La scelta di Edith. Un libro da leggere

A volte può capitare di leggere un libro e scoprire un eroe del quale non avevamo mai sentito parlare. È quello che succede leggendo La scelta di Edith.

Si tratta di un eroe silenzioso, un eroe che nemmeno sa di essere tale. 

Per dirla giusta, si tratta di un’eroina.

Aveva 16 anni Edith Eva Eger quando, con la sorella ed i genitori, venne deportata ad Auschwitz.

Vi arrivò dopo essere stata rinchiusa per un mese in una fabbrica di mattoni e dopo un viaggio durato giorni a bordo di un treno così strapieno che la gente non aveva spazio per sedersi, per muoversi, per respirare e molti, in quella calca, morirono.

Edith e la sua famiglia arrivarono vivi ad Auschwitz. 

Suonava una musica quando scesero dal treno, una musica che quasi aveva rincuorato il padre, “non può essere un posto così brutto se c’è la musica” aveva detto ad Edith, che era una ballerina. 

Le aveva detto questo poco prima di essere separato da lei, da sua figlia Magda e dalla moglie. 

Poco prima di di essere ucciso in una camera a gas. 

Poco prima che anche sua moglie seguisse la stessa sorte.

Così, all’improvviso, Edith che era una ballerina, Edith che per la prima volta era innamorata, Edith  che sognava la vita, si ritrovò sola con sua sorella, orfana, prigioniera. 

No, prigioniera non è la parola giusta: Edith venne spogliata, rasata, insultata, lasciata in piedi, al gelo e senza abiti e poi gettata in una baracca, dove i letti erano assi di legno su cui si stendevano centinaia di ragazze, una attaccata all’altra, senza spazio per girarsi, senza coperte, senza calore. 

Edith si ritrovò rinchiusa nell’inferno di un lager.

Ma non è per questo che è un’eroina.

“Ricorda: potranno portarti via tutto ma non quello che hai nella mente” le aveva detto sua madre prima di esserle sottratta. Edith se lo è ripetuto di continuo mentre le portavano via ogni cosa, tutto salvo quello che aveva dentro di sè: un amore così grande che, pur affamata, le aveva fatto dividere il pane con le sue compagne; un amore così immenso che le aveva impedito di fuggire senza sua sorella e l’aveva fatta tornare indietro, nell’orrore. Un amore che la ha salvata.

Edith e Magda sono sopravvissute ad Auschwitz, sono sopravvissute alle selezioni, sono sopravvissute alla Marcia della morte.

Sono state salvate da un soldato americano che le ha trovate in mezzo ad una catasta di corpi morti. 

Nessuno voleva ospitare i sopravvissuti. 

La famiglia costretta ad accoglierle, a Vienna, ha chiuso in una stanza gli oggetti di valore, sai mai che quelle due ragazze mezze cadaveri avessero avuto intenzione di rubare.

Guarite, almeno nel corpo, Edith e Magda ritrovano la sorella sfuggita ai rastrellamenti e tornano a vivere nella loro città, ubicata in quella parte dell’Ungheria che era diventata Cecoslovacchia. All’interno della loro vecchia casa non c’era più nulla, l’avevano depredata di tutto. 

Le sorelle possono uscire a turno, una per volta: in tre hanno un unico paio di scarpe. Però sono insieme, sono vive e cercano di viverla la vita che hanno, quella che è stata loro lasciata.

Edith si innamora, si sposa diventa madre di Marianne. Potrebbe essere felice.

Ma le persecuzioni non sono finite, il marito viene arrestato, essere ebrei continua ad essere una colpa.

Edith riesce a farlo scappare ed a fuggire con lui e con la loro bambina. 

Ma non è nemmeno per questo che Edith è un’eroina.

Li porta in salvo in America, dove ricominciano da zero perchè hanno perso tutto: i loro averi, la loro posizione sociale, anche la loro lingua. Non hanno più niente. Solo una cosa Edith ha portato con sè: l’orrore del suo passato, chiuso nel suo animo come fosse un segreto da custodire. Un segreto che la fa soffrire. Un segreto che la rende prigioniera.

