La Foto del Carabiniere. Il teatro del ricordo di Claudio Boccaccini

Claudio Boccaccini

Il 17 aprile, al teatro Marconi di Roma, è andato in scena “La Foto del Carabiniere”, monologo scritto ed interpretato da Claudio Boccaccini.

Tutto ciò che dirò è accaduto realmente premette Boccaccini. Lo stesso scrive Natalia Ginzburg nella Prefazione al suo Lessico Famigliare. Entrambi si muovono nella migliore tradizione del ricordo personale che traccia la via per quello collettivo, dove la Verità è un’attrice nascosta, è una muta voce fuori campo, è una presenza costante che amplifica ogni parola, udita con le orecchie e vissuta con il cuore.

Teatro-verità, dunque, o, meglio, teatro della memoria. Sì, perché il viaggio che Boccaccini ci porta a compiere in sua compagnia, è un viaggio nel tempo, nel suo e nel nostro tempo vissuto attraverso i piccoli particolari di una quotidianità che lentamente forma il quadro completo della narrazione.

La scena è spoglia: un attaccapanni sulla sinistra, un tavolino sulla destra; un tavolino che troverà il suo bel ruolo nel dipanarsi della vicenda. Non è mai facile, per un attore, recitare in una scena inesistente. Solo nude tavole di legno da calpestare ed un vuoto da riempire con una voce che deve farsi fatto, ma anche arredo e sfondo; deve evocare eventi, ma anche immagini e sensazioni. Claudio Boccaccini costruisce un mondo, da solo; coadiuvato solo da stacchi musicali che segnano gradevolmente il tempo dell’azione, è architetto di fatti ed emozioni. Bravissimo.

Il suo monologo parte dall’attore grotowskiano, inteso come tramite di verità, come medium tra realtà e finzione. Attraversa, in modo affatto personale, l’immedesimazione di Stanislawskij, per il quale l’attore diventa sorgente inconscia di ricordi evocati con la voce e con il gesto, quel gesto che vale più delle parole, come ripete spesso, rievocando l’insegnamento di suo padre Tarquinio. Giunge, infine, argonauta sull’oceano della storia personale e collettiva, al teatro-ricostruzione, accostandosi ai racconti di trincea (1915-1918. Spero che io torni), ad Olokaustos 1944, all’orazione civile di Marco Paolini, che narra la tragedia del Vajont partendo dai particolari di quando, bambino, andava in vacanza in treno e passava alla stazione di Longarone … Pora Longaron, pora Longaron, ripeteva sua madre …

Salvo D’Acquisto

La Foto del Carabiniere, però, ha un’originalità che contribuisce a completare la forma del monologo della memoria, a renderlo qualcosa di diverso dalle altre opere di genere. La storia si muove su due piani temporali distinti, il 1960, da febbraio a settembre, ed il mese di settembre 1943; l’osmosi tra i due piani avviene in tre tempi.

La pièce si apre con i racconti spensierati di un bambino di sette anni, narrati seguendo il ritmo delle sue emozioni, dei suoi stupori, delle sue paure, della sua giocosità: la buffa NSU Prinz, un incidente stradale, la lentezza della pioggia, la velocità delle azioni del padre, la sua capacità di compassione; i luoghi della sua infanzia; i personaggi che l’hanno caratterizzata. Su questi primi ricordi si innesta un accenno al passato, un breve flash, il primo indizio di ciò che verrà detto, narrato, vissuto intensamente alla fine del monologo: il ritrovamento casuale di una foto nella patente del padre, la paura del bambino d’aver visto qualcosa di sbagliato, il dubbio e la curiosità che permangono nel silenzio.

Seguono altri racconti di quei mesi d’infanzia e, poi, secondo indizio, una domanda posta alla madre ed evocata dalla foto ricordo di un conoscente appena deceduto: di chi è il volto ritratto nella foto che il padre conserva nella patente? Il tassello conoscitivo riservato al pubblico è ora maggiore, sebbene ancora insufficiente a vivere nel profondo la storia di quell’uomo. La spiegazione della madre è asciutta, sintetica, lapidaria, strettamente connessa al rapporto tra vita e morte che solo una madre, sorgente di vita, può avere: ha salvato la vita di tuo padre e, dunque, anche la tua. Al pubblico viene offerta una notizia in più: quel carabiniere è un eroe che ha salvato la vita del padre. Insieme al Claudio fanciullo, le persone in sala ritrovano la saggezza scarna dell’asceta e del contadino: si nasce in un giorno, in un giorno si muore.

Prosegue la rievocazione dell’estate 1960: le Olimpiadi, il mare, le scottature, fino al clima settembrino, all’approssimarsi della scuola. Ed ecco il terzo flashback, quello definitivo, quello che sposta il piano narrativo indietro di diciassette anni. E’ il 23 settembre ed il padre si prepara ad andare, con altri amici, ad una commemorazione. Cos’è una commemorazione? gli chiede il figlio. E chi viene commemorato?

