La Luna. Musa di arti e sentimenti

Una lunga notte quella tra il 20 e il 21 luglio di cinquant’anni fa. Avevo cinque anni, ma ne conservo un ricordo nitido. Ho davanti agli occhi il salotto della casa del mare, la mia famiglia, gli amici, il piccolo televisore in bianco e nero, il volto di Tito Stagno, la telecronaca: “Ha toccato, ha toccato …”. Il Lem, capolavoro di ingegneria spaziale, si era dolcemente posato sulla superficie lunare, a 380.000 km dalla Terra.

“Un piccolo passo per l’uomo, un balzo gigantesco per l’umanità” furono le parole che ci raggiunsero. L’umanità. Tutti quegli esseri appesi a testa in giù nel buio siderale, “immersi nell’eterno vento”, per dirla con Pascoli. È la prima cosa che mi viene in mente guardando l’Alba della Terra, una delle più note foto scattate da lassù.

 “… Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”. L’Ulisse dantesco infuoca gli animi dei suoi compagni d’avventura, convincendoli a superare le Colonne d’Ercole. Ebbene, con Neil Armstrong, Edwin “Buzz” Aldrin e Michael Collins, l’umanità intera ha superato le Colonne d’Ercole del cielo, ha sbirciato oltre la siepe di Leopardi, trasformando una luce riflessa del firmamento in qualcosa di tangibile: un composto di rocce ignee, rocce sedimentarie e rocce metamorfiche, un mondo privo di atmosfera e di acqua, un ambiente inadatto alla vita. Eppure, niente di tutto ciò ha sottratto alla luna il suo romanticismo.

Questo satellite vicino e lontano, bruno e luminoso, caldo e gelido, pregno di contraddizioni come l’animo umano, non ha smesso di essere oggetto delle più svariate fantasie. Credo che non esista una sola luna, ma tante lune quante sono le persone che alzano gli occhi al cielo per guardarla. Quell’astro lucente rappresenta una meta onirica, un simbolo d’amore, un qualcosa da catturare in un pozzo, da sognare, da prendere al laccio, come cantavano James Stewart e Donna Reed ne La Vita è Meravigliosa, un luogo fantastico da raggiungere a bordo del razzo di Méliès o della mongolfiera di Hans Pfaal, il protagonista di un divertente, surreale racconto di Edgar Allan Poe. È quel chiarore che ha ispirato Beethoven, è la “luna di cristallo” di Neruda, è una presenza lontana, depositaria d’ogni “vago incantamento”, come recita Baudelaire. Chissà che non sia proprio la sua lontananza a renderla affascinante. Accade anche nelle relazioni sentimentali: “E tu sei simile alla luna, / che il sole insegue e non raggiunge mai” scrive Saba.

Eppure, mi chiedo: l’amore, la passione meritano solo conquiste facili? E i sentimenti che si crogiolano nell’incertezza, nei pensieri costanti persi in una lontananza che rende vicini? I desideri segreti che, come cavalieri medievali, escono infine allo scoperto, sfidando i draghi dell’incertezza e della paura? L’amore è anche una favola e, nelle favole, la fine è morbida, ma il percorso è accidentato.

Poeti e romantici affidano alla luna speranze e pensieri reconditi. A volte le parlano di un desiderio inconfessato, ingoiato, strozzato, come fa Tom Waits in “Grapefruit Moon”. Il protagonista ha cambiato vita, ha una nuova fonte di ispirazione, ma gli è costato parecchio: ora fuma sigarette, lasciando intendere d’aver smesso di aspirare più piacevoli fumi, combatte con se stesso per raggiungere la purezza promessa, scivola nella vita come fanno le stelle nell’oscurità; poi, però, una certa melodia lo confonde e, all’improvviso, gli sembra di stare sotto una grande luna gialla che cancella tutto e lo riporta alla vita randagia che ha lasciato dietro di sé, pur consapevole che la marea non può tornare indietro.

Sapeste quante volte è capitato anche a me! Desiderare la vita randagia; accompagnarmi alla luna in una solitudine che non è mai stare sola; ragionare, sotto la sua luce, sulle scelte della vita, giuste, sbagliate, condizionate. Nella luna è racchiuso il senso stesso della libertà.

È una protagonista assoluta. Cattura lo sguardo, illumina pensieri nascosti. Fa soffrire chi è deluso e tradito, come il Fred Buscaglione di Guarda che luna, o come il protagonista schizo de La luna è una lampadina di Enzo Jannacci e Dario Fo, ma fa anche innamorare. “Fly me to the moon, let me play among the stars” canta Frank Sinatra; Blue Moon replica Ella Fitzgerald, giocando con la malinconia; Gelnn Miller ci fa viaggiare sulle note della sua Moonlight Serenade; e Peppino di Capri canta Luna caprese, una luce irresistibile come l’isola su cui si riflette.

