La “Benedetta follia” di un Carlo Verdone che non invecchia mai

benedetta folliaIn occasione della conferenza stampa romana del 5 gennaio, Carlo Verdone autodefinisce il proprio film come “un mix tra un musical e un fantasy”, se pur nello stile classico “verdoniano”, aggiungerei.

E’ la storia di un paludato sessantenne che incontra una briosa ragazza (in difficoltà anche lei) con la quale instaura un rapporto che poi consentirà a entrambi di ritrovare la “strada maestra della vita”.

Con uno staff completamente rinnovato, Verdone torna a lavorare con le donne, che sono naturalmente congeniali per lui, adatte alle sue storie e alle sue riflessioni, in perenne oscillazione tra il tragicomico e l’agrodolce.

Anche Maria Pia Calzone, intervistata sulla preponderanza del genere femminile nel cast del film, apprezza pubblicamente questo aspetto del regista, affermando che “…le donne protagoniste dei suoi film non sono mai “agite” dagli uomini…”, spiegando che avendo e mantenendo la vita nello loro mani, sono sempre capaci di raccontare le proprie vicende con forza e autonomia.

Del resto, anche lui stesso ha aggiunto personalmente che “…la donna mette in difficoltà e favorisce le dinamiche di contrasto con l’uomo, meglio poi se completamente diversa caratterialmente…”; qui Guglielmo è borghese e Luna è borgatara, quindi il contrasto porta a soluzioni inaspettate e i sentimenti si formano più facilmente rispetto a quelli che si possono generano tra “pari”.

La giovane interprete provocante e provocatrice riesce infatti a “lanciare” il timido protagonista nel mondo dei social (soprattutto delle app per gli incontri) e a fargli vivere un’esperienza che per lui era semplicemente impensabile prima di quell’incontro.

In questo film, il regista-protagonista è riuscito anche ad affidarsi completamente alla trama dei soggettisti (Nicola Guaglianone e Roberto Menotti), riuscendo ad interpretare ruoli che, fino a quel momento, erano per lui impensabili come la scena del sogno, che afferma di aver avuto difficoltà personale a capire e interpretare, ma poi compiacendosi di essere stato in grado di eseguirla in un ruolo soltanto “delegato”.

Ed anche le scene di ballo non sono nate come idea del regista, abituato a descrivere il mondo reale; grazie difatti all’aiuto del coreografo Luca Tomassini è riuscito a realizzare qualcosa di nuovo che si aggiunge al suo stile consolidato ma che evidentemente è ancora possibile arricchire; in questo film c’è un Carlo Verdone che, democraticamente, accetta con umiltà e fiducia il suo ruolo, senza sconfinare nella rigidità del regista “assolutista” e che invece scopre casualmente di essere addirittura anche un provetto “ballerino”.

Senza dubbio Carlo Verdone è un drammaturgo completo: dopo quarant’anni di attività artistico-cinematografica così ricca di film cult indimenticabili, è difficile aggiungere qualcosa di nuovo alla sua opera; è come se avesse completato l’arco esperienziale della vita che racconta.

Eppure con questo ultimo lungometraggio è come se fosse riuscito a svoltare ancora una volta nel creare un nuovo sogno psichedelico; si tratta infatti di un film sulla serenità e sulla pacatezza, che lo stesso Verdone dichiara di essere felice di aver raggiunto.

La passeggiata notturna in giro per Roma che è la sua città, per esempio, è stata una forma di ricerca del bello (“…non ho voluto raccontare le “magagne”…, ha tenuto a saggiamente precisare, perchè “…Roma è il biglietto da visita di questo paese, sono stufo degli articoli dilaganti sul suo degrado”….).

Non ha avuto neanche remore nel confessare la propria fragilità, peraltro crescente nel tempo, consistente soprattutto nel temere di far sbagliare gli attori, aggiungendo poi che la loro elevata qualità professionale ha reso tutto più facile.

Ecco perché in qualche modo questo film rappresenta un omaggio a tutta la propria opera cinematografica, soprattutto ai film degli anni ottanta, da “Acqua e sapone” a “Troppo forte” fino a “Viaggi di nozze” ove ogni trama del film veniva costruita sui personaggi, per poi arrivare invece a costruirla gradualmente nel tempo sullo sviluppo delle situazioni, come il problema dei mariti separati con “Posti in piedi in Paradiso”, solo per citarne uno dei più famosi.

Insomma, anche grazie alle note di Donatella Rettore, di Franco Battiato e di Bruno Martino che canta Califano tra le musiche nel film, il messaggio è chiaro e incoraggiante perché con Carlo Verdone si è sempre certi che la commedia è salvezza, dimostrando ancora una volta che questa può arrivare da qualsiasi angolo.

di Laura Vasselli

Nella foto, Carlo Verdone e Ilenia Pastorelli

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