La Brexit infinita: storia di una commedia britannica

Scusate, pare che nessuno ci faccia più caso ma non è magnifico quello che sta succedendo?

Siamo quasi ad Halloween, un Halloween che doveva essere una data speciale per la Gran Bretagna: “Il 31 ottobre saremo fuori dall’Europa”, aveva promesso il biondone albionese. 

Dopo oltre tre anni di chiacchiere e trattative, c’era pure da augurarselo, chè di ‘sta Brexit ci siamo stufati un po’ tutti.

E invece niente: la UK sta ancora così, dentro l’Europa ma mezza fuori, con l’ennesimo termine in scadenza e l’ennesimo rinvio alle porte.  

Dai, ammettiamolo: con questa storia della Brexit infinita, i britannici hanno messo in piedi una delle più esilaranti vicende politiche di sempre. 

Non c’è nessuno che possa reggere il confronto, nemmeno Bill Clinton e la sua hard story che molto aveva divertito il mondo, nè Fraçois Holland sulla sua vespetta diretto dall’amante. Insomma, non c’e sesso che tenga, Brexit ha la meglio su tutto: una telenovela lunga più di 3 anni e destinata a durare ancora.

Gli sceneggiatori hanno una fantasia inesauribile.

Hanno già sostituito i protagonisti principali due volte: Cameron gli è servito per il prologo, poi hanno ingaggiato la May per la parte centrale. 

Quando l’audience ha iniziato a scemare, quando la storia del deal-no-deal ha iniziato a non fare più presa sugli spettatori, gli sceneggiatori hanno tentato il tutto per tutto e hanno giocato il jolly: Boris. 

Vedi come basta cambiare l’attore principale per far tornare tutti a sedere davanti allo schermo e continuare a seguire la commedia?

Tanto era composta la recitazione di Theresa, quanto è sguaiata quella di Boris ma è tutto calcolato, è un diversivo: tocca confondere le acque per poter negoziare per la miliardesima volta con l’Europa.

D’altra parte, anche l’EU si è stancata. 

Io me li vedo, Tusk e Juncker, aprire l’agenda per controllare gli impegni della settimana e dirsi:

“Mercoledì alle 10 appuntamento Brexit… Aho, ma ancora co’ sta Brexit? E non ne posso più!”

“Lo so, du’ palle. Mo ci mandano Boris.”

“Ma che, davvero? Certo che so’ strani ‘sti britannici…”

“Tocca avere pazienza, Tusk. Beviamoci su, che è meglio.”

E la trama riprende sempre da lì, dal deal

Ma, dico, sono tre anni che lavorate su questo benedettissimo accordo, ormai dovrete sapere tutto, dovreste essere diventati così esperti di commerci, regolamentazioni internazionali e traffici che un deal potreste scriverlo nel giro di una notte e invece siete ancora lì, a discutere di non si sa bene cosa? Eccheppalle, se posso scriverlo!

La trama non cambia ma la recitazione di Boris sì: la protagonista precedente seguiva rigorosamente il copione, Boris va a braccio, esce dalle righe e dagli schemi, improvvisa. 

Neorealismo allo stato puro, il pubblico aumenta, l’audience sale vertiginosamente.

Con il suo fare “mo ce penso io” va in Europa e si mette a negoziare un nuovo accordo. Nel mentre, però, sospende il Parlamento: il teatro è mio e lo gestisco io, il lavoro di squadra non fa per me, io sono un leader!

È evidente che si vede meglio a recitare monologhi e, tutto sommato, poteva riuscirci, visto che anche il fratello ed il padre lo hanno abbandonato sulla scena. Ma la Camera dei Comuni non ci sta: eccheccacchio, vogliamo fare la nostra parte, mica può trattarci da comparse.

E hanno riaperto il Parlamento.

“E allora votiamo l’accordo che ho raggiunto e guardate che non si tratta di un semplice accordo: questo è a excellent deal, a great deal”.

Peccato che la pensi così solo lui: il Parlamento lo boccia.
E, in più, lo costringe a chiedere un rinvio all’Europa: la trama di questa commedia è il deal, gli hanno spiegato, scordati che recitiamo senza.

Boris si è lamentato molto con gli sceneggiatori: 

“Ragazzi, io sono un protagonista nato, io recito a braccio! Queste comparse parlamentari inaridiscono la mia arte. Il rinvio non lo voglio, io voglio procedere con la storia.”

“Lo sappiamo, Boris, lo sappiamo. Solo che la storia non la scrivi tu da solo… cerca di capire, è un lavoro collegiale…”

“Collegiale sto fuck!” ha risposto Boris, più o meno.

“Boris, segui la trama: chiedi il rinvio e andiamo avanti con la recita.”
E Boris, che al suo ruolo di protagonista tiene molto, si è sottomesso alla regia. Ma a modo suo.

Con un coup de theatre che nessuno avrebbe saputo scrivere, ha inviato la richiesta di rinvio all’Europa ma non ha firmato la lettera. 

Praticamente Sassoli, il nuovo presidente del Parlamento Europeo, ha aperto una lettera, inviata da Londra ma senza firma, in bianco.

“Aho!” avrà chiesto al suo predecessore, “Ma t’è mai successo?”

“Se sarà scordato, lo sai come sono messi i britannici in questo periodo.”

Subito dopo, però, Sassoli ne ha aperta un’altra:

Dear David Maria, ti ho mandato una lettera anonima perchè sono contrario a chiedere un rinvio di Brexit. Firmato: Boris Johnson”

Ma ci rendiamo contro? Roba che se lo avesse fatto un italiano sarebbero stati tutti a ridere per mesi e invece niente, nessuno fa una piega. 

Questa nuova uscita tiene il pubblico incollato agli schermi. 

Che si inventeranno adesso gli sceneggiatori? 

In verità nemmeno loro lo sanno, hanno perso il controllo della trama che è tutta nella mani di Boris.

“Io voglio uscire, deal o no deal. Questo grande Paese deve essere libero.”

“La porta è aperta, Boris.” risponde l’Europa

“La porta va chiusa se non c’è un deal” gli dicono le comparse parlamentari.

“Allora votiamo. Indico elezioni generali.”

E lì inizia un altro tira e molla: prima no, poi forse, poi solo se giuri e spergiuri che non ci fai uscire senza un accordo. 

Gli sceneggiatori cercano di ingaggiare Corbyn e gli promettono che sarà lui il protagonista se vincerà le elezioni ma Corbyn non ci giura affatto di vincere e ci deve pensare su.

Nel frattempo il pubblico ha capito che siamo ben lontani dall’aver raggiunto le puntate finali, si è messo comodo sulle poltrone ed ha ordinato i popcorn: la storia  di Brexit prosegue, infinita.

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