La consapevolezza sta alla felicità come l’inconsapevolezza sta alla sofferenza

felicità - benessereSpesso siamo attanagliati da un senso di inspiegabile sofferenza che non solo ci impedisce di disegnare la nostra vita come la immaginiamo, ma ci porta a collezionare una serie di esperienze fallimentari. Ciò accade quando siamo “addormentati” o meglio quando non siamo pienamente “consapevoli” di noi stessi, del nostro agire, dei nostri reali desideri ed obiettivi.

Perché falliamo?
Quando parliamo di obiettivi, dovremmo evitare i condizionamenti esterni ed assecondare i nostri desideri più reconditi, creando un allineamento tra mente, corpo ed emozioni (la mancanza di allineamento può produrre incertezza e confusione. Falliamo infatti solo quando facciamo qualcosa in cui non crediamo o di cui non siamo pienamente convinti: è il nostro Io che ci porta a fallire ed è lui che ci conduce alla vittoria! Una volta sconfitti, ci facciamo fagocitare da sensi di colpa che amplificano la nostra infelicita.

Il mental training
Un buon espediente per non cadere in questo circolo vizioso consiste nel porsi degli interrogativi: quanto sono responsabile di ciò che accade all’esterno? Quanto posso influire materialmente sugli eventi? Posso risolvere un problema o no?

Per raggiungere uno stato di “atarassia”, ovvero di imperturbabilità verso gli eventi esterni, dobbiamo sapere che se un problema è risolvibile, non è un vero problema; se non è risolvibile è inutile concentrarsi su di esso perché perderemmo in partenza, saremo perennemente frustrati e la nostra autostima si abbasserà notevolmente.
Un buon consiglio è quello di cavalcare l’onda quando il nostro pensiero è positivo e rallentate quando sentiamo che è confuso. Ci vuole pratica, disciplina e allenamento, ma i risultati sono alla portata di tutti. Questo perché ogni individuo ha con sé uno straordinario potere personale e può fare la differenza in questa società. Basta solo avere la “consapevolezza” per fare avverare ciò che si annida nei recessi della nostra mente.

Cosa si intende allora per consapevolezza?
George Gurdjieff dava una definizione curiosa della consapevolezza: la chiamava “rimembranza di sé”.
Concettualmente, essere consapevoli vuol dire, ascoltare sé stessi, ricordarsi sempre di sé stessi, qualsiasi cosa si faccia, riconoscere quello che si vuole in un determinato momento e sopratutto prendere coscienza dei propri limiti per poterli affrontare e superare.
La consapevolezza crea infatti un centro nodale di “padronanza interiore”, che i buddisti chiamano “fuoco della consapevolezza”.
Ovviamente si tratta di un’esperienza soggettiva, fondata sull’esperienza personale e diretta, che non può essere appresa attraverso la semplice lettura di un testo o la partecipazione a seminari teorici, ma raggiungibile solo attraverso una seria ricerca interiore e tanta esperienza.
Una volta raggiunto tale stato, le nostre energie si cristallizzano in un unico punto e nasce un “” in grado di dominare gli eventi e lasciare in dissolvenza ciò che prima ci limitava.
Siamo infatti in grado di controllare solo ciò di cui siamo consapevoli, Ciò di cui non siamo consapevoli ci controlla.
Grazie alla ricerca di tale equilibrio interiore, che nasce dalla volontà, diventiamo consapevoli e capaci di scoprire il grado di distorsione che si ha di sé stessi, operato dal prodotto delle nostre emozioni, desideri, bisogni e pulsioni. La consapevolezza di sé è la vera chiave della felicità.

Il ruolo della meditazione
Nel processo verso la consapevolezza, un buon “maestro” di meditazione ricopre un ruolo chiave, poiché ci può aiutare a partorire le proiezioni, assolutamente personali, dell’inconscio, a stimolare ed ascoltare la propria “voce interiore”, favorendo l’auto sviluppo personale, la fiducia, la sicurezza e la responsabilità personale.
Consapevoli del fatto che la felicità non sta solo nella meta finale, ma nel percorso che si segue per raggiungerla.

di Simona Mazza e Carlo Lesma

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