerazione della razza di cui l’oggetto era un rappresentante. […] Quello era un insegnamento serio, una parte integrante della nuova scienza nel paese risvegliato». L’umiliazione porta Jegor quasi alla follia. Nel suo delirio l’odio per il padre — colpevole di essere ebreo e di avergli quindi impedito di essere un tedesco puro come l’amato zio materno — si acuisce. Non si estingue nemmeno quando per evitare la deportazione la famiglia Karnowski si trasferisce in America, terra di salvezza in tempi così bui.

La forza del racconto

Nessuna America c’è stata invece per Primo Levi, forse il più celebre autore italiano a aver parlato della vita nei campi di concentramento. Deportato ad Auschwitz nel 1944, inizia a concepire Se questo è un uomo fin dai tempi del Lager. Il libro racconta particolari atroci del periodo trascorso negli orribili campi polacchi e serve a soddisfare il suo bisogno impellente di raccontare, di fare tutti partecipi dell’orrore che nei primi anni ‘40 si consumava al centro dell’Europa. Nessuno deve dimenticare le teste rasate, il nome sostituito da un numero tatuato sul braccio, le fanfare, il freddo che penetra nelle ossa, le latrine immonde, gli appelli del Kapo, la zuppa e il pane mangiato un po’ per volta… Levi in questo libro sembra schiudere le porte dell’inferno. Per fortuna ci sono le storie raccontate dai prigionieri del campo e quelle immortali della grande letteratura, che risvegliano l’essere umano che c’è in ogni scheletro in ascolto. Nel capitolo intitolato Il canto di Ulisse, Levi traduce alcuni versi danteschi in francese perché anche il compagno Pikolo possa capire. 

«Trattengo Pikolo, è assolutamente necessario e urgente che ascolti, che comprenda questo  “come altrui piacque”, prima che sia troppo tardi, domani io e lui possiamo essere morti, o non vederci mai più, devo dirgli, spiegargli del Medioevo, del così umano e necessario e pure inaspettato anacronismo, e altro ancora, qualcosa di gigantesco che io stesso ho visto ora soltanto, nell’intuizione di un attimo, forse perché del nostro destino, del nostro essere oggi qui…». Con la sua traduzione maldestra all’autore sembra di snaturare la gigantesca opera di Dante. In realtà le dà vita nuova, la trasforma in una magia che rende Levi e Pikolo di nuovo uomini di carne e dimostra che nemmeno l’angoscia più profonda è in grado di cancellare la bellezza delle grandi storie.  

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