Intervista alla musicista Lucia Ronchetti

Lucia Ronchetti è una delle stelle della musica contemporanea: nata a Roma nel 1963, l’artista ha studiato Composizione e Musica elettronica al Conservatorio Santa Cecilia di Roma e si è laureata in Storia della Musica all’Università La Sapienza di Roma. A Parigi, a partire dal 1994, ha studiato con Gérard Grisey, ha seguito il Corso annuale dell’Ircam ed ha discusso una tesi di dottorato in musicologia all’École Pratique des Hautes Études en Sorbonne, sotto la direzione del Prof. François Lesure.

Nel 2005 é stata Visiting Scholar (Fulbright fellow) alla Columbia University di New York, su invito di Tristan Murail. Nel 2006 ha vinto il premio della DAAD a Berlino.

Ha inaugurato la nuova sala da camera della Staatsoper di Berlino con l’opera “Rivale” nel 2017 e sta attualmente componendo una nuovo pezzo per l’Opera di Frankfurt.

Lucia, musicisti si nasce o si diventa?

Ci sono dei musicisti con un talento naturale strabiliante, che si evince già dai primissimi anni di vita, ma nessuno può diventare musicista senza un lungo percorso di formazione e di pratica esecutiva o compositiva. Nel mio caso, posso dire di aver lottato con tutte le mie forze contro la totale assenza di talento naturale e di capacità performativa, studiando ossessivamente,  e ancora oggi mi stupisco di riuscire ad esprimermi in un linguaggio tanto inafferrabile ed evanescente, e non mi sento mai sicura di averlo veramente acquisito.

Che cosa è la musica per lei

Il linguaggio musicale è assoluto ed autoreferenziale, è impossibile verbalizzarne l’essenza. Io cerco metodicamente di trascrivere il mio immaginario acustico in forma di partitura, il più accuratamente possibile, dando tutti i dettagli che un esecutore può ricevere.

Quali sono i compositori a cui si ispira?

Più che i compositori, sono alcune composizioni in particolare ad aver creato le basi della mia ricerca compositiva: “Aura” di Bruno Maderna, “Sinfonia” di Luciano Berio, “RARA Requiem” di Sylvano Bussotti e “Infinito nero” di Salvatore Sciarrino, per citarne alcune di autori italiani contemporanei, ma altri pezzi importantissimi per me sono composizioni dal repertorio classico e antico, per esempio il Trio op. 100 di Franz Schubert.

Lei ha ottenuto molteplici riconoscimenti all’estero. In Italia una donna compositrice quanto è apprezzata? 

In Italia è difficilissimo essere apprezzati quali compositori, sia compositori donne che uomini stentano a trovare forme stabili di produzione e di rispetto da parte delle istituzioni.

Ma fuori dall’ Italia molte donne compositrici sono riconosciute e regolarmente ricercate da istituzioni importanti. Olga Neuwirth, Rebecca Saunders, Chaya Czernowin, Kaija Saariaho, Unsuk Chin e Jennifer Walshe sono compositrici straordinarie e il loro lavoro è monumentale. Ci sono anche compositrici italiane che vivono fuori dall’Italia e che sono riconosciute dalle più importanti istituzioni straniere, come per esempio Francesca Verunelli che ha vinto il Prix de Rome in Francia e Clara Iannotta che ha vinto la DAAD in Germania, e questo fa riflettere.

Lei è autrice di opere di teatro sonoro, che rappresenta un’alternativa al teatro classico di intrattenimento. Può descrivercene le peculiarità?

Il teatro musicale è fortemente implicito in ogni mio lavoro, da lavori solistici come “William Wilson” per contrabbasso, composto con Massimo Ceccarelli, “Forward and downward, turning neither to the left nor to the right” per violoncello, composto con Michele Marco Rossi, o “Helicopters and Butterflies” per il percussionista Christian Dierstein.

Molti lavori teatrali sono composti per essere eseguiti in concerto, come in tutta la mia produzione per i Neue Vocalsolisten di Stuttgart, dove i musicisti sono personaggi collegati da una drammaturgia, o come nelle “opere corali” che scrivo per grandi ensemble di voci formati da professionisti e dilettanti, come “Inedia prodigiosa” (una commissione del Teatro Massimo di Palermo, co-prodotta da Romaeuropa) che i Cori dell’Accademia di Santa Cecilia diretti da Ciro Visco e da Massimiliano Tonsini, hanno realizzato con 150 voci.

Ogni lavoro è diverso e unico, ma tenta di creare un teatro sonoro, un teatro del suono dove lo spettatore è libero di immaginare una parte visiva che non c’è.

In questa nostra liquida società, quali sono i suoi punti fermi?

Il lavoro metodico e quotidiano sulla mia partitura e il sogno radicato e indelebile di una democrazia globale.

Come si svolge la sua vita quotidiana?

Al tavolo, nel silenzio, con alcune esplosioni di vita e socialità quando ho delle prime esecuzioni importanti.

Oltre alla musica, quali passioni coltiva?

Leggo molto la sera e ascolto molto la radio la mattina, alternando Radio Tre, Deutschlandfunk Kultur, France Musique e BBC News e, da ascoltatore costante, penso che Radio Tre sia una radio straordinaria e insuperabile e sono felice che l’Italia, almeno secondo il mio parere,  primeggi in una forma di produzione così complessa e virtuosistica.

Che cosa porta con sè su un eremo?

Non potrei mai andare in un eremo, ho bisogno di essere circondata dalla vita attiva degli altri, ma porterei sicuramente il testo che sto incessantemente leggendo e studiando per la mia prossima opera per l’Opera di Francoforte, l’Inferno di Dante.

Che cosa vuol fare da grande?

Mi sento già anziana, più che grande, ho sempre composto con passione, terrore e felicità estreme e continuerò a farlo per sempre!

info: luciaronchetti.com

foto: Stefano Corso

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