Italia ed economia: un’analisi retrospettiva

economiadel-fare-21Come guarderanno gli storici, immuni alle pressioni, allo spirito dei tempi e alle illusioni irrazionali, la lunga crisi che dal 2008 non sembra lasciare la presa sul nostro paese? L’esercizio proposto, ovverosia la replica alla questione precedente, è stuzzicante: proviamo a dare una risposta.

La congiuntura sfavorevole può essere vista come la sovrapposizione di tre onde lunghe che riguardano, rispettivamente, il nostro paese, il modello di politica economica europea e il modello di globalizzazione. Partiamo dall’ultimo aspetto, quello che più di tutti sfugge al controllo di chiunque possa candidarsi a governare il Bel Paese.

La fine della guerra fredda e il riassetto degli equilibri economici e geo-strategici ha ridisegnato uno scenario fondato su una profonda asimmetria nella distribuzione dei redditi tra paesi (leggi quote che vanno ai salari sul valore totale della produzione).

Questo, basta leggere i dati, ha comportato una pesante riallocazione dei cicli produttivi verso le nazioni a più basso costo del lavoro, attraverso accordi di fornitura e investimenti esteri diretti in partnership locali. Tenersi solo ideazione e commercializzazione non basta, anche perché il grosso dell’occupazione è concentrato nella produzione del bene o servizio: ecco spiegata la cronica e crescente disoccupazione nei paesi ex industriali.

In Italia questo ha significato un profondo esodo verso le aree dell’Est europeo o del Nord Africa, oltre che accordi di fornitura e IDE nel Far East. Qualche nome: Fiat, Geox, Dainese, Omsa, Ducati Energia, Calzedonia, Stefanel, tanto per citare i più famosi. Al lettore lasciamo un esercizio: si guardi intorno e vedrà computer, cellulari, televisori, etc. Si concentri e pensi al nome di un leader mondiale italiano.

La cosa vale solo se fa il piccolo sforzo, poi, di ricostruire la catena del valore: dove hanno prodotto e assemblato ogni parte del prodotto. Se poi entriamo nella vasta selva delle piccole e medie imprese, il numero risulterebbe impressionante. Il fenomeno in esame ha un duplice effetto: distrugge posti di lavoro e, nel contempo, mortifica la domanda aggregata.

La seconda onda deriva dal nostro essere parte dell’area Euro. Che questa non fosse un’area valutaria ottimale lo si sapeva. Che non si sia fatto nulla per omogeneizzare alcune variabili (non solo finanziarie, soprattutto quelle reali) anche. E ancora non si fa nulla di concreto per ridurre certe asimmetrie. Ma quello che più inquieta è il modello perseguito: si punta alla svalutazione salariale per rinforzare le esportazioni che, tuttavia, costituiscono solo il 15% della domanda. Ma diminuire le esportazioni, se i prezzi non si adeguano (ciò vorrebbe dire, tradotto in soldoni, che le imprese rinunciassero agli extraprofitti), significa ridurre la domanda aggregata per consumi che costituisce il restante 85% della produzione assorbita da domanda interna ed export. I consumi in Germania cominciano ad arretrate, la dinamica economica calante tende ad avvitarsi su se stessa.

E veniamo all’ultimo aspetto, quello endogeno, tutto italiano. E’ da parecchi lustri che si sente parlare di riqualificazione della spesa pubblica, di lotta all’evasione, di contenimento di sprechi e inefficienze. Senza alcun risultato. A ciò si sommano le sopravvenute inchieste sulla corruzione che, a partire dai primi anni novanta, hanno aperto un significativo squarcio sul modello di gestione della cosa pubblica.

Da una parte, quindi, delocalizzazione e crisi sistemica della domanda hanno minato la crescita. Dall’altra, si è continuato allegramente a usare il pubblico per tamponare la crisi reale, alimentare il voto di scambio e, last but not least, consentire arricchimenti personali e, soprattutto, illeciti di politici e burocrati. Il rapporto debito/pil non s’impenna solo perché cresce il numeratore, ma anche per il fatto che il denominatore alterna arretramenti, anche significativi, a incrementi da prefisso telefonico.

Questo breve excursus che guarda al recente passato e al presente in modo retrospettivo – con l’occhio disincantato dello storico insomma – induce una serie di riflessioni. In primo luogo la constatazione che vi sono tendenze in atto capaci di creare squilibri che non sono riconducibili alla politica nostrana e neppure a quella europea. Gli squilibri distributivi e l’aggressività di certi paesi (si ricorda qui che la Cina ha una produzione industriale ben superiore a quella di Francia, Italia e Germania messe insieme e in gran parte destinata all’export) sono materia di discussione in seno al WTO: altrimenti non se ne esce.

Per quanto riguarda il livello europeo, è indubbio che il nostro continente sia la più gran fucina di malumori contro la politica delle sue istituzioni. Tanto, poi, quando si va a votare non cambiano di una virgola i voti ai conservatori ormai in sella da tempo. Inutile sprecare fiato sulle alternative: che siano più responsabili gli elettori.

Per quanto concerne, infine, il nostro paese, due osservazioni. La prima è che noi la subordinazione allo “straniero”, forse per via di secoli di dominazioni, l’abbiamo nel dna, per cui si rimanda al punto precedente.

Probabilmente se alle recenti europee si fossero affermati ben altri equilibri, il nostro governo avrebbe sostenuto la domanda interna con strumenti più adeguati rispetto agli ottanta euro di detassazione che, detto fuori dai denti, somigliano molto al rinforzino di stracchino che il conte Mascetti nella saga Amici Miei dava a pranzo al figlio del Perozzi.

Riguardo agli annosi problemi di gestione della res publica sopra citati che dire? I fatti recenti sembrano farci intendere che non sono i politici a governare la burocrazia, ma accade proprio il contrario. Difficile uscirne? Molto… forse troppo.

di Joe Di Baggio

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