Chi non ha mai sognato cenando al chiaro di luna su una terrazza affacciata sul mare? Chi non ha viaggiato almeno una volta verso la luna attraverso un bacio rubato, una carezza, uno incrocio di sguardi o di parole sussurrate a fior di labbra?

In Un uomo e una donna davanti alla luna (foto sopra), Friedrich Caspar David ha dipinto i personaggi di spalle mentre guardano l’astro, portando il fruitore del messaggio artistico direttamente nel quadro, accanto a loro, ad ammirare quella luce soffusa e incantevole. È bello che siano in due. Condividere la luna è un po’ come amarsi: si parla in silenzio e, in silenzio, si dice tutto. Che sia la luna infantile dei quadri di Rousseau o quella incombente di Magritte, quella solare di Van Gogh o quella onirica di Dalì, la luna è complice di tutti coloro che sanno afferrare l’essenza delle cose. Per loro traccia strade immaginarie di rara bellezza. Solo l’anima può sfiorarle senza precipitare. Penso ai raggi di luna di Shelley, quelli “che baciano il mare” e che ritrovo nel Chiaro di Luna di Munch.

La luce lunare si proietta fin dentro l’anima, balena oltre ogni limite materiale, facendosi archetipo. Illimitati orizzonti si aprono a colui che sappia riflettere in sé l’infinito: prescelto da una natura generosa, nella luna e nelle stelle egli può persino leggere il fato.

La tredicesima lama dei Tarocchi rappresenta la Luna e mostra un paesaggio denso di insidie. Il significato che tradizionalmente se ne dà attiene al tradimento, ai sentimenti oscuri, agli imprevisti, che la luce lunare rende chiari, facili da vedere, guidando, come fa con il funambolo di Picasso, la capacità di muoversi agevolmente sul ciglio del dirupo, e illuminando ogni oscurità anche quella di un’intricata selva racchiusa nel nostro animo, al di là di ogni sapere: “Io venia pien d’angoscia a rimirarti: / e tu pendevi allor su quella selva siccome or fai, che tutta la rischiari” scrive Leopardi.

La luna è, dunque, fonte di chiarezza interiore, di una conoscenza che non tutti sono in grado di avere. La sua luce non brucia, come quella del sole, non abbaglia, ma rischiara. Sicuramente occorre un animo aperto alle tremule facelle dei più vasti piani della comprensione per rimirare quel che la luna fa emergere dalle tenebre, distinguendo realtà da finzione.

Forse è per questo che Amalia Ercoli Finzi, la prima donna italiana laureata in ingegneria aerospaziale, definisce la luna gemella di tutte le donne. È una definizione che mi piace, anche se essere donna non è facile, povera luna. Le donne sono state chiamate streghe al Sabba, sono ancora oggi derise, maltrattate, uccise. “Scappa luna, luna, luna, se venissero i giganti farebbero del tuo cuore collane e anelli bianchi” scrive Garcia Lorca. Il cuore della luna dilaniato dai giganti: un’immagine dolorosa. Ma niente impedisce alla luna di conservare il suo fascino: non il dolore, non la solitudine dorata che descrive Borges, nemmeno la discesa forzata dal suo trono per farsi donna incompresa, bussando inutilmente a tante porte, come canta la Bertè.

È l’essenza che conta, la sua anima inarrivabile e bella. Come ogni donna, la luna sa essere ammaliatrice e accudente allo stesso tempo; casta diva come canta la Norma del Bellini, sposa fedele e madre coraggiosa come la dea Iside; amante e buona amica; femmina vanitosa e intrigante, complice nella ricerca della bellezza. Mina si lasciava tingere la pelle dalla luna per renderla lattea e delicata: “Tin tin tin, raggio di luna…”.

L’immaginario la vuole donna, ma esistono uomini che, al pari della luna, sono inaccessibili e inabitabili; nessuno li potrà mai veramente conoscere, possono solo essere intuiti oltre lo spessore del cielo.

Forse essere affini alla luna non è una questione di sesso, ma di anima.

C’è il rovescio della medaglia, però. Sotto il profilo mitologemico, la luna è anche Ecate la sanguinaria, è Lilith, oscura dea evocatrice del perturbante. I suoi cicli determinano variazioni e la trasformano costantemente. Dunque, è anche simbolo di volubilità, di leggerezza. La Giulietta shakespeariana teme che l’amore di Romeo possa farsi incostante qualora lui lo sigli giurando sulla luna. È il pensiero di una donna scritto da un uomo, ovviamente. L’Orlando Furioso di Ariosto ritrova il proprio senno in un’ampolla conservata sulla luna; una luna ladra di ragione e saggezza. Ma c’è anche chi ha rovesciato la prospettiva: George Bernard Shaw afferma che, se la luna avesse abitanti, costoro userebbero la Terra come manicomio. Punto di vista interessante. Siamo tutti pazzi, dunque. Io ci sto. Non c’è niente di più creativo, di più autentico, di più sensuale della pazzia.

