La riforma imprescindibile per il prossimo anno: modificare la “Fornero”

pensionaticonbandiere570x340_10-07-2015-15-54-21Proseguono, anche per il 2016, gli effetti a scoppio ritardato della “riforma Fornero”: l’assegno della maggior parte delle pensioni, infatti, subirà riduzioni che andranno dal 2% all’8%. Inoltre il ricalcolo della “speranza di vita”, come previsto dalla legge, farà slittare – per ora – di altri quattro mesi la data del pensionamento. Infine, per quanto riguarda le lavoratrici, a tale effetto si somma la progressiva equiparazione della data minima a quella maschile, con il risultato di uno slittamento complessivo di un anno e quattro mesi per le lavoratrici autonome e un anno e dieci mesi per quelle dipendenti. Un meccanismo dirompente.

Un calcolo effettuato da “Italia Oggi” ha evidenziato che un lavoratore che andrà in pensione nel 2016, rispetto a chi c’è andato a 65 nel 1996, beneficerà di un coefficiente di trasformazione del montante contributivo inferiore di circa il 13%.

L’ “effetto Fornero” sull’economia reaIe è stato nefasto in tre direzioni: ha mantenuto in servizio i lavoratori più anziani, ormai demotivati e, di conseguenza, meno produttivi; ha frenato l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro, per il ridotto turn-over; ha aggravato i costi del lavoro perché e ovvio che un lavoratore anziano costa di più di un neo-assunto. Se poi andiamo a sottilizzare, il mantenimento in servizio dei più anziani ha anche bloccato le possibilità di carriera interna delle qualifiche inferiori.

Il discorso sulle possibili modifiche della tanto vituperata norma è stato affrontato dalla recente legge di stabilità in modo molto blando. E’ stata introdotta, infatti, un’unica misura per uscire gradualmente dal mondo del lavoro, ad almeno 63 anni e 7 mesi per gli uomini e a 62 anni e 7 mesi per le donne, anziché i 66 circa, previsti dalla Fornero. E’, però, un’uscita “part time”: il lavoratore, infatti, dovrebbe continuare a lavorare in orario compreso tra il 40% e il 60% del tempo pieno e percepire uno stipendio ridotto del 35%, con il versamento dei contributi anche per la parte di orario non lavorato; la sospirata pensione giungerebbe comunque nei tempi e nei modi previsti da Fornero. Fermo restando che il datore di lavoro potrebbe anche non consentire al part-time, qualora valuti che non gli convenga versare gli stessi contributi sociali per un rapporto dimezzato, ma che anticipazione è? Nessuna!

Il tema della flessibilità in uscita, quindi, non può non essere affrontato nel corso del 2016. I sindacati, in proposito, premono e si fronteggiano già le due proposte più importanti, quella di Cesare Damiano, Presidente della Commissione Lavoro alla Camera, e quella del Presidente dell’INPS, Tito Boeri.

La proposta Damiano prevede di abbassare l’età minima per il pensionamento a 62 anni d’età, con almeno 35 anni di contributi e una penalizzazione non superiore all’8% ; prevede inoltre la fissazione del limite di anzianità a 41 anni (su Fornero è attualmente tra i 41 e 6 mesi e i 42 e sei mesi, fermo restando il limite massimo di 70 anni di età). Si punta, inoltre, ad un intervento di sostegno per i giovani che con il contributivo hanno perso l’integrazione al trattamento minimo e per i disoccupati senior con almeno 55 anni di età.

La proposta Boeri, invece, è più articolata e prevede cinque punti: 1) uscita a partire da 63 anni e 7 mesi, con almeno 20 anni di contributi versati e con un taglio massimo del 10%; 2) reddito minimo di 500 euro per gli ultra 55enni senza lavoro; 3) unificazione delle varie gestioni pensionistiche pubbliche; 4) contributo di solidarietà sugli assegni pensionistici più alti; 5) facoltà di integrazione volontaria dei contributi versati anche in corso di pensionamento.

Quanto può costare l’introduzione di elementi di flessibilità per l’uscita anticipata dalla pensione? Su Libero Quotidiano, la Fondazione Studi Consulenti del Lavoro ha preso in considerazione soggetti appartenenti a quattro fasce di reddito diverse, che abbiano perso il lavoro, non abbiano raggiunto i contributi necessari per l’età pensionabile o che siano vicini alle soglie Fornero e ha stimato un costo a carico dei lavoratori e uno a carico dello Stato. Mantenendo i 35 anni di contributi, le donne potrebbero andare in pensione già a 57 anni, perdendo però il 30% della retribuzione; gli uomini, invece, a 62 anni con un taglio del 15% della retribuzione. A carico dello Stato, per rifinanziamento INPS, si stima, invece, un aggravio di costi compresi tra i 3 e i 5 miliardi di euro.

Per reperire almeno in parte le risorse necessarie l’ipotesi Boeri è quella di mettere mano agli assegni più alti. Il presidente del Consiglio Renzi, nel suo discorso di fine anno, ha già tenuto a precisare che, in ogni caso, non saranno toccati gli assegni al di sotto dei 2.500-3.000 euro.

E’ proprio il caso di dire: “Chi… vivrà, vedrà!”

di Federico Bardanzellu

 

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