La prova costume

Se si vive a Londra e non si è Raffaella Bonsignori (amica e mia collega ovunque perchè io la seguo ovunque, prima in Tribunale ed ora qui, in Inlibertà, e che è nota ovunque per amare così tanto il freddo da essere la sola persona che io conosca desiderosa di trasferirsi in Gran Bretagna per il clima), se si vive e Londra e non si è Raffi, dicevo, c’è sola una cosa la cui mancanza diventa quasi dolorosa: il sole. 

Mesi e mesi di cielo grigio e pioggerellina vaporosa, di nuvole basse e venti freddi sfiancano chiunque, anche i britannici, figuratevi una che è nata e cresciuta a Roma.

Così, quando Ammi mi ha proposto un weekend lungo ad Abu Dhabi, ho fatto i biglietti al volo, prima che avesse il tempo di ripensarci per chissà quali impegni di lavoro; per carità, lavorare è importante, ma per farlo bisogna essere vivi e se va avanti così, mio marito lo scrittureranno per impersonare uno degli zombie di The Walking Dead: risparmieranno sul trucco.

Ed eccoci qui, davanti al mare e, finalmente, al caldo! Clima perfetto, ventilato tanto da non farti soffrire, acqua alla temperatura giusta, nè fredda nè calda come ad agosto, quando negli Emirati si bolle davvero, hotel super confortevole, colazioni da paura, oddio come sono felice! 

E, incredibile ma vero, ci si può spogliare.

Quando si vive alle temperatura perenne di dieci gradi (media ottimistica) e si indossano, ovviamente, sempre abiti pesanti, si è portati a dimenticare che esiste una parte del mondo ed un momento dell’anno in cui si va in giro pressochè in mutande. Se vivi in Italia questo lo sai: hai le benedette stagioni a ricordartelo. Ma quando sei in UK, dove l’estate dura tre giorni e l’inverno undici mesi e mezzo (i restanti 12 giorni sono un misto tra primavera e autunno), allora è difficile pensare che potrai  mai spogliarti: tu, ormai, il tuo corpo lo vedi così, un tutt’uno con giacconi, golf e pantaloni pesanti.

Finalmente al caldo, ci metto un attimo a sbarazzarmi dei vestiti ed a ritrovarmi in costume: vitamina D, vieni a me, ricarica le mie riserve che ne ho proprio bisogno!

Dopo una giornata di sole e nuotate mi sento rinata. Poi una doccia, un paio di pantaloni bianchi, che fanno sempre molto estate, una camicia di lino rosa, sandali bassi e sono pronta per la cena. Io. 

E poi ci sono le altre. 

Perchè nella grande hall del resort, così come nei corridoi e nelle sale, aleggiano presenze efebiche, donne meravigliose in abiti lunghi, leggeri e soffici, ingentilite da gioielli, leggiadre sui loro tacchi, con pettinature perfette e trucco impeccabile. Mbè? Ma solo io ho i capelli dritti e malamente raccolti? Sì, la risposta è sì. 

A mia difesa, posso dire che non è semplice gestire i capelli mossi tendenti al riccio, però questa tipa qui, con i capelli biondi lunghi fino al sedere, lisci che io manco se uso il ferro da stiro, bè, è troppo.

Mentre mi sento ringobbire difronte e tanta perfezione, e maledico fish and chips, birre ed afternoon tea e giuro solennemente a me stessa che non toccherò più cibo per il resto dei miei giorni, sbircio Ammi che mi cammina affianco lanciando occhiate intorno a sè.

 “Se dice qualcosa di sbagliato lo meno!” penso, ma lui fa:

“Quante russe! Tutte escort.”

“Sono russe?” dico, provando una punta di sollievo nel suo distacco.

“Certo, non le senti parlare? Escort.”

“Ma quali escort!” che la “sorellanza” ha sempre la meglio di fronte alle cattiverie di un uomo, “Sono solo… vistose” dico, mentre mi passa accanto una ragazza alta e bionda che, sopra il costume, indossa un pagliaccetto nero con spacco inguinale e scarpe décolleté, color carne, tacco 6 che, diciamolo, non sono proprio da spiaggia.

“Ma dai, guarda!” mi fa lui indicandola.

“Appunto, guarda.” dico io, mentre la osservo prendere in braccio il figlio.

Insomma: belle e basta, altro che escort.

In spiaggia, manco a dirlo, è tutto un via vai di corpi perfetti, e non avrei nulla  da ridire se non fosse che sono attorniata: dee bionde e perfette tutte intorno a me. Ma che cacchio di sfiga che queste vengano a svernare proprio qui, accanto al mio ombrellone!

Fatto sta che, doveva succedere, ecco che una sera, Ammi ed io stavamo passeggiando nel giardino dell’hotel, quando lui si incanta: io gli cammino affianco ma lo vedo bene, vedo i suoi occhi che si fissano in un punto davanti a sè e lui che fa quello sguardino curioso e furbetto insieme. 

“Mò lo meno”, penso e lui, intano, mi dice:

“Com’è bella quella ragazza.”

Guardo davanti a me già pronta a trovare un miliardo e mezzo di difetti alla russa di turno (chè la “sorellanza” non funziona se tuo marito si rimbambisce davanti ad una donna) e non vedo nessuna bionda di un metro e ottanta.

“Ma chi?” chiedo ad Ammi.

“Lei, quella ragazza” dice lui, ed indica una donna araba, vestita con un abaya nero (una tunica lunga fino ai piedi e con cappuccio) che le lasciava scoperto solo il volto e l’attaccatura dei nerissimi capelli.

“Ma non si vede niente!” dico ad Ammi.

“Guarda che begli occhi… e che volto” dice lui incantato, “com’è seducente.”

Ma pensa tu, che bastava solo coprirsi per farsi apprezzare?

Appena torno a Londra mi rinfilo giacconi, pantaloni e golf e pure un bel passamontagna, che col freddo che fa non stona, e lascio scoperti solo gli occhi e la bocca:  fish and chips, aspettami, sto tornando e sarò anche seducente!

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