Ma sono convinta che quello di Shaw verrebbe presto trasformato in un manicomio femminile. E già, perché, quando la luna assume un aspetto negativo, l’attribuzione del suo sesso sembra pacifica. Nessuno ha più dubbi: è donna, solamente donna. Su certi argomenti non ci si evolve mai. Siamo le Moon Women di Pollock, in bilico tra saggezza e follia, siamo le succubi dei cicli lunari, dei ritmi alterni scanditi dalla nostra biologia. “Lunatica!”, suona l’accusa.

In realtà, è un involontario complimento. Uno dei personaggi più delicati e centrati su se stessi della saga di Harry Potter è proprio Luna Lovegood. Nomen omen. Forse i messaggi che cervello e cuore si scambiano, in una donna, sono così veloci da sembrare contraddittori senza esserlo. Forse è un problema di urgenze: le passioni intense ne determinano sempre ed incatenano chiunque le provi ad un pendolo che oscilla perennemente tra piacere e dolore, felicità e disillusione, freddezza e ardore. O, forse, è davvero solo pazzia!

Anche la luna è pazza, a pensarci bene. E lo stesso allunaggio di cinquant’anni fa non fa mistero di un suo aspetto folle, come ogni grande e rischiosa avventura verso l’ignoto; né celano la propria pazzia creativa gli scienziati che hanno dedicato i loro studi alla luna e i grandi narratori, che hanno preconizzato nei modi più fantasiosi il contatto col suolo lunare. Il primo fu Luciano di Samostata, nel II secolo, con il suo Icaromenippo. Da allora la fantasia non ha avuto freno. Divertenti i viaggi dell’assurdo compiuti dal Barone di Munchausen o dal Cyrano di Rostand. Gli scrittori moderni e contemporanei sono quelli che più hanno avvicinato la Terra alla luna, influenzando gli stessi scienziati: Jules Verne, ad esempio, che scrisse Dalla Terra alla luna, H.G. Wells con il suo I primi uomini sulla luna, Arthur C. Clarke con Preludio allo spazio, Lester Del Rey con Destinazione luna.

E il cinema non è stato da meno. I “luninnamorati” come me, ben conoscono film come Base Luna chiama Terra, tratto dal libro di Wells, Una donna sulla luna, di Fritz Lang, capolavoro onirico che ricorda Metropolis, Uomini sulla luna di Irving Pichel, I conquistatori della luna di Fred Brannon, Assassinio sulla luna di Michael Lindsy-Hogg, Spazio 1999, affiancato da una fortunatissima serie TV, e molti altri, non ultimo il capolavoro di Ron Howard Apollo 13 con uno strepitoso Tom Hanks.

Tuttavia, se l’allunaggio di cinquant’anni fa non ha sottratto fascino al mito della luna, potrebbe farlo, oggi, l’uomo distratto, impegnato, pragmatico, iperinformatizzato, con gli occhi incollati al telefonino e la mano al portafogli.

Gli esseri umani sanno ancora sognare?

In The Truman Show la luna non è altro che un globo nel quale è allestita la camera di regia di un creatore di fiction, Christof, magistralmente interpretato da Ed Harris. La luna, dunque, come sede di un dio contemporaneo, il dio della manipolazione, della vita fittizia, della menzogna, degli sponsor, dei soldi, della disumanità. Un’icona dei nostri tempi.

Gli scienziati hanno scoperto che la luna si sta allontanando di 3,7 cm l’anno. Forse sta fuggendo dal pragmatismo che ci ha catturati, dal fatto che ci ricordiamo di lei solo in occasione delle eclissi, che ne parliamo sui social invece di alzare il naso in silenzio per ammirarla dal vivo, che nessuno si lascia più catturare dalla sua magia. Forse teme di non poter tornare ad essere quel lontano lume argenteo che spiega i propri bagliori sui sogni di tutti, uomini e donne, sui loro cuori, sulle loro mani strette nel buio della notte, sui baci rubati, sulle più dolci parole, sui sospiri di due innamorati, sulle strade invisibili dei sogni infantili, sulla morbida solitudine di chiunque ami stare con se stesso. Forse è convinta di non riuscire a tornare nel pozzo, a sbucare “assonnata tra le brume” come scrive Goethe, ad essere il “lago silenzioso” di Pavese: lontana, desiderata, amata e mai veramente compresa.

Fughiamo i suoi dubbi. Torniamo a guardare la luna.

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