La priority dei bugiardi

“Il bello di un viaggio non è la meta ma il percorso”.

Mi viene in mente tutte le volte che volo da Londra a Roma o all’opposto. In quei momenti non sto viaggiando nel senso romantico del termine, mi sto solo spostando da casa a casa ma, visto quel che si dice sulla bellezza del percorso, cerco, di apprezzare questi trasferimenti. 

Il punto che preferisco è l’aeroporto, un limbo dove sono sospesa tra ciò che lascio e ciò che sto per raggiungere, dove l’orario non ha più senso ed il tempo è scandito dal tabellone che indica la partenze: non sono le 16.30, semplicemente mancano 50 minuti al decollo. Tutta un’altra prospettica temporale.

Nel tentativo di apprezzare il “percorso”, osservo i tanti tipi di viaggiatori, chi si sposta per lavoro, chi viaggia per piacere, chi in coppia, chi in gruppo, più raramente soli.

Negli anni ho identificato diversi stereotipi di persone. I saccopelisti, per esempio, spesso solitari ma a volte in coppia, scaciatissimi e con zaini che contengono qualsiasi cosa; per solito approfittano di ogni spazio libero per sdraiarsi e riposare un po’.

Si vedono sempre uomini e donne in carriera, quelli vestiti con un abito, e che, immancabilmente, parlano al cellulare. Ininterrottamente. E se i britannici sanno almeno moderare il tono della voce, gli italiani sono capaci di farsi sentire da un terminal all’altro dell’aeroporto.

Spesso incontro i fidanzatini, quelli che hanno le scarpe da ginnastica della stessa marca e dello stesso modello e non si separano nemmeno per andare in bagno: si aspettano all’esterno, con la stessa espressione che hanno i cani lasciati dai padroni fuori dai negozi.

Confesso di avere una profonda antipatia per le scolaresche, composte normalmente da gruppi di ragazzini eccitati dal viaggio e rumorosi come l’inferno.

Mi divertono i gruppi delle vacanze organizzate: si accalcano vicino alla loro guida e si guardano tra di loro con curiosità.

Adoro i britannici di una certa età, perchè sono educati e silenziosi mentre ucciderei i cinesi, regolarmente in ritardo al gate, dove arrivano correndo, carichi di borse dello shopping.

Quando pensavo di avere visto tutto, di avere ormai catalogato ogni tipo di viaggiatore, ecco lì che rimango incantata davanti ad una categoria nuova, mai vista prima: i disabili aeroportuali.

Identificare questa specie non è facile, possono passare inosservati e chissà quante volte li ho incontrati, negli anni, senza distinguerli; poi, per una mera coincidenza, la nuova specie mi è capitata davanti. 

Mi trovavo al gate diversi minuti prima del boarding, in piedi, appoggiata ad una colonna da dove avevo una visuale perfetta su chi stava seduto in attesa dell’imbarco, chi era già in piedi in fila e chi, flemmaticamente, stava arrivando; tra i “seduti” c’erano tre persone che avrebbero avuto bisogno dell’assistenza per entrare in aereo, mentre tra coloro che arrivavano c’era un gruppo di anziani ed arzilli europei, rumorosi più degli italiani, ciarlieri e di buon umore, accompagnati da una guida. Era tutto nella norma, compreso il ritardo del volo, quando il gate ha iniziato a riempirsi di sedie a rotelle spinte dal personale dell’assistenza: secondo i miei calcoli ne sarebbero servite tre. Se ne erano materializzate quindici.

“Er viaggio d’aa speranza” dice uno steward e mi sarei detta d’accordo se non fosse che tutti questi malati non li vedevo da nessuna parte. E invece, guarda tu, erano proprio lì, davanti a me: i turisti in gruppo, quelli che erano arrivati trotterellando felici, eccoli accomodarsi ognuno su di una sedia e via, essere imbarcati per primi insieme a non meno due o tre accompagnatori a testa. Un via vai di sedie a rotelle così era degno di Lourdes. Nel mentre, una turista britannica, caricata pure lei sulla sedia per un’evidente necessità, gridava:

“No, please! I’ve just landed, I need to get out!”, per favore, io sono appena atterrata, devo uscire dall’aeroporto.

“Sorry, madam!” le ha risposto l’accompagnatore “Con tutto ‘sto casino nun ci sto a capì più niente” e la madam, che non aveva capito ma aveva compreso quello c’era da comprendere, ripeteva, ridendo “Unbelievable! Unbelievable!”. Incredibile davvero.

“They aren’t Italians!” le ho detto, quasi con orgoglio, chè noi italiani mentiamo sulla disabilità per un parcheggio assegnato o per una pensione, insomma, per qualcosa di più cospicuo di un mero imbarco prioritario.

“Ma sono arrivati camminando!” ho fatto notare all’hostess.

“Lo sappiamo” mi ha risposto “ma quando ci chiedono l’assistenza noi non possiamo controllare, forniamo le sedie richieste e basta. Non sa quanti fanno così, per saltare la fila ed entrare per primi”.

Arrivati a Londra, gli invalidi aeroportuali erano tutti, miracolosamente, guariti: di sedie a rotelle ne ho viste due ed ho camminato nel finger affianco ad una signora che, a Roma, avevo visto accomodarsi, spavalda, su una delle tante sedie. Però, figuriamoci, è di certo un caso il fatto che essere sbarcati con l’assistenza faccia perdere un sacco di tempo.

Sì, a volte il bello del viaggio è il percorso, nel corso del quale si possono incontrare anche persone che avresti volentieri fatto a meno di vedere.

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