A sette anni, di solito, le zie zitelle e le comari di piazza definiscono “ometti” i bambini ed i bambini gioiscono: il naturale anelito alla crescita li rende felici, felici di abbandonare l’infanzia, salvo, poi, passare il resto della vita a rimpiangerla. A pensarci bene, però, quel giorno “ometto” non sarebbe stata una definizione vuota. Claudio, dall’alto dei suoi sette anni, diventa un piccolo uomo. E’ papà Tarquinio a trattarlo come tale: siede con lui al tavolino, si accende una sigaretta e gli racconta, nella tenerezza di alcuni episodi e nella crudezza d’altri, la storia di quel carabiniere che gli salvò la vita.

Il suo nome è Salvo D’Acquisto.

Il nastro del tempo si riavvolge. Settembre 1943. Siamo a Torre in Pietra, dove abita il nonno di Claudio. In quei giorni la sua casa ospita tutta la famiglia, persino Valeria, la fidanzata di Tarquinio, sfollata, con i genitori, a causa del bombardamento di S. Lorenzo.

L’armistizio ha reso l’Italia un campo di battaglia; gli alleati sono diventati nemici ed i nemici alleati. La caserma dei Carabinieri è sotto il comando del vicebrigadiere Salvo D’Acquisto, ventitré anni all’anagrafe, nel cuore molti di più. Ha una fidanzata, Mariuccia; lui la chiama Mariù, come la protagonista di una famosa canzone di qualche anno prima. La cantava Vittorio De Sica ne Gli Uomini che Mascalzoni. Salvo, il giovane e grande Salvo, però, non ha proprio nulla di mascalzone.

Il 22 settembre scoppiano delle vecchie munizioni contenute in una cassa. Muoiono due tedeschi, altri due restano feriti. I vecchi alleati, ora nuovi nemici, hanno da tempo reso noto il piano di rappresaglia in caso di attentati: senza un colpevole dichiarato, avrebbero preso dieci vite per una vita. Vengono rastrellati ventidue uomini, tra i quali Tarquinio, il padre di Claudio.

Il pathos della narrazione sale. Dalla morbidezza dei momenti spensierati che i giovani sanno scovare nella vita, anche quando immersi in giorni di guerra, alla crudeltà lucida, infernale di chi li arresta, li obbliga a scavarsi la fossa, li lega in attesa della morte. Da lungi vedono Salvo D’Acquisto discutere con il comandante tedesco.

Liberateli! ripete più volte Boccaccini, dando voce a quella lontana discussione. Liberateli! E porta D’Acquisto lì, al centro del palcoscenico, in mezzo al pubblico che sente il cuore in gola per l’emozione violenta del gesto, di cui quella parola è preludio.

Liberateli!

I tedeschi non cedono. La morte di quegli uomini è decretata a meno che non salti fuori il colpevole di quell’attentato. Il colpevole? Ma non c’è un colpevole! Non c’è … non c’è. Forse, però … Il cuore del vicebrigadiere D’Acquisto contiene parole ma anche gesti. Quei gesti che contano più di tutto. Contiene i fatti, le azioni, quel coraggio fatto di paura e di eroismo.

Le cose cambiano in fretta: i prigionieri vengono slegati, scappano, tornano a rifugiarsi nella vita; tutti tranne Tarquinio, che resta ad osservare da lontano.

Ecco che il ritmo della narrazione rallenta, segue i passi di Salvo D’Acquisto che si immola come colpevole d’un attentato inesistente, salvando la vita di ventidue persone; segue i suoi occhi, prima bassi, poi puntati su un volto amico; segue il movimento del suo braccio che mima un brindisi, quel brindisi che mimava nei giorni lieti pensando alla sua Mariù. Boccaccini ci conduce lì, in riva al mare, a Torre di Palidoro; ci rende capaci di vedere con gli occhi di chi ha visto, di chi ha narrato. C’è il mare, alle spalle del vicebrigadiere D’Acquisto, di quel piccolo immenso uomo; un mare grande, calmo, profondo.

Poi, all’improvviso, comandi tedeschi urlati dall’altoparlante riempiono il teatro ed uccidono il mare; spari secchi e disumani li seguono ed uccidono un uomo.

L’emozione straripa.

Quando, sul palcoscenico, si torna al 2018, si torna a Claudio Boccaccini che narra, siamo tutti cambiati. Nessuno esce dal teatro continuando ad essere lo stesso di quando è entrato.

Claudio va al tavolino, si accende una sigaretta, si sovrappone al padre. Sì, ora tocca a lui salvare la memoria; in fondo, come gli ha detto la madre nel 1960, quel carabiniere ha salvato la vita anche a lui.

Cos’è il teatro? A volte me lo chiedo. E’ quell’atavica esigenza di rappresentare e raccontare che i greci hanno trasformato in arte; è fantasia, immaginazione, potere di generare vita dalle parole di uno scrittore; è sapore classico o moderno; è comunicazione intensa del falso e del vero. Qualunque cosa sia, Claudio Boccaccini, con La Foto del Carabiniere, ha fatto grande teatro.

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