La mancata integrazione dei Rom è data dall’inadeguatezza delle politiche sociali

donneromDopo l’arresto dei ragazzi di etnia rom che, il 27 maggio scorso, a Roma, hanno travolto con l’auto nove persone e ucciso la quarantaquattrenne filippina Corazon Peres Abordo, è possibile tentare un discorso più pacato sul problema dell’integrazione dei rom in Italia, evitando condizionamenti fondati su percezioni sbagliate: impresa difficoltosa tenuto conto che non sembra esserci sicurezza nemmeno sui dati concernenti l’entità del fenomeno.

Secondo il Ministero dell’Interno, infatti, i residenti di etnia rom in Italia sarebbero 122.000. Tale dato si attesterebbe invece intorno alle 170.000 unità, secondo quanto riferito dal Viceministro Filippo Bubblico alla I Commissione della Camera dei Deputati, il 19 novembre 2014; secondo l’Opera Nomadi, tuttavia, in Italia vivrebbero 180.000 rom, di cui 70 mila italiani e 110 mila provenienti dai Balcani. In ogni caso, il dato è decisamente inferiore alla percezione del fenomeno da parte dei cittadini e, comunque, molto inferiore a quello di altri Stati appartenenti all’Unione europea. La percentuale della minoranza, in Italia, sarebbe soltanto dello 0,25% della popolazione complessiva, che pone il nostro paese al quattordicesimo posto in Europa. Nell’Unione, infatti, vivrebbero complessivamente 10 milioni di Rom e Sinti, pari a circa il 2% dell’intera popolazione. I Rom sono il 2% della popolazione greca, l’1,8% della popolazione spagnola e lo 0,6% della popolazione francese. Sul dato dei paesi balcanici rifletteremo più avanti.

Qualsiasi considerazione, tuttavia, non può prescindere dal prendere atto del diverso status giuridico della minoranza, a seconda che siano cittadini italiani, comunitari o non comunitari ovvero titolari di forme di protezione internazionale. Secondo gli ultimi dati del Viminale, circa il 60% dei residenti ha la cittadinanza italiana. Tra gli stranieri, 30 mila sono cittadini ex jugoslavi, rifugiati giunti a seguito delle guerre degli anni ’90 e 30-40 mila sono romeni o di altre nazionalità comunitarie. Mentre l’integrazione dei rom italiani non può prescindere dall’applicazione nei loro confronti della legislazione italiana, chi beneficia dello status di rifugiato ha diritto di asilo sul territorio italiano e va protetto in base all’art. 11 della Costituzione e al diritto internazionale. Anche i rom con il passaporto comunitario (ad esempio Rumeni e Croati) possono beneficiare di una situazione privilegiata rispetto agli extra-comunitari. In Romania, infatti, i Rom più o meno censiti sarebbero circa 2 milioni; 800.000 in Bulgaria; 650.000 in Ungheria; 550.000 in Slovacchia e 300.000 in Repubblica Ceca. Con l’allargamento della UE e l’apertura delle frontiere, il problema nel lungo periodo, non potrà non essere affrontato che a livello comunitario.

Gli aspetti critici, nel breve e medio periodo, sono quelli della scolarizzazione, dell’occupazione e quello abitativo. La scolarizzazione e la formazione professionale sono la base di ogni politica di inserimento sociale ma, almeno in Italia, non sono perseguite con incisività. La metà della popolazione ha meno di 14 anni; in base a quanto accertato dall’Opera Nomadi, il 54,6% dei ragazzi rom frequenta la scuola primaria, ma appena l’1,5% è regolarmente iscritto ad una scuola secondaria di secondo grado. Il decremento si registra già alle medie, dove il numero complessivo scende al 27%. I ragazzi Rom con nazionalità straniera iscritti ad uno corso scolastico italiano sarebbero intorno ai 12.000, su circa trentamila in obbligo di frequenza. L’analfabetismo ancora strisciante nella popolazione adulta e l’insufficiente formazione professionale (oltre gli atavici pregiudizi) sono i motivi per cui solo il 40% dei Rom lavora.

Le politiche di assistenza abitativa degli appartenenti alla minoranza sono quelle maggiormente fallimentari. Il nomadismo, infatti, riguarda soltanto il 2-3% della popolazione, mentre il 60-80% risiede in un appartamento e i restanti 35.000 vive nei campi. Non è addebitabile a quest’ultimi il fallimento delle politiche pubbliche in proposito. A Roma, dov, per l’emergenza nomadi, si sono spesi oltre 60 milioni di euro tra il 2009 e il 2013, il settore si è rivelato preda di ”mafia Capitale”. Il risultato, a fronte di una spesa decisamente spropositata per l’assistenza di solo 8.000 soggetti, è stato quello di una sostanziale invivibilità e della mancanza di igiene delle strutture. A “bocce ferme”, per quanto è possibile, il problema della mancata integrazione dei Rom va fatto risalire alla mancanza o all’inadeguatezza delle politiche di inserimento, nazionali e comunitarie.

di Federico Bardanzellu

Nella foto, donne Rom alla Stazione Termini di Roma: Commons 

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