La battaglia navale di Donald e Kim

Trump KimD7, colpito e affondato. Alla battaglia navale abbiamo giocato tutti. Per giocare bastava un foglio di carta a quadretti e una matita. Si disegnava il campo di battaglia, rappresentativo dell’oceano o del mare, che consisteva in una tabella di forma quadrata o rettangolare, con righe e colonne. Le colonne erano identificate da numeri progressivi, le righe da lettere dell’alfabeto. Ogni cella della tabella era univocamente determinata da una combinazione di lettere e numeri. I giocatori dovevano poi scegliere dove mettere le navi della loro flotta, disponendole in modo da renderne difficile l’individuazione e l’affondamento. Così navi ammiraglie, corazzate, fregate, e persino portaerei trovavano spazio in questo mare asciutto, fatto di carta. La loro importanza era proporzionale alla loro dimensione e cioè al numero di quadratini usati per rappresentarle. Le flotte erano perfettamente uguali in modo da non avvantaggiare nessuno dei giocatori. Quando la battaglia iniziava, a turno si sparava un colpo cercando di fare centro.
Generazioni di bambini si sono trastullate con questo gioco semplice e divertente. Oggi smartphone e laptop hanno soppiantato la carta, e centinaia di nuovi giochi sono stati escogitati per soddisfare le voglie e i capricci dei più esigenti. I quali spesso non sono bambini, ma adulti. Tramite internet giocano da postazioni remote, con regole più articolate e complesse, sfidandosi in tempo reale. Ci sono poi eterni bambinoni che la guerra vorrebbero farsela per davvero.
Da un paio di settimane due di loro ci stanno provando con un certo impegno. Uno è un settantenne americano, si chiama Donald, è ricco e biondo e vive a Washington in una casa bianca. L’altro è nordcoreano e vive a Pyongyang. È molto più giovane, bruno, grassoccio e si chiama Kim. Entrambi sono dei veri simpaticoni. Per il momento i nostri si sono limitati a scaramucce e provocazioni, spostando portaerei e sottomarini nucleari, lanciando missili di prova e minacciandosi a vicenda. Oltre alla grande passione per la battaglia navale, i due sono accomunati da un culto smoderato della persona: la propria e a tale scopo usano il potere di cui dispongono. La pace non sembra essere una loro priorità. La necessità di difendersi dal nemico giustifica i loro programmi di sviluppo degli armamenti. Terrestri, aerei e naturalmente navali.
Il mondo assiste preoccupato e spera che nessuno dei due schiacci per primo il bottone. Ma i due non sono poi così stupidi dal farlo. Minacciando la guerra vogliono piuttosto mantenere il consenso, e il potere che ne deriva, all’interno dei paesi che governano. È questa, in fondo, la loro principale preoccupazione. Al di là delle dimostrazioni di forza e di muscoli, i due sono ben consapevoli che iniziare una guerra sarebbe l’inizio della loro fine politica e condurrebbe alla perdita della popolarità di cui godono nei loro rispettivi paesi. Che poi Stati Uniti d’America e Nord Corea siano rispettivamente sede della democrazia più duratura e della dittatura più chiusa del pianeta, è solo una delle tante contraddizioni del mondo moderno. Ma tant’è.
In attesa che vengano tempi migliori, Kim e Donald dovrebbero capire che la bellezza dei giochi sta nella loro innocuità. A loro auguriamo, non senza disinteresse, di incontrarsi, magari un giorno non troppo lontano, magari in un’isola deserta dell’oceano, preferibilmente quello pacifico. Armati unicamente di carta e matita.
battaglia_navale

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata

Per inserire il commento devi rispondere a questa domanda: *