Ed è adesso che Edith si trasforma in un’eroina.

È quando sceglie di comprendersi e di affrontare sè stessa ed il suo trauma che Edith diventa un eroe: quando si impegna a guarire il suo animo perchè “non è il tempo a guarirci ma il modo in cui lo si impiega”.

Edith si laurea in psicologia e diventa brava, bravissima ad aiutare chi soffre: la sua sofferenza si trasforma nella risorsa dalla quale attinge per comprendere e aiutare i suoi pazienti.

Edith non si è fatta scudo del dolore per infliggerne altro o per vivere una vita di autocommiserazione: lei ha trasformato l’orrore in amore. 

È per questo che Edith è un eroe: 

perchè non ha odiato i suoi aguzzini ma amato le sue compagne di sventura

perchè non ha voluto sentirsi vittima ma essere artefice della sua vita

perchè ha scelto di smettere di soffrire per “non tramandare altra sofferenza”

perchè ha capito che “non possiamo scegliere di cancellare l’oscurità ma possiamo scegliere di illuminarla”.

Ed è per queso che il suo libro va letto: perchè gli eroi, a volte, sono persone in carne ed ossa e se li ascoltiamo possiamo crescere, migliorare, guarire dalla sofferenza.

Edith ci prende per mano e ci conduce attraverso la sua vita con delicatezza, dolcemente, perchè non vuole farci assistere ad un orrore che sarebbe troppo grande per noi ma vuole testimoniare che qualsiasi sofferenza, qualsiasi tragedia può essere affrontata e superata. 

Edith ripercorre la sua vita fino al ritorno nel suo passato, nel lager di Auschwitz, dove si ritrova ragazzina e riesce a riappacificarsi con sè stessa, perdonandosi per aver pronunciato una parola meravigliosa come “mamma”.

È questo il messaggio di Edith.

È che “la prigione più grande è la nostra mente ma noi abbiamo già la chiave in tasca” e possiamo scegliere di liberarci.

Nessuno può cambiare il passato e non importa cosa è successo o cosa abbiamo fatto, quello che conta è come lo affrontiamo. E come scegliamo di vivere il presente.

E “si può vivere per vendicarsi del passato o si può vivere per arricchire il presente”.

Edith ha scelto di arricchire, eccome, il suo presente.

È per questo che Edith è un eroe.

Edith, oggi, ha 92 anni, in America è diventata molto famosa e quando tiene incontri pubblici, la gente si accalca nelle sale per poterla ascoltare. E lei vuole far capire a tutti, a chi soffre, a coloro le cui vite sono difficili, a chi non sa essere felice che “se ce l’ha fatta lei posso farcela anche io.” 

È questo che Edith vuole tramandare: non il ricordo di un orrore ma la speranza, l’amore per la vita.

Questo è essere eroi.

Non cerchiamoli al cinema, gli eroi, o nei fumetti, ma ascoltiamo quelli vivi, quelli  che ci parlano senza gridare, quelli le cui vite sono testimonianza di grandezza. 

Ascoltiamo Liliana Segre,  impariamo che si può anche essere in disaccordo con le idee di un eroe ma impariamo anche che il dissenso non può essere contrapposizione perchè se ci contrappone ad un eroe si sta, inesorabilmente, dalla parte sbagliata.

E impariamo che anche gli eroi vanno difesi, perchè pensare che la Signora Segre riceva ogni giorno centinaia di messaggi di offese e di insulti dovrebbe indignare almeno quanto siamo pronti ad indignarci ogni volta che centinaia di derelitti sbarcano sulle nostre coste.

Impariamo a riconoscerli gli eroi, quelli veri.

Sono quelli le cui vite ci possono essere d’esempio. 

Quelli che hanno affrontato mostri enormi e crudeli ma non hanno voluto imparare ad odiare. 

“Tre generazioni, il modo migliore di vendicarsi di Hitler”, disse il marito di Edith alla nascita del primo nipote. 

La miglior vendetta è l’amore. 

E se ce l’ha fatta Edith, possiamo farcela anche noi.

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